granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
venerdì, 13 aprile 2007
consigli per gli acquisti. (o meglio: shameless self-promotion)

«Tutta la letteratura è pettegolezzo». Così Truman Capote, il maestro del new journalism, liquida con una delle sue abituali provocazioni anti-letterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. È il Capote più irriverente, infatti, quello che emerge dalle pagine di questo libro-intervista, in cui Lawrence Grobel ha raccolto due anni di incontri e conversazioni con l’autore di A sangue freddo. Capote è qui il dandy, l’esibizionista, il personaggio pubblico prima ancora che il grande scrittore: l’anticonformista per eccellenza, che può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti. A metà strada tra il gossip letterario e la riflessione culturale su un’epoca mitica, Colazione da Truman offre l’imperdibile ritratto del Novecento americano e dei suoi protagonisti, dalla viva voce di un testimone d’eccezione.

 

«Non capisco perché siano tutti così arrabbiati.

Con chi credevano di avere a che fare,

con un buffone di corte?

Io sono uno scrittore».

 

 

(anti, rece, wiki, cit.)

telegrafato da sand alle 09:57 | link | commenti (9) |
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mercoledì, 17 gennaio 2007
storie.

«Un tempo tenevo un quaderno con degli schemi di storie, ma ho scoperto che così facendo uccidevo la mia immaginazione. Se l’idea è abbastanza buona, se ti appartiene veramente, allora non te la puoi scordare – ti perseguiterà finché non verrà scritta».

 

(truman capote)

telegrafato da sand alle 13:12 | link | commenti (5) |
scrivere, vita, sogni, leggere, tradurre, verità

lunedì, 16 ottobre 2006
nobelità assortite. (e relative visioni)

All’epoca dell’uscita (1999) regalai (festa del papà) a mio padre, che lavora(va) in ambito bancario, Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus, odierno vincitore del Nobel della Pace (ma non sarebbe stato più significativo assegnargli il Nobel per l’Economia, mi chiedo).

 

Questa la dedica:

 

Uno sguardo diverso alle banche.

C’è sempre un modo diverso per guardare alle cose.

Auguri.

 

 

Il solito idealista!

(chissà per cosa mi stavo parando il culo…)

 

 

Ah, a proposito, quello che ha ricevuto il Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk, io lo sto leggendo dall’estate, (ma giusto) perché il libro l’ho ricevuto gratis.

Istanbul è un lamento continuo e, seppur malinconico, annoia. Si salva un po’ per qualche capitolo e qualche bella fotografia (sì, ci sono foto in bianco e nero), ma per il resto proprio non capisco cosa ci sia di bello nel leggere (questi) nostalgici ricordi.

È una palla, detto chiaro chiaro.

Gli altri libri non so.

 

(E qui ci viene in soccorso il buon Capote che diceva: «Il Nobel, secondo me, è una buffonata. Anno dopo anno lo assegnano sempre a uno scrittore inesistente». È questa è una delle cose più carine che ha detto al riguardo, comunque. Grande Truman, ci manchi.)   

 

 

p.s. mi sovviene un commento assai maligno (ma pre-nobel) di una mia amica onnivora lettrice: Pamuk lo si può pure sopprimere, oppure lasciarlo all’Einaudi, che è lo stesso. (aspite)  

 

telegrafato da sand alle 10:40 | link | commenti (10) |
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venerdì, 13 ottobre 2006
cercasi avvocato. (lawyer needed)

Olive e Rose sono due ragazze texane che una volta avevano un account (un account pro, il che vuol dire che l’avevano pagato) su Flickr, sito che è la mia droga come potete leggere dalla colonna dei link qui a lato.

Su Flickr ognuno ci mette le foto che vuole, più o meno, e così facevano anche Olive e Rose. La maggior parte delle persone su Flickr ci mette le foto delle vacanze, ma Olive e Rose no però.

Il soggetto preferito da Olive e Rose sono donne e ragazze… la maggior parte delle volte nude, sì, nude.

Olive e Rose invita(va)no chiunque ad andare a casa loro, per “aprirsi emotivamente” e lasciarsi fotografare. Evidentemente esistono molte persone (maschi e femmine) che sentono il bisogno di “aprirsi emotivamente”, dato il cospicuo numero di fotografie scattate da Olive e Rose.

Da quel poco che ho capito Olive e Rose viaggiano anche molto, chiedendo spesso ospitalità… in cambio loro avrebbero fatto delle fotografie, e offerto la loro amicizia, amicizia preziosa probabilmente.

Sì perché, prima di tutto, Olive e Rose sono due ragazze simpatiche, socievoli, alla mano, e tutto questo si capiva da quello che loro scrivevano come didascalia alle loro foto.

Di solito postavano poesie e brani tratti da libri, ma spesso raccontavano anche della loro vita appunto: Olive e Rose si mettevano completamente a nudo nel loro account Flickr, nel vero senso della parola. Ma quella che loro esibivano non era una nudità volgare o disturbante, perché la loro è una nudità sincera, e bella. Nudità vera, ed emozionante.

Quello che Olive e Rose postavano non erano corpi perfetti, ma corpi.

La loro è Arte… Scorrere le loro foto e i loro scritti era un viaggio.

È solo Bellezza.

