granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Utente: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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misteri

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
giovedì, 24 aprile 2008
dei ghiacciati canti.

telegrafato da sand alle 14:10 | link | commenti (3) |
musica, poesia, vita, sogni, arte, teatro, mondo, magia, video, rabbia, napoli, follia, estemporanea, ferocia

martedì, 11 dicembre 2007
la solitudine è la condizione necessaria per essere liberi.

Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.

Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.

Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.

A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.

E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).

Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.

A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.

Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.

 

In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.

 

Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.

C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.

A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.

 

 

 

Altre cose che mi hanno colpito:

 

-          il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;

 

-          la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;

 

-          le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.

 

 

Cosa che mi ha reso felice:

 

- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!

   

 

telegrafato da sand alle 19:26 | link | commenti (5) |
musica, immagini, scrivere, cinema, vita, tecnologia, sogni, arte, web , teatro, mondo, magia, video, napoli, happiness, spazio, verità, massmedia, tivvù, circus

lunedì, 26 novembre 2007
ritratti voom. (prologo)

telegrafato da sand alle 18:20 | link | commenti (3) |
poesia, cinema, tecnologia, sogni, arte, teatro, mondo, magia, video, spazio, follia, estemporanea, verità, dementia

lunedì, 22 ottobre 2007
colorismo.

telegrafato da sand alle 13:04 | link | commenti (18) |
poesia, immagini, cinema, arte, teatro, magia, rabbia, estemporanea, massmedia, circus, dementia

lunedì, 22 gennaio 2007
si nasce tutti pazzi... alcuni lo restano.

«Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo è passato col suo facchino e che ci ha parlato? Certamente. Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero? (Estragone, dopo essersi invano accanito sulle proprie scarpe, si è di nuovo assopito. Vladimiro lo guarda) Lui non saprà niente. Parlerà dei calci che si è preso e io gli darò una carota. (pausa) A cavallo di una tomba e una nascita difficile. Dal fondo della fossa, il becchino maneggia pensosamente i suoi ferri. Abbiamo il tempo di invecchiare. L’aria risuona delle nostre grida. (Sta in ascolto) Ma l’abitudine è una grande sordina. (Guarda Estragone) Anche per me c’è un altro che mi sta a guardare, pensando. Dorme, non sa niente, lasciamolo dormire. (pausa) Non posso più andare avanti. (pausa) Che cosa ho detto?».

 

                                                                                                 (samuel beckett)

telegrafato da sand alle 16:45 | link | commenti (6) |
vita, arte, teatro, leggere, mondo, follia, verità, saudade, dementia

mercoledì, 22 novembre 2006
coincidenze, intrecci, arabeschi, ragnatele. (rimandi, collegamenti)

 

«Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra».

                                                                                           

                                                                                                  (robert altman)

 

 

 

L’altro ieri è morto Robert Altman, grande regista americano, ma si è saputo solo ieri sera.

Oltre a film Altman, che ha ottenuto l’Oscar (alla carriera) solo quest’anno, ha diretto alcune serie televisive, serie come Bonanza (la cui sigla, Rawhide, viene cantata dai Blues Brothers – film rivisto sabato scorso – sotto una pioggia di bottiglie tirate da inferociti cowboy; voglio suonare come quelle canzoni dei Blues Brothers, dissi sedicenne al mio maestro di chitarra) e Tanner 88 (andata in onda proprio quest’anno, sul satellite).

Ieri mattina, leggendo il giornale, mi sono tornate in mente le parole «…qui si parla del Corpo, e a ragione…», non so perché, forse per il nuovo spettacolo di Rezza/Mastrella che da poco ha lasciato Napoli, pensavo di aver scritto queste parole nella mia vecchia rece del suo spettacolo dell’anno scorso, invece rileggendo la mia rece di The Company, uno degli ultimi film di Altman, è lì che le ho trovate.

