dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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hanno letto queste pagine *loading* persone!!!
Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.
Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.
Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.
A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.
E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).
Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.
A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.
Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.
In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.
Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.
C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.
A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.
Altre cose che mi hanno colpito:
- il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;
- la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;
- le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.
Cosa che mi ha reso felice:
- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!
«Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo è passato col suo facchino e che ci ha parlato? Certamente. Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero? (Estragone, dopo essersi invano accanito sulle proprie scarpe, si è di nuovo assopito. Vladimiro lo guarda) Lui non saprà niente. Parlerà dei calci che si è preso e io gli darò una carota. (pausa) A cavallo di una tomba e una nascita difficile. Dal fondo della fossa, il becchino maneggia pensosamente i suoi ferri. Abbiamo il tempo di invecchiare. L’aria risuona delle nostre grida. (Sta in ascolto) Ma l’abitudine è una grande sordina. (Guarda Estragone) Anche per me c’è un altro che mi sta a guardare, pensando. Dorme, non sa niente, lasciamolo dormire. (pausa) Non posso più andare avanti. (pausa) Che cosa ho detto?».
(samuel beckett)
«Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra».
(robert altman)

L’altro ieri è morto Robert Altman, grande regista americano, ma si è saputo solo ieri sera.
Oltre a film Altman, che ha ottenuto l’Oscar (alla carriera) solo quest’anno, ha diretto alcune serie televisive, serie come Bonanza (la cui sigla, Rawhide, viene cantata dai Blues Brothers – film rivisto sabato scorso – sotto una pioggia di bottiglie tirate da inferociti cowboy; voglio suonare come quelle canzoni dei Blues Brothers, dissi sedicenne al mio maestro di chitarra) e Tanner 88 (andata in onda proprio quest’anno, sul satellite).
Ieri mattina, leggendo il giornale, mi sono tornate in mente le parole «…qui si parla del Corpo, e a ragione…», non so perché, forse per il nuovo spettacolo di Rezza/Mastrella che da poco ha lasciato Napoli, pensavo di aver scritto queste parole nella mia vecchia rece del suo spettacolo dell’anno scorso, invece rileggendo la mia rece di The Company, uno degli ultimi film di Altman, è lì che le ho trovate.
Proprio nei giorni scorsi poi, invogliato da una cover sentita al bel concerto dei The Gentlemen’s Agreement di pochi giorni prima, ho ripreso un vecchio disco di Chet Baker, grande trombettista (nonché cantante) bianco con il vizio dell’eroina, fu anche arrestato in un’area di servizio italiana per questo, i poliziotti lo trovarono intento a farsi una pera nel cesso e così passò oltre un anno in un carcere italiano. Chet lo cito in fine di recensione per la sua magnifica interpretazione, presente nel film in questione, di My Funny Valentine.
Inoltre Rete4 aveva già in programma M.A.S.H. verso le 3 di questa mattina, ancor prima di sapere della morte del regista, mentre invece Rai3 ha dovuto cancellare la terza puntata di Milonga Station (di cui ho parlato l’altro giorno) per trasmettere Nashville, come omaggio.
Infine per minimum fax, proprio in questi giorni, è uscito un libro che raccoglie tutta la produzione poetica di Raymond Carver, grande narratore di storie americane, storie su cui Altman stesso si è basato per uno dei suoi film più famosi, America Oggi.
In questo film c’è anche Tom Waits, di cui forse oggi compro il magnifico cofanetto alla fnac.
L’altro giorno è stato un giorno strano. Ci ho messo due ore e mezza per fare circa venti chilometri. Dovevo andare a San Giorgio a Cremano (per il Kaleidoskope Festival 02), la strada pareva semplice, eppure a volte capitano cose strane, si continua a girare in tondo, sbagliare strada, svincolo. Non se ne capisce bene la ragione.
Un po’ come quella volta che andai a vedere Beck, anche lì fu incredibile, un incubo, sudori freddi. Continuavo a girare intorno, ero vicino, ma non ci arrivavo.
(A causa di ciò mi persi anche gli amati Raveonettes, ahimè.)
Ecco anche l’altro giorno è stato così, ma forse un po’ meglio fortunatamente.
Forse anche perché era giorno.
Comunque ho ufficialmente litigato con superstrade e uscite autostradali.
Parto di casa già con il mal di testa, sono le 16.40 circa, ma ho le mie indicazioni scritte, San Giorgio è vicino, non dovrebbe essere difficile ad arrivare. Quanto ci vorrà, mezz’ora al massimo.
E invece no.