 

Bene, anzi male, tutto questo adesso non c’è più, ecco perché parlo al passato: all’improvviso Flickr ha deciso di cancellare tutte le cose di Olive e Rose, foto e testi, e senza alcun preavviso (Olive e Rose avrebbero potuto salvare qualcosa, almeno) a quanto pare.

E dire che su Flickr si vedono cose ben “peggiori”.

 

Come vi sentireste se questo fosse accaduto a voi?

Io ne sarei piuttosto scioccato (lo sono), e non so se mi sentirei più triste o più incazzato (al sentire la notizia prima mi sono intristito, e poi mi sono incazzato).

È come se qualcuno decidesse di cancellare un pezzo della tua vita così, arbitrariamente e senza alcuna ragione plausibile.

 

 

Olive e Rose ora cercano un avvocato che sia interessato al loro caso, e che non sia molto costoso possibilmente.

In verità mi sembra di capire che loro non sono tanto incazzate, ma vogliono giustizia però. E hanno ragione.

 

Se qualcuno là fuori può aiutarle:

tetheredtothesun@yahoo.com

 

(adesso le trovate qui e qui)

 

 

-------------------

 

 

Olive and Rose are two Texan girls that once had an account (a pro account, this means that they paid for it) on Flickr, a site that I am pretty addicted to.

On Flickr everyone puts the photos he/she wants, more or less, and so Olive and Rose did too. However most of the people on Flickr put holidays photos, but not Olive and Rose.

The favourite subject of Olive and Rose are women and girls… most of the times they are nude, nude yes.

Olive and Rose invite(d) everyone to go to their house, to “open up emotionally” e let be photographed. It’s evident that a lot of people (males and females) feel the need to “open up emotionally”, since the considerable number of photos posted by Olive and Rose.

As far as I understood Olive and Rose travel a lot too, often asking for hospitality… they would have shot photos in exchange, and offered their friendship too, precious friendship probably.

Yes because, first of all, Olive and Rose are two nice girls, sociable, easy-going, and you could see that by all the things they wrote under their photos.

Usually they would post poetry and excerpts from books, but often they would speak of their life too: Olive and Rose laid themselves completely bare on their Flickr account, literally. But what they did exhibit wasn’t a vulgar or disturbing nudity, because their was a sincere nudity, a beautiful nudity. Real nudity, exciting nudity.

What Olive and Rose posted weren’t perfect bodies, but just bodies.

It’s Art… Flowing through their stream of photos and writings was like a journey.

It’s just Beauty.

 

Well, now there isn’t anything anymore, this is the reason why I am talking with past tense: Flickr has suddenly decided to delete all the things of Olive and Rose, photos and writings, and without any warning (so they could have saved something, at least), as it seems.

But actually you can see “worst” photos by far on Flickr.

 

How would you feel if this would have occurred to you?

I would be pretty shocked (I am), and I don’t know if I would feel more sad or more angry (reading the news first I felt sad, and then I felt angry).

It’s like someone would have decided to delete a part of your life, in an arbitrary way and without any plausible reason.

 

 

Now Olive and Rose are searching for a lawyer who could be interested in their case, a not very expensive lawyer if possible.

Actually it seems they are not so angry, but they demand justice however.

And they are perfectly right.

 

If someone out there can help them:

tetheredtothesun@yahoo.com

 

(now you can find them here and here)

 

telegrafato da sand alle 16:33 | link | commenti (5) |
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giovedì, 12 ottobre 2006
rendimi libero, capitano.

«[…] Mi avete chiamato assassino a sangue freddo quando ho sparato a un uomo che mi ha sparato per primo. La sola ragione per cui io sono qui è che sono messicano e lui era un poliziotto. La gente pretende la mia vita e questa sera l’avrà. Ma la gente non chiede la vita del poliziotto che ha ucciso quel ragazzo di 13 anni che stava ammanettato nel retro della sua auto. […] Voi la chiamate giustizia. Ma questa è solo la vostra giustizia. La giustizia dell’America. […] Mi avete chiamato assassino a sangue freddo. Ma io non ho mai legato nessuno a un lettino come questo. Né ho mai pompato veleno nelle vene di qualcuno, guardandolo da dietro una porta blindata. Voi la chiamate giustizia. Io li chiamo omicidi a sangue freddo. Lo dico senza amarezza, senza rabbia. Dico solo il vero. Spero che Dio perdoni i miei peccati. Spero che Dio sia misericordioso con voi così come lo è stato con me. Adesso sono pronto».

 

(Henry Porter, giustiziato il 9 luglio 1985; ultime parole prima della fine)

 

Dead Men Speaking

telegrafato da sand alle 16:19 | link | commenti (2) |
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lunedì, 25 settembre 2006
la parola che non c'è

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

(continua di là)

telegrafato da sand alle 20:19 | link | commenti (17) |
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martedì, 09 maggio 2006
Un’offerta che non potevo rifiutare.* [o anche: “Sono figo, so un sacco di cose e scrivo bene.†(ma non ho un lavoro)]

