dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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(myspace, audio, video, intervista, rece)
Perché si può dire che tutta la mia vita è basata sul senso della vista: leggere, scrivere, fotografare.
Eppure c’è chi nasce cieco o, peggio, ci diventa.
Adesso c’è in edicola questo numero di colors, dedicato ai ciechi e agli ipovedenti. La copertina è tutta bianca, la figura in rilievo, le scritte in braille: l’interno senza colori, le foto in bianco e nero.
In allegato un cd con tutta la rivista letta, una voce robotica, da ascoltare al computer; c’è anche della musica, balcanica. E allora, forse, la soluzione sarebbe sentire… ascoltare?
«Lo yogurt è blu». «Le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate». «L’acqua del laghetto è bianca». Queste sono alcune affermazioni di bambini ciechi tibetani che nella loro vita non hanno mai visto i colori. Io conosco il mondo dei colori, dei volti e dei paesaggi. E conosco il mondo dei ciechi. E spesso mi domandano: «Se potessi, quale di questi mondi sceglieresti?». La risposta non è facile. Da bambina ho spesso creduto che il mondo dei ciechi fosse un buco nero. Talvolta chiudevo gli occhi e con un brivido pensavo: «Così vive un cieco, isolato, sempre dietro a un muro». Quando ho cominciato io stessa, lentamente ma inesorabilmente, a perdere la vista, non riuscivo a conciliare la parola “cieco” con la mia situazione: non era diventato buio! Al contrario, dovendo immaginare quello che non vedevo, il mondo intorno a me diventò ancora più colorato e vivace. Riesco a spiegarmelo solo così: il senso della vista è un senso della distanza. Osserva, giudica e valuta. Vedere tiene lontani. Con i sensi che mi sono rimasti sono costretta ad andare vicinissimo, a “toccare” l’avvenimento, il problema o l’ostacolo. E spesso un ostacolo, quando ci si avvicina, si rimpicciolisce.
«Lo yogurt è blu» e «le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate»… Se oggi potessi scegliere, sceglierei questo mondo.
Sabriye Tenberken, co-fondatrice di Braille Without Borders e co-direttrice della prima scuola per ciechi in Tibet
Ho iniziato a insegnare fotografia con la convinzione che tutto quello che ha a che fare con la vista fosse positivo e sufficiente. Ma parte del mondo non può essere vista perché non possiamo illuminarla.
Un rabbino una volta mi ha detto che il Talmud parla dei ciechi come di sagi nahor, parole che in aramaico significano «grandi occhi». Come mi spiegò il rabbino, forse i ciechi vedono meglio dei vedenti; forse c’è la vista al di là degli occhi…
Estratto dal libro Seeing Beyond Sight di Tony Deifell, insegnante di fotografia per studenti ciechi
Solo un cieco può fare una foto onesta.
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p.s.: nel Museo della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze ci sono delle riproduzioni “da toccare” di alcune fotografie, molto suggestive… io all’inizio non avevo mica capito cosa fossero…
Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.
Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.
Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.
A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.
E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).
Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.
A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.
Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.
In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.
Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.
C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.
A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.
Altre cose che mi hanno colpito:
- il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;
- la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;
- le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.
Cosa che mi ha reso felice:
- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!
Interrogato al riguardo il venditore ambulante risponde che Anna Zacco è quella signora là, quella che prima viveva alla fine della strada, proprio laggiù, ma che adesso ha traslocato, se n’è andata.
Se n’è andata svuotando e rovesciando tutti i suoi cassetti su questa bancarella, certo non proprio lei, ma disponendo a chi di dovere che tutte le cose di quella casa fossero date via, libri, lettere, carte, foto, tutta una vita lasciata indietro insomma.
Perché alla fine una vita si riduce a questo: una serie di cose, e di oggetti, che raccontano ciò che è stato e che adesso non è più, un qualcosa che è lontano nel tempo e, in questo caso, anche nello spazio.
Una cosa che continua a esistere, ed è, solo grazie al ricordo.
Memorie, che ci rassicurano della nostra esistenza.
E allora quello che mi chiedo io, che non butto via nemmeno i biglietti del cinema, è come fa una signora a disfarsi di tutto questo (o come fa qualcuno a disfarsi per poche euro di un’intera biblioteca francese, sfogliata e annusata su un’altra bancarella).