Proprio nei giorni scorsi poi, invogliato da una cover sentita al bel concerto dei The Gentlemen’s Agreement di pochi giorni prima, ho ripreso un vecchio disco di Chet Baker, grande trombettista (nonché cantante) bianco con il vizio dell’eroina, fu anche arrestato in un’area di servizio italiana per questo, i poliziotti lo trovarono intento a farsi una pera nel cesso e così passò oltre un anno in un carcere italiano. Chet lo cito in fine di recensione per la sua magnifica interpretazione, presente nel film in questione, di My Funny Valentine.

Inoltre Rete4 aveva già in programma M.A.S.H. verso le 3 di questa mattina, ancor prima di sapere della morte del regista, mentre invece Rai3 ha dovuto cancellare la terza puntata di Milonga Station (di cui ho parlato l’altro giorno) per trasmettere Nashville, come omaggio.

Infine per minimum fax, proprio in questi giorni, è uscito un libro che raccoglie tutta la produzione poetica di Raymond Carver, grande narratore di storie americane, storie su cui Altman stesso si è basato per uno dei suoi film più famosi, America Oggi. 

In questo film c’è anche Tom Waits, di cui forse oggi compro il magnifico cofanetto alla fnac.

telegrafato da sand alle 13:01 | link | commenti (7) |
musica, immagini, cinema, vita, arte, web , teatro, mondo, concerti, napoli, dischi, estemporanea, saudade, massmedia, tivvù

domenica, 17 settembre 2006
attendiamo mappe dalla cracovia. (nel frattempo baciatevi baciatevi)

L’altro giorno è stato un giorno strano. Ci ho messo due ore e mezza per fare circa venti chilometri. Dovevo andare a San Giorgio a Cremano (per il Kaleidoskope Festival 02), la strada pareva semplice, eppure a volte capitano cose strane, si continua a girare in tondo, sbagliare strada, svincolo. Non se ne capisce bene la ragione.

Un po’ come quella volta che andai a vedere Beck, anche lì fu incredibile, un incubo, sudori freddi. Continuavo a girare intorno, ero vicino, ma non ci arrivavo.

(A causa di ciò mi persi anche gli amati Raveonettes, ahimè.)

Ecco anche l’altro giorno è stato così, ma forse un po’ meglio fortunatamente.

Forse anche perché era giorno.

Comunque ho ufficialmente litigato con superstrade e uscite autostradali.

 

Parto di casa già con il mal di testa, sono le 16.40 circa, ma ho le mie indicazioni scritte, San Giorgio è vicino, non dovrebbe essere difficile ad arrivare. Quanto ci vorrà, mezz’ora al massimo.

E invece no.

Sbaglierò strada più volte, al primo svincolo mi fermerà la polizia, vedrò un incidente mortale di un motociclista, arriverò addirittura al centro di Napoli e poi tornerò indietro perché un simpatico benzinaio si rifiuta di darmi un’indicazione, pagherò circa 10euro di autostrada, di cui 3euro rubati da una fottuta macchinetta automatica.

Arrivato a San Giorgio (enorme! e chi se lo immaginava) girerò un po’ di volte per trovare parcheggio e finalmente arriverò in villa, dove scoprirò che la cosa era iniziata con qualche ora di ritardo (viva la napoletanità!); mi metto a sedere, saluto J., A..

A condurre l’intervista ai Matmos c’è P. N., il ragazzo con cui ho collaborato per il pezzo sul Neapolis, finalmente lo vedo, per scoprire che in realtà lo avevo già visto in disparate occasioni, anche all’università. Lui mi saluta, io vorrei pure presentarmi, ma non ne avrò l’occasione.

Nell’intervista vengono citati vari autori che non conosco, ma come al solito la mia mente vaga troppo per cogliere qualcosa d’interessante. Eppure di cose interessanti ce ne sono eccome, i Matmos sono delle persone molto intelligenti. Va bene, vorrà dire che cercherò di recuperare la videocassetta da A.

Comunque alla fine riesco a entrare gratis almeno, D. e G. decidono di non farmi pagare.

Visto che ho pagato quasi 10euro di autostrada direi che tutto torna, no?