Oggi sono stato in un centro commerciale (ogni tanto vado pure a fare la spesa, certo) dove si vendeva cultura a peso, nello specifico libri. Di lato al reparto edicola/libreria c’era questo ammasso di libri ammucchiati uno sull’altro ch’era pure difficile da vederli bene, e in mezzo c’era proprio una bilancia per pesarli, una bilancia da cibo, pure un po’ sporca a dire la verità. Perplesso dalla cosa mi sono incuriosito, e l’hostess di turno (bionda e bona naturalmente, stava leggendo un libro sull’amour) se ne deve essere accorta (di questa mia perplessità) anche se avevo gli occhiali da sole messi per avere più carisma e sintomatico mistero, così mi si è avvicinata e sorridendo mi ha detto questi libri si vendono a peso, 5.50 euri al kilo (mica come l’Adelphi che per 5e50 ti vende un misero librettino striminzito). Tu pesi il libro sulla bilancia e ti esce un adesivo con peso (e relativo prezzo) del libro in questione, proprio come se stessi comprando frutta e/o verdura. Mi sono dato allo scavo.
Già avevo individuato un libro strano, quadrato, senza copertina, cioè piuttosto che titolo e foto/disegno/illustrazione c’erano delle cose scritte con una grafia molto bella e particolare sopra; libro che poi si è rivelato essere un libro fotografico di Björk, la stellina islandese, e non so perché all’inizio ho pensato che fosse un libro a edizione limitata (o fuori catalogo da anni) e io stessi per fare il colpaccio manco avessi trovato l’edizione originale di quella meraviglia che è il Codex Seraphinianus (altro che codicedavinci di quel fesso di Dan Brown!). Tanto che ero eccitato ho pensato addirittura di comprare tutte e due le copie presenti giusto per regalarne una magari (sì, ma a chi? alla prima che passa?) o di rivendere la copia in più su ebay (dice che oggi si fa così e allora volevo provare anch’io il brivido dell’immondo mercimonio speculativo). Il libro tanto per dirvi l’ho pagato 3 euro e mezzo, poi ho controllato su ibs e in originale costa poco più di 20 euro ma è scontato del 50% e non so se è esaurito però no, non ho comprato la copia in più ma ci sto ancora pensando. Ovviamente il momento che mi deciderò a tornare per comprarlo si verificheranno contemporaneamente queste tre cose: 1) sarà già stato venduto, 2) non verrà mai più ristampato e 3) raggiungerà quotazioni stellari su ebay (su cui ho già fatto anche un giro preventivo per vedere se c’è, ma non c’è). La vita va così.
E dire che a me Björk manco piace più di tanto (al test presente nel libro in questione: “Sei ossessionato da Björk?”, io probabilmente raggiungerei punti zero) e qui già sento il coro dei commentatori silenziosi urlare buuuu, non capisci un cazzo di musica, però ammetto che mi piacciono le sue collaborazioni (tra gli altri, sull’album “Vespertine” ) con i Matmos (duo elettronico/gay di cui è appena uscito il nuovo disco con il dolce Antony come ospite d’onore a quanto pare, disco del mese su Blow Up peraltro) e un suo vecchio disco (gling-gló) in cui ancora giovinetta la nostra si dilettava a cantare canzoni jazz nel suo originario idioma islandese… sono il solito snob musicale, è chiaro. Comunque non ritengo Björk totalmente da buttare (come dimenticare quel piccolo adorabile capolavoro di video-musical che è “It’s Oh So Quiet”?) non vi preoccupate (e chi si preoccupa?, penserà la maggioranza silenziosa di cui sopra), è solo che non capisco tutto questo strapparsi i capelli. Comunque.
Il libro (sfogliato mentre ascoltavo il quarto disco del magnifico cofanetto a edizione limitata “Lullabies To Violaine” dei Cocteau Twins, cofanetto che sì che sta raggiungendo quotazioni stratosferiche sul mercato dei collezionisti; però non ho ancora smesso di aspirare al monstruoso cofanetto doppio cd/dvd + libro dei Kraftwerk di cui posseggo solo il doppio dvd per adesso, ma che suoni/toni devono usare per avere tali effetti sulle mie sinapsi?) comunque è bello, pieno di foto (Araki, Mondino, Corbijn, CunninghamGondry eccetera eccetera), ha una sovraccoperta in simil-tessuto (mi sembra) con davanti un raccontino (appunto) e dietro una foto; l’ho parcheggiato con la parte fotografica rivolta verso il mio letto sul nuovo mobiletto quadricromo comprato(mi) da mia madre che (mi) compra le cose senza dir(mi) nulla (e io che avevo bisogno ancora di un nuovo mobile porta-cd/libri/dvd, piuttosto). Alla mia veneranda età dovrei andarmene a vivere da solo lo so, e voi pure c’avete ragione. Ma volete mettere la comodità di vivere ancora a casa dei genitori?
Così Björk mi guarda mentre dormo, ed è bellissima, come una monnalisa pop. In questa foto le sgorgano grosse lacrime verdi dagli occhi e dal naso e ha la bocca viola, magari ve la scannerizzo sì; poi c’è un’altra foto che mi piace molto: Björk è più giovane, frangetta e codini, vestita di rosa è di schiena a piedi nudi in ginocchio sul letto ma si è girata e ci guarda mentre suona quella che sembra essere una diamonica rossa in una camera tutta verdeblu nel cui unico specchio si riflette un cuore, questa non la scannerizzo perché rischierei di rovinare il libro mi spiace. Fatevi bastare la mia descrizione a perdifiato, quindi.
Poi ci sono anche un paio di foto del Kurt generazionale e di Michael Jackson, non capisco perché, e di un tizio che non so chi è, e poi le foto di una bambina che sembra proprio la figlia (???) di Björk; infine raccontini, poesiole, disegnini, saggetti, tutti con la loro brava traduzione in italiano a parte in fine di libro, su fogli gialli e sottili come quelli della bibbia. Evviva.
Ho comprato anche altri tre libri, libricini illustrati (scritti da Angela Carter, Max Jacob, Laura Esquivel) per l’infanzia in su, rispettivamente illustrati da Simona Mulazzani, Fabian Negrin, Francisco Meléndez. Favolette insomma, pagate poco più di 3 euro in tutto.
I disegni di Meléndez sono proprio belli, non so chi mi ricordano, forse Mark Ryden (di cui c’è una Björk disegnata nel libro di cui si parla in precedenza), ma adesso che ci penso assomigliano ai disegni dei wallpaper originali di “Big Fish” di Tim Burton, o forse più al tratto grottesco di un cartone animato ispirato alla metamorfosi di Franz Kafka che mi è capitato di vedere una volta.
I disegni che illustrano la storia del surrealista Jacob (la storia da cui mi aspetto di più) pure sono belli, sembrano i disegni di quel fumettista svizzero (mi pare) che graffia sul foglio nero per far uscire fuori il (di)segno bianco, magari è proprio lui, chissà.
I disegni dell’italiana sono quelli più normali al solito (però non è che mò tutte le ragazze italiane non sanno disegnare, date un’occhiata ai simpatici mamuozzi di questa mia amica, per esempio), carini ma niente di che, il libro l’ho comprato giusto perché era della stessa collana dei precedenti, anche se c’è da dire che è stato il primo che ho pensato di compare visto che parlava di un gatto che incredibilmente vive in fondo al mare: come andrà a finire?
Detto per inciso, sono tutti libri quadrati e Mondadori con il prezzo ancora in lire: che la Mondadori stia fallendo? Sarebbe la giusta punizione per non aver ancora (ri)pubblicato, a completamento dell’opera penta-galattica,  “Praticamente Innocuo” di Douglas Adams nella piccola biblioteca. Bastardi forte sì, ma non è il caso di lasciarsi prendere dal panico, lo pubblicheranno un giorno, almeno spero.
Comunque no, non credo, la spiegazione più semplice è che si stampano più libri di quanti effettivamente se ne leggano. Fondi di magazzino, quindi.
 