Sbaglierò strada più volte, al primo svincolo mi fermerà la polizia, vedrò un incidente mortale di un motociclista, arriverò addirittura al centro di Napoli e poi tornerò indietro perché un simpatico benzinaio si rifiuta di darmi un’indicazione, pagherò circa 10euro di autostrada, di cui 3euro rubati da una fottuta macchinetta automatica.
Arrivato a San Giorgio (enorme! e chi se lo immaginava) girerò un po’ di volte per trovare parcheggio e finalmente arriverò in villa, dove scoprirò che la cosa era iniziata con qualche ora di ritardo (viva la napoletanità!); mi metto a sedere, saluto J., A..
A condurre l’intervista ai Matmos c’è P. N., il ragazzo con cui ho collaborato per il pezzo sul Neapolis, finalmente lo vedo, per scoprire che in realtà lo avevo già visto in disparate occasioni, anche all’università. Lui mi saluta, io vorrei pure presentarmi, ma non ne avrò l’occasione.
Nell’intervista vengono citati vari autori che non conosco, ma come al solito la mia mente vaga troppo per cogliere qualcosa d’interessante. Eppure di cose interessanti ce ne sono eccome, i Matmos sono delle persone molto intelligenti. Va bene, vorrà dire che cercherò di recuperare la videocassetta da A.
Comunque alla fine riesco a entrare gratis almeno, D. e G. decidono di non farmi pagare.
Visto che ho pagato quasi 10euro di autostrada direi che tutto torna, no?
Il concerto dei Matmos è un gran concerto. Loro sono in due ma sul palco vengono coadiuvati da una Zeena Parkins (camuffata da una parrucca nera, rispetto al suo live di poco precedente di cui poi si parlerà) e da un chitarrista di cui ignoro il nome. Uno dei Matmos, Drew il moro, si occupa del tappeto elettronico, beats&loops insomma, l’altro, il biondo Martin, produce musica concreta, maneggiando oggetti tra i più disparati da cui trae i suoni più vari.
I Matmos sono famosi proprio per questo in effetti, fare una musica che unisce l’elettronica a “rumori” presi dal vero; così, a seconda dei “rumori” sfruttati, ogni loro album sembra assomigliare a un concept: oggetti in sé, il mito del vecchio west, la medicina (la chirurgia plastica, l’eterno memento mori), la guerra civile americana, gli intellettuali di ogni tipo.
Il lato più spettacolare del loro concerto è proprio quello di Martin perché, sì, i Matmos dal vivo suonano, non mettono semplicemente le basi. E allora ecco Martin alle prese con un palloncino che si sgonfia, un tubo di plastica, del ghiaccio secco, dei petali (e anche dei mazzi) di rosa. Ogni cosa viene usata e reinventata allo scopo di creare musica.
Certo, probabilmente niente di originale, la musica concreta è una musica di futuristica memoria, quando i fischia(n)ti e rivoluzionari “intona-rumori” erano davvero qualcosa di straordinariamente mai visto et sentito, eppure i Matmos coinvolgono e stupiscono non solo un certo tipo di pubblico, ma anche quell’altro tipo, di pubblico.
Basti dire che al concerto è presente pure quel fighetto di Paolo Sorrentino, “appassionato di musica elettronica” si definisce, e questo appunto è tutto dire.
La scaletta del concerto attinge soprattutto al materiale più recente, ovvero vengono presentati e suonati pezzi presi soprattutto dall’ultimo disco dell’elettronico duo, disco titolato a seguito di una frase di Ludwig Wittgenstein, e le danze vengono aperte da uno scritto di Valerie Solanas provocatoriamente declamato da una rabbiosa Parkins.
È uno scritto contro l’uomo (inteso come genere maschile), di cui la frase più gentile è «L’uomo ha un cromosoma incompleto, è un aborto che cammina, quindi non serve a nulla», o qualcosa del genere.
Si passa poi ai più delicati, eppure possenti e voraci, mazzi di rose (di cui sopra) del filosofo austriaco, fino ad arrivare, attraverso ghiaccio e pezzi più vecchi suonati al triangolo, in una lontana terra burroughsiana, terra i cui ipnotici fumi d’oppio rischiano di stordire pesantemente.
Il concerto dura un’ora scarsa, ma l’impressione è stata quella di un lungo viaggio.
Nessuna foto è stata scattata, come se si fosse inchiodati alla sedia, troppo affascinati per fare anche solo un passo. È per questo che ci si affida alle parole, per ricordare.
Prima dei Matmos c’è stata Zeena Parkins, a riscaldare l’ambiente… o a raffreddarlo, dipende dai punti di vista. Zeena, le cui infinite collaborazioni vanno da Björk (ma anche gli stessi Matmos, del resto) fino alla Gioventù Sonica, è sola in scena, sola con la sua piccola arpa di produzione probabilmente artigianale, arpa su cui sono montati una serie di pick-up per chitarra e il cui suono viene riprocessato da una serie di effetti, non più solo per chitarra a questo punto.