 

Il concerto dei Matmos è un gran concerto. Loro sono in due ma sul palco vengono coadiuvati da una Zeena Parkins (camuffata da una parrucca nera, rispetto al suo live di poco precedente di cui poi si parlerà) e da un chitarrista di cui ignoro il nome. Uno dei Matmos, Drew il moro, si occupa del tappeto elettronico, beats&loops insomma, l’altro, il biondo Martin, produce musica concreta, maneggiando oggetti tra i più disparati da cui trae i suoni più vari.

I Matmos sono famosi proprio per questo in effetti, fare una musica che unisce l’elettronica a “rumori” presi dal vero; così, a seconda dei “rumori” sfruttati, ogni loro album sembra assomigliare a un concept: oggetti in sé, il mito del vecchio west, la medicina (la chirurgia plastica, l’eterno memento mori), la guerra civile americana, gli intellettuali di ogni tipo.

Il lato più spettacolare del loro concerto è proprio quello di Martin perché, sì, i Matmos dal vivo suonano, non mettono semplicemente le basi. E allora ecco Martin alle prese con un palloncino che si sgonfia, un tubo di plastica, del ghiaccio secco, dei petali (e anche dei mazzi) di rosa. Ogni cosa viene usata e reinventata allo scopo di creare musica.

Certo, probabilmente niente di originale, la musica concreta è una musica di futuristica memoria, quando i fischia(n)ti e rivoluzionari “intona-rumori” erano davvero qualcosa di straordinariamente mai visto et sentito, eppure i Matmos coinvolgono e stupiscono non solo un certo tipo di pubblico, ma anche quell’altro tipo, di pubblico.

Basti dire che al concerto è presente pure quel fighetto di Paolo Sorrentino, “appassionato di musica elettronica” si definisce, e questo appunto è tutto dire.

La scaletta del concerto attinge soprattutto al materiale più recente, ovvero vengono presentati e suonati pezzi presi soprattutto dall’ultimo disco dell’elettronico duo, disco titolato a seguito di una frase di Ludwig Wittgenstein, e le danze vengono aperte da uno scritto di Valerie Solanas provocatoriamente declamato da una rabbiosa Parkins.

È uno scritto contro l’uomo (inteso come genere maschile), di cui la frase più gentile è «L’uomo ha un cromosoma incompleto, è un aborto che cammina, quindi non serve a nulla», o qualcosa del genere.

Si passa poi ai più delicati, eppure possenti e voraci, mazzi di rose (di cui sopra) del filosofo austriaco, fino ad arrivare, attraverso ghiaccio e pezzi più vecchi suonati al triangolo, in una lontana terra burroughsiana, terra i cui ipnotici fumi d’oppio rischiano di stordire pesantemente.

Il concerto dura un’ora scarsa, ma l’impressione è stata quella di un lungo viaggio.

Nessuna foto è stata scattata, come se si fosse inchiodati alla sedia, troppo affascinati per fare anche solo un passo. È per questo che ci si affida alle parole, per ricordare.

Prima dei Matmos c’è stata Zeena Parkins, a riscaldare l’ambiente… o a raffreddarlo, dipende dai punti di vista. Zeena, le cui infinite collaborazioni vanno da Björk (ma anche gli stessi Matmos, del resto) fino alla Gioventù Sonica, è sola in scena, sola con la sua piccola arpa di produzione probabilmente artigianale, arpa su cui sono montati una serie di pick-up per chitarra e il cui suono viene riprocessato da una serie di effetti, non più solo per chitarra a questo punto.

Zeena pizzica le corde con le dita, talvolta le sfrega con una piccola catena, e ne tira fuori suoni aspri e ostici, ostici anche per l’orecchio più affinato e abituato a tali sonorità, sì.

In questi casi un grosso rischio è la noia, ma la Parkins è brava a non strafare e suona per non più di una mezz’oretta, senza cadere in quella che sarebbe poi sembrata una vuota masturbazione fine a se stessa. Di lì a poco raggiungerà poi i Matmos, di cui si è già scritto.