Parlando di libri e Mondadori, aggiungo che stamattina sono andato in una scuola (dopo essere passato in un’altra scuola per reclamare certi soldi che mi spettavano, ma per la realizzazione di alcuni spot progresso però) per uno di quei progetti precari (per me) dove io e un’altra leggiamo dei libri invitando – come si dice – i ragazzini prima alla lettura e poi al dialogo. In precedenza ero già stato in altre scuole, scuole medie dove ragazzi e ragazze assuefatti (d)alla playstation (attenzione, non è il mezzo ma l’uso che se ne fa a essere deleterio) e allevati dal mariadecostanzo nazionale (in modo che siano pronti i più “fortunati” a diventare nuovi berluschini e i più sfortunati a rimanere irrimediabilmente delusi dall’aspirazione costantinesca/velinesca) mi guardavano inebetiti non sapendo cosa dire e/o sognare. Fa sempre tristezza accorgersi di queste giovani generazioni d’oggi definitivamente perdute.
Invece la scuola di stamattina (un direttore giovanissimo!) era una scuola elementare, una vera scuola d’élite peraltro, piena di libri e giornali (gratuiti), con mobili antichi, privata e giustamente pure cattolica, incredibile a dirsi provvista anche di ristorante e giardino. I bambini, ispirati dalla storiella zoologica letta, hanno fatto la fila (ma davvero, eh) per venire a dire la loro e parlarci del loro piccolo animaletto domestico morto chissà quando e chissà come. Però sorridevano tutti mentre ce lo raccontavano, forse per loro è ancora possibile la salvezza. Il potere dei soldi, evidentemente. Chi ce l’ha va avanti, I suppose.
Un effetto strano.
 
Tornato a casa, prima di mangiare patate bollite e tonno al naturale (sì, sono a dieta e vado pure in palestra con tanto d’iPod d’ordinanza, perché la prova-costume si presenta per tutti, ma per ovvie ragioni affettive non riesco a rinunciare alla cioccolata: come devo fare?), ho ricevuto via msn (ah, questi tempi moderni talvolta mi commuovono) una proposta di matrimonio (per vedere com’è, ha detto) da una mia amica australiana, così da vero casanova le ho detto di sposarci in estate in modo che lei avrebbe potuto mettersi in bikini, ma essendo lei ossessionata dalla lingerie (sei cassetti pieni ha affermato di averne) preferirebbe l’abito classico per mettere la giarrettiera e così via. Okay da gran gentiluomo quale sono farò questo sacrificio e mi adeguerò, ma il dubbio è: dove sposarsi? Australia, o Italia? E se poi m’imbarco per l’Australia, l’aereo cade e faccio la stessa fine di quei fessi di Lost?
 