Tra queste carte c’era un quaderno che riguardava la pensione del marito, militare, e poi una lettera di ringraziamento da parte di una tale Superiora, nel convento della quale probabilmente studiavano le figlie della signora Zacco, un libretto di massime cristiane, delle cartoline, dei ritratti del Papa di allora, ma soprattutto foto.
Insomma, rispetto alla fatica fatta, niente che avesse così tanto valore, come ha fatto notare il sorridente venditore che in quella casa (ma la signora Zacco è stata sfrattata, o ha deciso di andarsene di sua sponte?) addirittura pensava di trovare dei soldi.
Ma questo venditore, tuttavia, si è messo a vendere queste cianfrusaglie a 1euro lo stesso, cianfrusaglie senza valore se non per un nostalgico del tempo che fu, o per la signora Zacco e parenti, certo.
Io ho comprato due foto, due foto per un euro, foto di gioventù della signora in questione.
Tutte e due in bianco nero, stampate su carta che sembra tela, appena un po’ ingiallite, hanno resistito bene al passare del tempo, immortalando per sempre persone che, almeno con questo aspetto, non esistono più.
E invece che fine faranno tutte le nostre foto, quelle digitali, mai stampate e salvate su dischetti che da qui a dieci anni non saranno, forse, più leggibili causa mancanza e/o mutamento dei lettori?
Che fine faranno, le nostre memorie?
La foto che ho scelto per prima ritrae una donna che io presumo, appunto, sia la signorina Zacco, nel fiore della sua gioventù o, come si sarebbe detto allora, in età da marito.
Questa donna non sta sorridendo, le labbra piene sono chiuse, lo sguardo è penetrante e malinconico, ha dei fiori tra i capelli. Questi le arrivano alle spalle, e lei è molto bella. In un impeto artistico il fotografo (il cui marchio in rilievo è impresso sulla foto, a mo’ di pubblicità) ha donato a questa donna una specie di aura ultraterrena, adagiandola su sfondo bianco e cancellando quasi tutto il suo corpo, forse è lui stesso che le ha detto di non sorridere per rendere il ritratto più importante.
Di questa foto c’era anche un’altra copia, un po’ più macchiata, in effetti la signorina Zacco è venuta molto bene e forse ha voluto mandare questa foto a qualche amica, o addirittura a uno spasimante, imprimendo segretamente l’evanescente segno delle sue labbra amanti sul retro della foto.
Sì, perché all’epoca quasi tutte le foto venivano stampate a uso di cartolina postale, sul retro c’erano righe per l’indirizzo, e spazio per il francobollo.
Nella seconda foto la signorina Zacco invece è in compagnia della sorella e del figlio di questa.
Le due sorelle hanno ambedue un vestito nero a motivo floreale che differisce solo nel collo, più elegante per la sorella maggiore e più sbarazzino per la signorina Zacco; quest’ultima ha anche un cappellino bianco, posto di sbieco sui capelli un po’ più corti rispetto all’altra foto.
In questa foto la signorina Zacco si vede subito che è più giovane, è una ragazza, sorride, e i suoi occhi brillano, forse il suo cuore non è stato ancora spezzato, e non ha ancora avuto modo di soffrire per le traversie della vita; ma anche l’altra sorella, più grande e più bruttina, sorride, seppur in modo meno naturale. Lei è seduta su una sedia senza schienale, una sedia che di sicuro ha un nome preciso, e accavalla le gambe da vera signora, mostrando scarpe di vernice e calze a rete; davanti a lei c’è suo figlio, tutto vestito di bianco, pettinato e serio. Immobile, fisso, così come gli ha ordinato il fotografo (un altro marchio anche qui, differente). Questa sedia poggia curiosa su una piccola pelle di leopardo, regalo del padre militare lontano, chissà.
Intanto le ragazze di oggi, in metro, sfogliano tutte colorati cataloghi di paesi esotici e mai troppo lontani: Tunisia, Caraibi, Maldive, Sharm El Sheik; le vacanze si appressano e loro non vogliono certo farsi trovare impreparate.
Sfogliano, da sole o in compagnia di un’amica, questi compendi di sapori e afrori lontani che, attraverso precisi listini prezzi e foto vuote e irreali di villaggi non-luoghi in cui il cameriere di colore parla più italiano di te, promettono tiepidi bagni al cloro e bollenti serate house, baci salati con retrogusto di tabacco e sesso facile e veloce, da dimenticare il giorno dopo o magari anche qualche anno più in là, se si è più fortunate.