Ma prima ancora della Parkins c’era stato un trittico di gruppi napoletano (Ether – Kiò – Retina.it) che s’è diligentemente alternato sul palco, creando un flusso ben variato di corpi sonori elettronici.

Il corpo umano è quello che sta al centro del progetto Kiò infatti, non foss’altro perché in scena ci sono due attori, lo spiritato Michelangelo Dalisi e una da lontano irriconoscibile Monica Nappo, il cui canto notturno doppio risulta ben incorniciato dalle basi elettroniche amalgamate da Marco Messina, ex della posse più famosa di Napoli (e non solo).

Vengono declamati giornali, poesie, libri, parole… critiche e moderne.

A un certo punto il destino di una minestra di farro, da rigirare costantemente perché non si attacchi, si incontrerà/scontrerà con il destino della popolazione palestinese vessata dallo stato israeliano; il tutto mentre un maialino rosa fatto di peluche e plastica ci osserva appollaiato su una spia, facendo suo il nostro sguardo e ricambiandolo.

Signore e signori è questo, il mondo moderno.

Molto diversa – ma non per questo assolutamente disprezzabile – risulta invece l’offerta dei Retina.it (senza Marco Messina, e quindi non Resina) che propongono una musica elettronica serrata e tesa i cui veloci battiti sconfinano quasi nell’industrial, talvolta, e quella degli Ether, un trio che si fa apprezzare per atmosfere lounge (ma anche hip-hop) e allo stesso tempo inquietanti, quasi si stesse vedendo un film di David Lynch.

 

Naturalmente il concerto di Vinicio Capossela, due giorni prima, è stato molto diverso, e per atmosfera e per musica.

Un concerto partito male, con un Capossela scocciato che come un bambino capriccioso si lamenta dei tecnici che gli hanno rotto l’organetto Farfisa e la chitarra elettrica. Non riesce a suonare, si agita, va avanti e indietro, nervoso, e su e giù dal palco. Interromperà anche Lanterne Rosse, non si ricorda parole e/o musica, e gli spartiti non ne vogliono proprio sapere di stare fermi.

«Non c’è niente da ridere, ragazzi», sibila un Capossela fumante di rabbia a un pubblico divertito prima, ammutolito poi.

Va bene, si passa al prossimo pezzo. Corvo Torvo, e mai pezzo fu più appropriato.

A un tecnico che si avvicina per fissargli il microfono, Capossela gracchia e mulina le braccia come ali, impazzito, proprio come un corvo torvo. Non vorrei essergli stato vicino quel momento, sai l’umiliazione. Si sa come sono questi folletti pazzi.

Capossela si gratta di continuo, dev’essergli venuta la rabbia, nomina il nome di Cristo invano e fuma addirittura, cioè io non lo avevo mai visto fumare sul palco.

«Anche al vulcano lì di fronte gli piacerebbe fumare, sicuro», dice tirando una boccata con soddisfazione.

Vinicio stasera è quasi cattivo, rancoroso quando rifiuta applausi e cori, perché è lui la stella, e nessun altro, e quando ancora una volta interrompe un altro pezzo per ordinare di non fare foto.

«Affidatevi al ricordo, signori», dice severo.

Poi si parte in direzione della signora Luna (via Mosca, naturalmente: «Adesso faccio un pezzo techno-porno», ci avverte il nostro simpatico astronauta post-sovietico e posticcio), e il concerto comincia a riprendersi, a carburare come una vecchia volvo, e vedere Vinicio finalmente sorridere felice e fare il pagliaccio è impagabile. Deve essere l’alcool biondo, bevuto in quantità, a sciogliere Vinicio, e a renderlo il peronista convinto e buffone che è, e poi il calore del pubblico, certo.

La bolgia si scatenerà (infine) durante la marcia verso il camposanto infatti, così come è lecito che sia, e nessuno riuscirà più a mantenersi seduto e a rimanere lontano dall’uomo vivo e buffamente benedicente.