Poi ho visto “Mio padre ha 100 anni”, il corto (registrato oggi dietro “Freaks” di Tod Browning, purtroppo cancellando per sbaglio “La Jetée” corto apocalittico di Chris Marker a cui si è ispirato Terry Gilliam per “L’esercito delle 12 scimmie”) scritto da Isabella Rossellini (a cui un po’ assomiglia la mia amica disegnatrice di cui sopra) e diretto da Guy Maddin, corto dedicato appunto a Roberto Rossellini rappresentato come un pancione parlante e per questo motivo tanto odiato (il corto, non il padre) dalla sorella della Rossellini (Bergman chi?); boh, a me il corto è piaciuto, in una fumosa e rarefatta atmosfera blanc et noir Isabella (principale se non unica interprete di tutti i personaggi, registi perlopiù) si aggira triste e spaesata parlando di Cinema e biasimando l’oblio in cui è caduto il padre. Pollice in su quindi.
 
Se a questo punto c’è qualcuno che ancora non si è scocciato di farsi i fatti miei ed è ancora interessato, allora questo qualcuno si merita un premio… be’, più o meno.
Domani vado a vedere (per la seconda volta) gli Xiu Xiu (suoneranno dopo, ma anche insieme, a-gli italiani Larsen, con cui daranno vita al progetto XXL che ultimamente ha pubblicato “ Ciautistico!”; forse sarà presente anche una suicide girl amica di amico!), e se non avete ancora ascoltato il loro debutto “Knife Play” il consiglio da parte mia ci sta tutto: è un disco epocale, ascoltatelo prima dei soliti cofanetti di ristampe che fioccheranno quando il cantante si sarà suicidato definitivamente! Non vi dico che genere è ché senno pensate che non vi piace e non ve lo scaricate/comprate. Sappiatemi dire cosa ne pensate.
Visto che mi trovo, consiglio pure un altro disco di uno che è già morto però (necrofili che non siete altro!), “Cure For Pain” dei Morphine, un grande gruppo fatto solo di una voce, un sassofono, un basso a due corde, una cassa e un rullante, un charleston occasionale. Il morto in questione sarebbe Mark Sandman (nomen omen!), ovvero il cantante/bassista dei Morphine (poliziotto: «perché vi chiamate morphine?», mark: «perché ci piace il dio del sonno»), signorine lettrici ascoltate la sua voce e abbiate il coraggio di dire che non è eccitante. Anni fa il povero Mark schiattò proprio in Italia, d’estate, infarto sul palco (esiste un modo migliore di morire per un musicista?) in quel di Palestrina (Lazio). E pensare che io ci stavo pure andando a quel concerto. Non li vedrò mai più, proprio come i Nirvana.
 
 
 
 
 
*Per quelli che non hanno colto la [cit.] del titolo: è una parafrasi della battuta più famosa de “Il padrino” di Coppola. Il padrino fa sempre offerte che non si possono rifiutare, è una cosa lapalissiana. Venerdì scorso ho visto la prima parte (3 ore e mezza filate!) di “The Godfather 1902-1959: The Complete Epic”, ovvero i 3 film della saga completa del padrino montati in ordine cronologico. Grandioso. Venerdì vedrò la seconda (e ultima?) parte. Stasera invece mi guardo “Il resto di niente” della De Lillo ispirato al romanzo omonimo di Enzo Striano da cui i 24grana hanno tratto una canzone, e poi forse “Escoriandoli” (che comunque registrerò) di Rezza (di cui con tanta passione s’è discusso su queste pagine).
Be’, direi che dopo quest’altri inutili fatti miei inutilmente riportati qui, posso alfine salutare quell’unico dei quattro gatti che avrà resistito a leggermi fino in fondo.
 
 
Ciao.
 
 
p.s.: Chissà se dopo tutto questo scrivere a tempo perso riuscirò anche a stroncare come si deve l’ultimo (scialbo e dispersivo nella sua totale inconcludenza) Bellocchio. Speriamo. Già non mi è riuscito di stroncare quella ciofeca annegata nella melassa hollywoodiana tratta dal bellissimo, lirico e disperato “Chiedi alla polvere” di John Fante (Alighieri?).         
 
 
n.b.: I link messi sono casuali, non è che quelli a cui non ho dedicato un link non mi piacciono. Semplicemente non mi andava di metterli adesso, ma magari poi li aggiungo.
 

telegrafato da sand alle 19:47 | link | commenti (13) |
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giovedì, 09 marzo 2006
no, niente.

“Electricity comes from other planets”
 
(Lou Reed)
 