Zeena pizzica le corde con le dita, talvolta le sfrega con una piccola catena, e ne tira fuori suoni aspri e ostici, ostici anche per l’orecchio più affinato e abituato a tali sonorità, sì.
In questi casi un grosso rischio è la noia, ma la Parkins è brava a non strafare e suona per non più di una mezz’oretta, senza cadere in quella che sarebbe poi sembrata una vuota masturbazione fine a se stessa. Di lì a poco raggiungerà poi i Matmos, di cui si è già scritto.
Ma prima ancora della Parkins c’era stato un trittico di gruppi napoletano (Ether – Kiò – Retina.it) che s’è diligentemente alternato sul palco, creando un flusso ben variato di corpi sonori elettronici.
Il corpo umano è quello che sta al centro del progetto Kiò infatti, non foss’altro perché in scena ci sono due attori, lo spiritato Michelangelo Dalisi e una da lontano irriconoscibile Monica Nappo, il cui canto notturno doppio risulta ben incorniciato dalle basi elettroniche amalgamate da Marco Messina, ex della posse più famosa di Napoli (e non solo).
Vengono declamati giornali, poesie, libri, parole… critiche e moderne.
A un certo punto il destino di una minestra di farro, da rigirare costantemente perché non si attacchi, si incontrerà/scontrerà con il destino della popolazione palestinese vessata dallo stato israeliano; il tutto mentre un maialino rosa fatto di peluche e plastica ci osserva appollaiato su una spia, facendo suo il nostro sguardo e ricambiandolo.
Signore e signori è questo, il mondo moderno.
Molto diversa – ma non per questo assolutamente disprezzabile – risulta invece l’offerta dei Retina.it (senza Marco Messina, e quindi non Resina) che propongono una musica elettronica serrata e tesa i cui veloci battiti sconfinano quasi nell’industrial, talvolta, e quella degli Ether, un trio che si fa apprezzare per atmosfere lounge (ma anche hip-hop) e allo stesso tempo inquietanti, quasi si stesse vedendo un film di David Lynch.
Naturalmente il concerto di Vinicio Capossela, due giorni prima, è stato molto diverso, e per atmosfera e per musica.
Un concerto partito male, con un Capossela scocciato che come un bambino capriccioso si lamenta dei tecnici che gli hanno rotto l’organetto Farfisa e la chitarra elettrica. Non riesce a suonare, si agita, va avanti e indietro, nervoso, e su e giù dal palco. Interromperà anche Lanterne Rosse, non si ricorda parole e/o musica, e gli spartiti non ne vogliono proprio sapere di stare fermi.
«Non c’è niente da ridere, ragazzi», sibila un Capossela fumante di rabbia a un pubblico divertito prima, ammutolito poi.
Va bene, si passa al prossimo pezzo. Corvo Torvo, e mai pezzo fu più appropriato.
A un tecnico che si avvicina per fissargli il microfono, Capossela gracchia e mulina le braccia come ali, impazzito, proprio come un corvo torvo. Non vorrei essergli stato vicino quel momento, sai l’umiliazione. Si sa come sono questi folletti pazzi.
Capossela si gratta di continuo, dev’essergli venuta la rabbia, nomina il nome di Cristo invano e fuma addirittura, cioè io non lo avevo mai visto fumare sul palco.
«Anche al vulcano lì di fronte gli piacerebbe fumare, sicuro», dice tirando una boccata con soddisfazione.
Vinicio stasera è quasi cattivo, rancoroso quando rifiuta applausi e cori, perché è lui la stella, e nessun altro, e quando ancora una volta interrompe un altro pezzo per ordinare di non fare foto.
«Affidatevi al ricordo, signori», dice severo.
Poi si parte in direzione della signora Luna (via Mosca, naturalmente: «Adesso faccio un pezzo techno-porno», ci avverte il nostro simpatico astronauta post-sovietico e posticcio), e il concerto comincia a riprendersi, a carburare come una vecchia volvo, e vedere Vinicio finalmente sorridere felice e fare il pagliaccio è impagabile. Deve essere l’alcool biondo, bevuto in quantità, a sciogliere Vinicio, e a renderlo il peronista convinto e buffone che è, e poi il calore del pubblico, certo.
La bolgia si scatenerà (infine) durante la marcia verso il camposanto infatti, così come è lecito che sia, e nessuno riuscirà più a mantenersi seduto e a rimanere lontano dall’uomo vivo e buffamente benedicente.
Beata gioventù!