Beata gioventù!

I concerti di Vinicio sono sempre così, partono epici e lenti, e poi il delirio.

Il vero Vinicio è quello dei bis, quello ormai completamente ciucco di birra e di chissà cos’altro e totalmente gioioso, quello che canta Che Cossè l’Amor senza mai ricordarsi – e dico mai – le parole, quello che si mette a suonare pezzi popolari virandoli mariachi anche se forse li ha provati solo una volta prima, quello che si versa liquidi non ben identificati in testa, quello che finisce all’1.35 circa con l’inno alcolico ai musicisti da bar, ma invitando sempre tutti a guidare con prudenza, premuroso, alla volta di Ciccillo naturalmente.

Questa sera ho visto un Vinicio strano e magnifico che prima si è negato e poi si è dato tutto, con perle quasi mai suonate, conscio che il destino crudele è sempre dietro l’angolo, pronto a ghermirti e prenderti per sempre, così come s’è preso Leandro Misuriello, il povero bassista di Carmen Consoli (che avrebbe dovuto suonare la sera stessa in altro loco, ma sempre a Caserta) a cui un serio e commosso Capossela ha dedicato in fine il concerto tutto.

 

Ancora più diverso è stato il concerto di Paolo Conte, i biglietti per il quale li si è dovuti conquistare con grinta e decisione.

Ambientato nella magnifica cornice dell’Arena Flegrea (si dice sempre così, ma quanto scomode sono quelle gradinate!) il concerto è stato inevitabilmente un po’ “freddino”, vista la distanza tra pubblico e musicisti. Ma le canzoni sono belle lo stesso, e l’acustica è perfetta (anche questo si dice sempre, e in effetti è proprio così).

Paolo Conte ci accompagna per un’oretta e mezza in un mondo – il mondo di Razmataz – fatto di jazz e di anni ’20, quando le donne ballavano freneticamente balli luccicanti di lustrini e di paillettes, e gli uomini erano gentiluomini duri ma gentili. All’incontrè oggi viviamo in un mondo dove gli avvocati la fanno da padrone, e le parole d’amore sono scritte a macchina. Il passo è quindi claudicante, e non si ha nemmeno più voglia di andare al cine (za-za-za-za-za-zà).

Dove sono andate a finire le nuvole?

Che voglia di piangere ho.

 

Ma, in verità vi dico, il concerto che avrei voluto vedere più di tutti è quello dei Tv On The Radio; anche se il loro secondo disco mi ha deluso abbastanza, il primo (Desperate Youth, Blood Thirsty Babes… che titolo!!!) rimane comunque un capolavoro.

Non ci sono potuto andare, perché a Roma erano il giorno del matrimonio di D., e per Bologna non ho trovato nessuno.

Così sono andato in Puglia per questo matrimonio, due giorni, e tra viaggio e regalo non voglio nemmeno scrivere quanto ho speso perché me lo voglio proprio scordare, cosa non si fa per gli amici eh.

Io mi sono perso un concerto a cui tenevo molto (che dico molto, moltissimo!) e ho speso una barca di soldi, fesso che sono.

Che poi Vinicio lo continua a ripetere: «La vita è bellissima… e poi ti sposi!».

Quanta ragione che c’hai caro Vinicio, maestro di vita!

Quest’anno sono al quarto matrimonio, ne sono in vista altri due e già non mi sento tanto bene.

Che cazzo vi sposate a fare tutti? …Sìsì, tutta invidia la mia.

Poi dice che uno inizia a soffrire di solitudine, con tutti questi amici che si sposano.

Questi amici che sembrano degli adolescenti, per come ancora parlano delle donne, delle ragazze, questi ricchi amici berlusconiani che mettono in mostra lo scontrino di ogni cosa comprata, questi amici carabinieri dentro (e anche fuori) che ti classificano come «eversivo» o, peggio (per loro), «nannimoretti», solo perché ti sei fatto crescere la barba (che manco a farlo apposta è uscita pure rossiccia!).