 
Ieri ho visto il concerto (ma sarebbe più corretto definirlo una performance tra musica e teatro, e lettura e videoarte) di Laurie Anderson, e chi c’era seduto proprio davanti a me?
Be’ avete indovinato, c’era proprio il mitico zio Lou, il fu eroinomane Reed. Ha calato la testa e ha dormito tutto il tempo, poveretto. D’altronde c’ha un’età (64 anni), e poi lo spettacolo della compagna non era certo facile da seguire. Tutto quel parlare, tutto quel dire sarebbe stato meglio ad affidarlo a un libro (credo io) e lasciare un po’ più di spazio alla musica: da brividi gli intermezzi al violino solista, molto belli i sottofondi elettronici (suonati dal vivo e non).
E così Lou Reed, uno dei grandi del velluto sotterraneo, s’è addormentato, proprio come fa mio padre ogni sera davanti alla tivvù. All’inizio pensavo che avesse chiuso gli occhi per sentire meglio la musica, ma poi s’è proprio abboccato… memore dei tempi da sballo di eroina? No, non stava per niente fatto.
E allora ho dato la colpa di tutta quella stanchezza al jet-lag… ma se qui è sera, là in America non dovrebbe essere mattina? Mah, dovrebbe essere stato sveglio quindi.
Però Lou sembrava in forma, nei suoi soliti jeans e in una felpa verde con cappuccio, uno strano disegno sulla schiena, sembrava una foglia di marijuana; Lou mi è apparso come un gigante, muscoloso, i riccioli, lo sguardo fiero, le spalle larghe, ma l’amico che era con me ha detto che – anzi – era molto basso. Sarà che io lo guardo con gli occhi dell’ammirazione.
È stato strano, ero come impietrito. Avrei potuto rubargli una foto a tradimento, complice la mia compatta digitale; avrei potuto superare i buttafuori facilmente forse, per uno stupidissimo autografo sul mio moleskine; avrei potuto vedere se la porta di dietro dei camerini era aperta, per stringergli la mano e mostrargli infantilmente la mia maglietta warhol/underground revisited comprata a Londra… ma non me la sono sentita, non ho fatto niente di tutto ciò, e a posteriori a cosa dare la colpa se non alla mia timidezza? Sì, mi sono sentito parecchio intimidito. A cosa sarebbe servita una stretta di mano, un autografo, una foto… io sempre in questo schifo rimango, lui se ne torna a New York, mica diventiamo amici o che. Tristezza.
 
Lo rivedrò stasera, settima fila regalata da amici per il mio compleanno, e naturalmente mica lui farà le canzoni vecchie, no, perché Lou fa quello che vuole, al massimo ci regalerà un duetto con Laurie, e allora sì, forse qui scatterò qualche stupida foto senza valore, perché troppo lontano, e non intimidito quindi; e domani cercherò di intrufolarmi al vernissage della sua mostra fotografica (29 scatti di New York direttamente da casa Reed), sempre qui a Napoli, e chissà, forse riuscirò ancora a vederlo, più vicino, e magari anche lì, in adorazione come me, ci saranno un paio delle Afterfour, perché tra altre ragazze radical-chic mi sembra di aver intravisto anche loro ieri, sì.
 
Comunque lo spettacolo di Laurie Anderson è stato bello sì, anche se la difficoltà data dal rincorrersi dell’inglese parlato con i sottotitoli in italiano (e viceversa) e la mia ormai continua mancanza di concentrazione mi rende difficile scrivere a vostro vantaggio una buona recensione della cosa; pensieri continui ed estemporanei mi distraggono dallo spettacolo e allo stesso tempo pensieri riguardo lo scrivere dello spettacolo in atto mi distraggono da quello che sta accadendo realmente. È proprio vero che la scrittura è una frusta con cui finisci per flagellare te stesso… lo scrisse Truman Capote; lo scrivere, il pensare a scrivere di un qualcosa che (inevitabilmente) finirà nel tentativo di non perderlo, ti distrae dalla vita vera.
E a questo punto riporto anche una nota simpatica riguardo ai Velvet Underground, a Andy Warhol e Capote: proprio l’altro ieri, sul satellite (of love?), m’è capitato di vedere un documentario sulla reunion del ’93 dei Velvet Underground, reunion a cui fui timidamente (e inconsapevolmente) presente in quel di Napoli con i mitici che facevano da supporto agli U2 (…) e reunion che purtroppo non ha avuto più seguito benché il documentario finisse proprio con Lou Reed il quale sentenziava che, dopo una pausa di 25 anni, non si sarebbero lasciati mai più.
Bene, si parlava dell’argentea Factory creata dall’artista imprenditore Warhol e si ricordava di come tutti fossero affascinati dal platinato Andy… be’, tutti tranne Bob Dylan che pare che una volta entrò alla Factory per dire poi: ok, vado a parlare con Capodi… sì il sottotitolo italiano diceva proprio così, Capodi, ma in realtà io credo si sarebbe dovuto scrivere “Capote”, no? È a Truman che ci si riferiva, no? Io penso di sì, la pronuncia corretta del suo cognome in effetti è “Capodi”, quindi nota di demerito per il traduttore… o magari lo sbaglio è clamorosamente mio ed è impossibile che Capote abbia mai frequentato la Factory, può essere. Che qualcuno vada a controllare su Wikipedia, su.
 
Dello spettacolo di Laurie Anderson, “The End Of The Moon” (il satellite dell’amore, again), vi basti sapere che è il risultato di una specie di contratto con la NASA: un giorno qualcuno da lì l’ha chiamata e le ha chiesto se voleva essere la prima artista “in residence” della NASA, lei ha chiesto cosa doveva fare, loro hanno risposto che mica lo sapevano. Poi la nostra Laurie se n’è andata un po’ in giro per le installazioni spaziali della NASA, cioè non è che se n’è andata in giro per la galassia, ma si è limitata a visitare vari osservatori spaziali, laboratori, uffici e via così. Dopo un po’ le hanno detto che lei sarebbe stata anche l’ultima artista “in residence” della NASA, e poi le hanno chiesto cosa aveva imparato da questa esperienza. Lei a quel punto – giustamente – s’è sentita gravare da una grossa responsabilità e s’è messa al lavoro.
Una poltrona, delle candele, dell’incenso, un computer, un violino, un piccolo videoproiettore con immagine fissa sulla luna, tanti fogli, delle parole… ecco cosa aveva ricavato da quell’esperienza durata tre anni.
 