Quanto costa al giorno d’oggi una settimana lontana dalla solitudine e dalla munnezza opprimente?
Ci sono le offerte.
Alla fin fine lo sguardo di queste ragazze è uguale a quello della signorina inizio-secolo Anna Zacco: brillante e pieno di speranza, non ancora toccato – sporcato – dalla vita che verrà… per la maggior parte di loro.
Io, ovviamente, per mancanza di compagnia e/o risoluzione, non so ancora dove trascorrerò le mie vacanze, ma per intanto me ne vado al Primavera Sound, dove, tra i tanti altri, vedrò la Gioventù Sonica suonare per intero il sonico monolite Daydream Nation, il malinconico giramondo Beirut (ascoltate quel gioiellino pop che è Scenic World), i malinconirici Grizzly Bear, gli avanguardisti Battles, gli inventori del post-rock Slint, la sputazzante poetessa rock che non si depila, gli eroi della mia adolescenza indie-rock Girls Against Boys (cercate la grandiosa Let Me Come Back!), le zucche riunite addirittura.
«Ci vuole molto tempo per diventare giovani».
(pablo picasso)
La canzone si chiama Summer (tratta da One With The Sun) e loro sono gli Shy Child, ovvero il “nuovo” gruppo degli ex-El Guapo (poi SuperSystem) Pete Cafarella e Nate Smith, un gruppo che fa proprie portandole ancora oltre le ultime danzerecce tendenze dei SuperSystem: ecco allora di chi era la responsabilità della tanto vituperata (da alcuni, ma non da me) svolta dance degli avanguardisti El Guapo (Justin Destroyer I miss you!), trasformatisi appunto in SuperSystem!
Nei dischi degli Shy Child certe reminiscenze kraftwerkiane sono ancora più evidenti, anche se naturalmente loro sono molto meno ingessati e più selvaggi degli ingegneri del suono tedeschi, e non dico questo solo perché a uno dei due ormai lontani concerti degli El Guapo a cui ho assistito (senza dimenticare un altro dei SuperSystem) il buon Cafarella, come documentato dalle mie foto era 1megapixel, vestiva una stracciatissima maglietta dei maestri epoca Computer World, dico ciò perché certe sonorità (soprattutto nel primo Please Consider Our Time, a dire la verità un po’ più moscio del secondo) sono proprio quelle!
Sonorità al giorno d’oggi ovviamente svalutatissime perché in grado di essere riprodotte da qualunque quattordicenne con un minimo di estro e un pc da 600 euro a disposizione, ma non per questo da buttare o da evitare, ché non è mica da tutti scrivere tali orecchiabilissimi gioiellini techno-pop come questa Summer qui!
Cioè, come si fa a non andare fuori di testa con una canzone come questa o, ancora di più, con la tribalissima Technicrats?!?!? E Sunshine?!?
Bisogna solo essere rimasti fusi da qualche pasticca andata a male.
Insomma, se è questa la vostra tazza di tè (ma anche no), io ve li stra-consiglio, ché secondo me diventeranno dei grandissimi!
(terzo album, Noise Won’t Stop, in uscita a maggio, ma già disponibile nei migliori circuiti di filesharing)
In parole povere si tratta di un rito pasquale che ha luogo in svariati paesi dell’Irpinia il lunedì dopo Pasqua, detto anche Lunedì in Albis o, più volgarmente, Pasquetta.
Un bambino vestito da angelo guerriero (per sconfiggere l’onnipresente Male, no?) viene fatto volare giù dalla chiesetta del paese, nello spazio dove magari fino a poco prima s’è ballato latino-americano, saluta la Madonna recitando una preghiera per lei e lascia infine cadere petali di fiori colorati, a scopo propiziatorio.
Il bambino viene poi fatto scendere e ha inizio la sacra processione dietro la Madonna lungo le strade della contrada, processione che finisce con la Santa Vergine che guarda i fuochi d’artificio fatti esplodere, profanamente, in suo onore.
Le foto sono state scattate nella contrada Carpignano di San Mango sul Calore in provincia di Avellino, il 9 aprile 2007.