Al giorno d’oggi uno non è nemmeno libero di farsi crescere la barba.

 

D’altronde Vinicio ha detto pure un’altra cosa riguardo ai matrimoni, qualcosa che aveva a che fare con la falsa testimonianza, ma non ricordo bene, però poi ha continuato parlando di riso, quello da matrimonio e quello vero, riso che non ammuffisce mai… mah, chissà cosa voleva dire.

Non ricordo e perciò mi fermo qui.

 

 

 

 

 

p.s.: Ma quindi la notte bianca di Roma consiste nel camminare a vuoto per ore facendosi largo tra migliaia di persone?

Bastava dirlo subito che la commozione sarebbe arrivata solo con il Vinicio finale che ovunque protegge e all’alba vincerà.

telegrafato da sand alle 15:09 | link | commenti (14) |
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martedì, 09 maggio 2006
Un’offerta che non potevo rifiutare.* [o anche: “Sono figo, so un sacco di cose e scrivo bene.†(ma non ho un lavoro)]

Oggi sono stato in un centro commerciale (ogni tanto vado pure a fare la spesa, certo) dove si vendeva cultura a peso, nello specifico libri. Di lato al reparto edicola/libreria c’era questo ammasso di libri ammucchiati uno sull’altro ch’era pure difficile da vederli bene, e in mezzo c’era proprio una bilancia per pesarli, una bilancia da cibo, pure un po’ sporca a dire la verità. Perplesso dalla cosa mi sono incuriosito, e l’hostess di turno (bionda e bona naturalmente, stava leggendo un libro sull’amour) se ne deve essere accorta (di questa mia perplessità) anche se avevo gli occhiali da sole messi per avere più carisma e sintomatico mistero, così mi si è avvicinata e sorridendo mi ha detto questi libri si vendono a peso, 5.50 euri al kilo (mica come l’Adelphi che per 5e50 ti vende un misero librettino striminzito). Tu pesi il libro sulla bilancia e ti esce un adesivo con peso (e relativo prezzo) del libro in questione, proprio come se stessi comprando frutta e/o verdura. Mi sono dato allo scavo.
Già avevo individuato un libro strano, quadrato, senza copertina, cioè piuttosto che titolo e foto/disegno/illustrazione c’erano delle cose scritte con una grafia molto bella e particolare sopra; libro che poi si è rivelato essere un libro fotografico di Björk, la stellina islandese, e non so perché all’inizio ho pensato che fosse un libro a edizione limitata (o fuori catalogo da anni) e io stessi per fare il colpaccio manco avessi trovato l’edizione originale di quella meraviglia che è il Codex Seraphinianus (altro che codicedavinci di quel fesso di Dan Brown!). Tanto che ero eccitato ho pensato addirittura di comprare tutte e due le copie presenti giusto per regalarne una magari (sì, ma a chi? alla prima che passa?) o di rivendere la copia in più su ebay (dice che oggi si fa così e allora volevo provare anch’io il brivido dell’immondo mercimonio speculativo). Il libro tanto per dirvi l’ho pagato 3 euro e mezzo, poi ho controllato su ibs e in originale costa poco più di 20 euro ma è scontato del 50% e non so se è esaurito però no, non ho comprato la copia in più ma ci sto ancora pensando. Ovviamente il momento che mi deciderò a tornare per comprarlo si verificheranno contemporaneamente queste tre cose: 1) sarà già stato venduto, 2) non verrà mai più ristampato e 3) raggiungerà quotazioni stellari su ebay (su cui ho già fatto anche un giro preventivo per vedere se c’è, ma non c’è). La vita va così.
E dire che a me Björk manco piace più di tanto (al test presente nel libro in questione: “Sei ossessionato da Björk?”, io probabilmente raggiungerei punti zero) e qui già sento il coro dei commentatori silenziosi urlare buuuu, non capisci un cazzo di musica, però ammetto che mi piacciono le sue collaborazioni (tra gli altri, sull’album “Vespertine” ) con i Matmos (duo elettronico/gay di cui è appena uscito il nuovo disco con il dolce Antony come ospite d’onore a quanto pare, disco del mese su Blow Up peraltro) e un suo vecchio disco (gling-gló) in cui ancora giovinetta la nostra si dilettava a cantare canzoni jazz nel suo originario idioma islandese… sono il solito snob musicale, è chiaro. Comunque non ritengo Björk totalmente da buttare (come dimenticare quel piccolo adorabile capolavoro di video-musical che è “It’s Oh So Quiet”?) non vi preoccupate (e chi si preoccupa?, penserà la maggioranza silenziosa di cui sopra), è solo che non capisco tutto questo strapparsi i capelli. Comunque.