I concerti di Vinicio sono sempre così, partono epici e lenti, e poi il delirio.
Il vero Vinicio è quello dei bis, quello ormai completamente ciucco di birra e di chissà cos’altro e totalmente gioioso, quello che canta Che Cossè l’Amor senza mai ricordarsi – e dico mai – le parole, quello che si mette a suonare pezzi popolari virandoli mariachi anche se forse li ha provati solo una volta prima, quello che si versa liquidi non ben identificati in testa, quello che finisce all’1.35 circa con l’inno alcolico ai musicisti da bar, ma invitando sempre tutti a guidare con prudenza, premuroso, alla volta di Ciccillo naturalmente.
Questa sera ho visto un Vinicio strano e magnifico che prima si è negato e poi si è dato tutto, con perle quasi mai suonate, conscio che il destino crudele è sempre dietro l’angolo, pronto a ghermirti e prenderti per sempre, così come s’è preso Leandro Misuriello, il povero bassista di Carmen Consoli (che avrebbe dovuto suonare la sera stessa in altro loco, ma sempre a Caserta) a cui un serio e commosso Capossela ha dedicato in fine il concerto tutto.
Ancora più diverso è stato il concerto di Paolo Conte, i biglietti per il quale li si è dovuti conquistare con grinta e decisione.
Ambientato nella magnifica cornice dell’Arena Flegrea (si dice sempre così, ma quanto scomode sono quelle gradinate!) il concerto è stato inevitabilmente un po’ “freddino”, vista la distanza tra pubblico e musicisti. Ma le canzoni sono belle lo stesso, e l’acustica è perfetta (anche questo si dice sempre, e in effetti è proprio così).
Paolo Conte ci accompagna per un’oretta e mezza in un mondo – il mondo di Razmataz – fatto di jazz e di anni ’20, quando le donne ballavano freneticamente balli luccicanti di lustrini e di paillettes, e gli uomini erano gentiluomini duri ma gentili. All’incontrè oggi viviamo in un mondo dove gli avvocati la fanno da padrone, e le parole d’amore sono scritte a macchina. Il passo è quindi claudicante, e non si ha nemmeno più voglia di andare al cine (za-za-za-za-za-zà).
Dove sono andate a finire le nuvole?
Che voglia di piangere ho.
Ma, in verità vi dico, il concerto che avrei voluto vedere più di tutti è quello dei Tv On The Radio; anche se il loro secondo disco mi ha deluso abbastanza, il primo (Desperate Youth, Blood Thirsty Babes… che titolo!!!) rimane comunque un capolavoro.
Non ci sono potuto andare, perché a Roma erano il giorno del matrimonio di D., e per Bologna non ho trovato nessuno.
Così sono andato in Puglia per questo matrimonio, due giorni, e tra viaggio e regalo non voglio nemmeno scrivere quanto ho speso perché me lo voglio proprio scordare, cosa non si fa per gli amici eh.
Io mi sono perso un concerto a cui tenevo molto (che dico molto, moltissimo!) e ho speso una barca di soldi, fesso che sono.
Che poi Vinicio lo continua a ripetere: «La vita è bellissima… e poi ti sposi!».
Quanta ragione che c’hai caro Vinicio, maestro di vita!
Quest’anno sono al quarto matrimonio, ne sono in vista altri due e già non mi sento tanto bene.
Che cazzo vi sposate a fare tutti? …Sìsì, tutta invidia la mia.
Poi dice che uno inizia a soffrire di solitudine, con tutti questi amici che si sposano.
Questi amici che sembrano degli adolescenti, per come ancora parlano delle donne, delle ragazze, questi ricchi amici berlusconiani che mettono in mostra lo scontrino di ogni cosa comprata, questi amici carabinieri dentro (e anche fuori) che ti classificano come «eversivo» o, peggio (per loro), «nannimoretti», solo perché ti sei fatto crescere la barba (che manco a farlo apposta è uscita pure rossiccia!).
Al giorno d’oggi uno non è nemmeno libero di farsi crescere la barba.
D’altronde Vinicio ha detto pure un’altra cosa riguardo ai matrimoni, qualcosa che aveva a che fare con la falsa testimonianza, ma non ricordo bene, però poi ha continuato parlando di riso, quello da matrimonio e quello vero, riso che non ammuffisce mai… mah, chissà cosa voleva dire.
Non ricordo e perciò mi fermo qui.
p.s.: Ma quindi la notte bianca di Roma consiste nel camminare a vuoto per ore facendosi largo tra migliaia di persone?
Bastava dirlo subito che la commozione sarebbe arrivata solo con il Vinicio finale che ovunque protegge e all’alba vincerà.