 
E fu così che noi vedemmo tutto quella sera.
La storiella del suo cane che portato a spasso sulle montagne rocciose si accorse che il pericolo poteva venire anche dall’alto, avvoltoi che giravano in circolo proprio sulla povera Lolabelle, un po’ come la presa di coscienza globale post-11 settembre, tutti a guardare a naso in su che nessuno aereo venisse a rovinare sul nostro grattacielo preferito; e poi come una sensazione di riuscire ad annusare l’odore della luce talvolta, la luce di una galassia (ma in questo mondo ritoccato dal photoshop quali sono i veri colori della bellezza?) lontana, non tutto quello che viene dall’alt(r)o è male (ma è vero che ci furono esplosioni atomiche sul lato oscuro della luna?); e poi la coscienza di come lo spazio-tempo sia così infinito in rapporto a noi, che a finire ci vuole lo spazio di un attimo… Ma il difficile sta nell’iniziare, no? La paura ti prende sempre all’inizio, Laurie dice che non esiste nessuno che balbetti alla fine… no? In un modo o nell’altro, poi tutto va.
Come parlare un perfetto italiano, anche se sei americana.
E poi tanti tanti tanti altri sogni a gravità zero che andranno tutti perduti come lacrime, questo si sa… nello spazio. Buonanotte.
 
 
          

telegrafato da sand alle 17:22 | link | commenti (11) |
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sabato, 07 gennaio 2006
buoni propositi/great expectations.

Selfish Cunt – “No Wicked Heart Shall Prosper”
 
Traccia numero 6, “Crackney Browns”: probabilmente non è la più bella canzone del disco, anzi sicuramente non lo è, ma forse è la più rappresentativa. Musica per organetto e urla. Sì, certo, negli altri pezzi non c’è ombra di organetto eppure riteniamo che sia tutto in questo minuto scarso l’essenza di questo disco: un tizio che urla e non sai perché (rabbia? frustrazione? tristezza?), perché forse nemmeno lui lo sa, e poi poche note ad accompagnarlo, inquietanti. Subito dopo parte “I love New York”ed ecco venire fuori l’anima musicale di questa band: una chitarra scorticata che macina uno di quei riff deraglianti che ci vuole poco che inizino a scavarti il cervello, una batteria elettronica e il solito tizio che urla. È la stessa canzone che hanno messo di sottofondo al loro sito, e non a caso crediamo, insieme alle immagini in loop del tizio urlante. Ma, vi avvisiamo, se cercate delle notizie sul loro sito, siete nel posto sbagliato: niente di niente. I tre ragazzi – sì, è un threesome – non hanno molta dimestichezza con la tecnologia, il loro campo di battaglia sono i numerosi concerti che tengono a Londra: ed è giusto che sia così, perché le aspiranti rock’n’roll star (o rock’n’ roll suicide?) non hanno tempo da perdere con stronzate come internet. Perché pare proprio che i Selfish Cunt siano la next big thing pronta a esplodere: “Best Live Band In Britain” ha già titolato l’NME nel febbraio del 2005 e, anche se di solito non c’è da fidarsi dell’NME sempre pronto a creare nuovi (falsi) miti, qui sembra esserci qualcosa di concreto. Questi non sono i soliti ragazzetti con i capelli a scodella d’ordinanza che vanno a sbronzarsi al pub sotto casa e poi scrivono la solita canzoncina pop sulla ragazza che li ha lasciati, no, la musica dei Selfish Cunt è musica selvaggia, sporca, marcia, oscura, i loro testi semmai parlano di sesso e non di amore, e di politica. “I love New York” appunto, e infatti qui niente brit-pop, ascoltando questo disco vengono in mente i fine anni ‘70 cantati e suonati a New York da gruppi come i Suicide (tornati proprio negli ultimi mesi sulle scene: assolutamente grandiosi nella loro pateticità da vecchi rincoglioniti) e, se il concetto non fosse ancora chiaro, “Britain Is Shit” declama Martin (il tizio che urla, appunto) alla fine del disco, alla stessa maniera punk in cui i Sex Pistols (che comunque sul brit-pop ci sputerebbero sopra) potevano urlare il loro No Future. Volendo fare nomi più moderni si potrebbero dire i primi Nine Inch Nails, quando Trent Reznor era ancora giovane e incazzato e soprattutto sapeva ancora scrivere una canzone anche solo con una batteria elettronica, e forse i grandiosi XIU XIU, per la follia invasata della voce: Martin prende a prestito “My Prerogative” per informarci che lo chiamano pazzo e cattivo ma lui se ne frega. Sì Martin, sei pazzo e a noi va bene così, tanto pazzo da fare anche la tua versione gay (“Yes”) di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, quei gemiti da orgasmo che magari oggi non sconvolgono più nessuno, ma solo se eterosessuali… E sappiamo che potresti pure picchiarci per questo paragone del cazzo… Ma non volercene, noi lo diciamo così, per scherzare. Go on, boy.
 