Il libro (sfogliato mentre ascoltavo il quarto disco del magnifico cofanetto a edizione limitata “Lullabies To Violaine” dei Cocteau Twins, cofanetto che sì che sta raggiungendo quotazioni stratosferiche sul mercato dei collezionisti; però non ho ancora smesso di aspirare al monstruoso cofanetto doppio cd/dvd + libro dei Kraftwerk di cui posseggo solo il doppio dvd per adesso, ma che suoni/toni devono usare per avere tali effetti sulle mie sinapsi?) comunque è bello, pieno di foto (Araki, Mondino, Corbijn, CunninghamGondry eccetera eccetera), ha una sovraccoperta in simil-tessuto (mi sembra) con davanti un raccontino (appunto) e dietro una foto; l’ho parcheggiato con la parte fotografica rivolta verso il mio letto sul nuovo mobiletto quadricromo comprato(mi) da mia madre che (mi) compra le cose senza dir(mi) nulla (e io che avevo bisogno ancora di un nuovo mobile porta-cd/libri/dvd, piuttosto). Alla mia veneranda età dovrei andarmene a vivere da solo lo so, e voi pure c’avete ragione. Ma volete mettere la comodità di vivere ancora a casa dei genitori?
Così Björk mi guarda mentre dormo, ed è bellissima, come una monnalisa pop. In questa foto le sgorgano grosse lacrime verdi dagli occhi e dal naso e ha la bocca viola, magari ve la scannerizzo sì; poi c’è un’altra foto che mi piace molto: Björk è più giovane, frangetta e codini, vestita di rosa è di schiena a piedi nudi in ginocchio sul letto ma si è girata e ci guarda mentre suona quella che sembra essere una diamonica rossa in una camera tutta verdeblu nel cui unico specchio si riflette un cuore, questa non la scannerizzo perché rischierei di rovinare il libro mi spiace. Fatevi bastare la mia descrizione a perdifiato, quindi.
Poi ci sono anche un paio di foto del Kurt generazionale e di Michael Jackson, non capisco perché, e di un tizio che non so chi è, e poi le foto di una bambina che sembra proprio la figlia (???) di Björk; infine raccontini, poesiole, disegnini, saggetti, tutti con la loro brava traduzione in italiano a parte in fine di libro, su fogli gialli e sottili come quelli della bibbia. Evviva.
Ho comprato anche altri tre libri, libricini illustrati (scritti da Angela Carter, Max Jacob, Laura Esquivel) per l’infanzia in su, rispettivamente illustrati da Simona Mulazzani, Fabian Negrin, Francisco Meléndez. Favolette insomma, pagate poco più di 3 euro in tutto.
I disegni di Meléndez sono proprio belli, non so chi mi ricordano, forse Mark Ryden (di cui c’è una Björk disegnata nel libro di cui si parla in precedenza), ma adesso che ci penso assomigliano ai disegni dei wallpaper originali di “Big Fish” di Tim Burton, o forse più al tratto grottesco di un cartone animato ispirato alla metamorfosi di Franz Kafka che mi è capitato di vedere una volta.
I disegni che illustrano la storia del surrealista Jacob (la storia da cui mi aspetto di più) pure sono belli, sembrano i disegni di quel fumettista svizzero (mi pare) che graffia sul foglio nero per far uscire fuori il (di)segno bianco, magari è proprio lui, chissà.
I disegni dell’italiana sono quelli più normali al solito (però non è che mò tutte le ragazze italiane non sanno disegnare, date un’occhiata ai simpatici mamuozzi di questa mia amica, per esempio), carini ma niente di che, il libro l’ho comprato giusto perché era della stessa collana dei precedenti, anche se c’è da dire che è stato il primo che ho pensato di compare visto che parlava di un gatto che incredibilmente vive in fondo al mare: come andrà a finire?
Detto per inciso, sono tutti libri quadrati e Mondadori con il prezzo ancora in lire: che la Mondadori stia fallendo? Sarebbe la giusta punizione per non aver ancora (ri)pubblicato, a completamento dell’opera penta-galattica,  “Praticamente Innocuo” di Douglas Adams nella piccola biblioteca. Bastardi forte sì, ma non è il caso di lasciarsi prendere dal panico, lo pubblicheranno un giorno, almeno spero.
Comunque no, non credo, la spiegazione più semplice è che si stampano più libri di quanti effettivamente se ne leggano. Fondi di magazzino, quindi.
 