 
(english)
 
 
Track number 6, Crackney Browns: probably it’s not the best song of the album, it’s surely not, but it’s the one that represents it best maybe. Music for a little organ and screamings. Yeah, there isn’t any organ at all in the other songs but it seems that the real essence of this album is all in this short minute: a screaming guy and you don’t even know why (rage? frustration? sadness?) he’s screaming, because he’s the first one to not know the reason probably, and then just few notes, disturbing. Then it starts I Love New York and here to you the musical soul of this band: a scraping guitar playing one of those derailing riffs which start to delve into your brain as soon as possible, a drum-machine and the usual screaming guy. It’s the same song playing in background on their website, chosen not by chance I believe, along with a images loop of the screaming guy. But, let me warn you, if you go to their website looking for some news, you’ll end up being in the wrong place: there is almost nothing. The three boys – yeah, it’s a threesome – aren’t so familiar with technology, their battlefield is the numerous gigs they play in London: and this is so right, because the aspiring rock’n’roll stars (or rock’n’roll suicides?) haven’t so much time to lose with such stupid things like the internet. Because it seems that Selfish Cunt are really the next big thing ready to explode: “Best Live Band In Britain” already titled NME in February 2005 and, even if you can’t always believe in the NME which is way much too able to create new (and false) myths, it seems we have really something good here. These are not the usual guys with regulation indie haircuts who go to the pub near home to get drunk and then write the usual pop song about their girlfriend who dumped them, no, the Selfish Cunt music is wild, dirty, rotten, obscure, in case their lyrics talk about sex and not love, and politics. I Love New York precisely, fuck brit-pop, listening to this album I recall the late ’70 played and sung in New York by bands such as the Suicide (who came back on the stage just this year: absolutely grandiose in their being so pathetically old and fucked up) and, just in case the concept is still not clear, Britain Is Shit declaims Martin (the screaming guy, that’s it) at the end of the album, in the same punk way that Sex Pistols (who would spit on the brit-pop, by the way) could scream their No Future. If you want more modern bands they resemble I can tell you the first Nine Inch Nails, when Trent Reznor was still young and pissed off and most of all still knew how to write a song even with just a drum-machine, and perhaps the grand Xiu Xiu, for the possessed insane voice: Martin borrows the song My Prerogative to inform us that they call him crazy and nasty but he really doesn’t care. Yeah Martin, you are crazy and we like it this way, so crazy to sing your own gay version (Yes) of Whole Lotta Love by the Led Zeppelin, whit those orgasmic moans which today don’t upset anyone anymore maybe, but just if they  are heterosexual moans… And I know you could even beat me up for this stupid comparison… But don’t take it seriously, I am just joking. Go on, boy

telegrafato da sand alle 16:21 | link | commenti (6) |
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mercoledì, 05 ottobre 2005
L'isola Houellebecq. (contro la vita?)

autoritratto.
Alla presentazione sotterranea dell’ultimo libro (La possibilità di un’isola) dell’ingegner Houellebecq qualcuno rimane bloccato nell’ascensore, una lei si macera guardando il suo ex con la sua nuova ragazza, un vecchietto ha un giubbotto argentato dove campeggia – sulla schiena – un teschio fatto di brillantini, un’altra coppia discute rumorosamente al piano di sopra, una signora legge meccanicamente una domanda da un taccuino per poi prendere appunti sulla risposta senza probabilmente capirci niente in tutti e due casi, una ragazza (aspirante scrittrice, confessa) sbaglia un congiuntivo davanti a tutti.
 
Michel Houellebecq, meravigliato del suo status di star a Napoli, ha la faccia appuntita di uno gnomo e le mani sottili di una donna, ed è assai gracile nella sua camicia gialla; se ne sta per la maggior parte del tempo impassibile, con le spalle curve di chi non ha mai fatto palestra in vita sua; la sua pelle è dorata, abbronzata, e ha radi capelli biondi; talvolta sorride – timido – con uno strano brillio negli occhi. Mi è passato proprio davanti, sembra sentirsi fuori luogo, più che a disagio.
 
Lo scandaloso écrivain ci parla d’amore eterno (clonato?) e di cliché letterari auto-avveranti (eureka! urla, quando ciò accade) e, dopo aver consigliato una serie di libri di fantascienza ritorno di fiamma dalla sua adolescenza, ci ricorda che le religioni più sono monoteiste e più sono stupide (l’Islamismo? E con Rael come la mettiamo?) perciò preferisce i pantheon politeisti (come quello lovecraftiano o – meglio – quello greco)  e poi, rispondendo a una domanda, ne approfitta per metterci a corrente della sua idea di paradiso, un’idea come quella di tutti gli altri dice, con poche pretese di originalità: acqua, clima temperato, sole. Magari se si potesse avere meno luce – più nuvole – nei quadri che illustrano il paradiso, aggiunge infine, sarebbe più contento; ché il troppo azzurro gli fa male agli occhi.
Stranamente non fa alcun accenno al sesso, anzi mi pare di capire che alcuni suoi personaggi sono felici proprio perché – di sesso – non ne fanno.
 
L’introduzione è stata curata da un tizio che ha parlato per quasi mezz’ora credendo di dover tenere una lezione universitaria, terribilmente noiosa va da sé; l’in