Parlando di libri e Mondadori, aggiungo che stamattina sono andato in una scuola (dopo essere passato in un’altra scuola per reclamare certi soldi che mi spettavano, ma per la realizzazione di alcuni spot progresso però) per uno di quei progetti precari (per me) dove io e un’altra leggiamo dei libri invitando – come si dice – i ragazzini prima alla lettura e poi al dialogo. In precedenza ero già stato in altre scuole, scuole medie dove ragazzi e ragazze assuefatti (d)alla playstation (attenzione, non è il mezzo ma l’uso che se ne fa a essere deleterio) e allevati dal mariadecostanzo nazionale (in modo che siano pronti i più “fortunati” a diventare nuovi berluschini e i più sfortunati a rimanere irrimediabilmente delusi dall’aspirazione costantinesca/velinesca) mi guardavano inebetiti non sapendo cosa dire e/o sognare. Fa sempre tristezza accorgersi di queste giovani generazioni d’oggi definitivamente perdute.
Invece la scuola di stamattina (un direttore giovanissimo!) era una scuola elementare, una vera scuola d’élite peraltro, piena di libri e giornali (gratuiti), con mobili antichi, privata e giustamente pure cattolica, incredibile a dirsi provvista anche di ristorante e giardino. I bambini, ispirati dalla storiella zoologica letta, hanno fatto la fila (ma davvero, eh) per venire a dire la loro e parlarci del loro piccolo animaletto domestico morto chissà quando e chissà come. Però sorridevano tutti mentre ce lo raccontavano, forse per loro è ancora possibile la salvezza. Il potere dei soldi, evidentemente. Chi ce l’ha va avanti, I suppose.
Un effetto strano.
 
Tornato a casa, prima di mangiare patate bollite e tonno al naturale (sì, sono a dieta e vado pure in palestra con tanto d’iPod d’ordinanza, perché la prova-costume si presenta per tutti, ma per ovvie ragioni affettive non riesco a rinunciare alla cioccolata: come devo fare?), ho ricevuto via msn (ah, questi tempi moderni talvolta mi commuovono) una proposta di matrimonio (per vedere com’è, ha detto) da una mia amica australiana, così da vero casanova le ho detto di sposarci in estate in modo che lei avrebbe potuto mettersi in bikini, ma essendo lei ossessionata dalla lingerie (sei cassetti pieni ha affermato di averne) preferirebbe l’abito classico per mettere la giarrettiera e così via. Okay da gran gentiluomo quale sono farò questo sacrificio e mi adeguerò, ma il dubbio è: dove sposarsi? Australia, o Italia? E se poi m’imbarco per l’Australia, l’aereo cade e faccio la stessa fine di quei fessi di Lost?
 
Poi ho visto “Mio padre ha 100 anni”, il corto (registrato oggi dietro “Freaks” di Tod Browning, purtroppo cancellando per sbaglio “La Jetée” corto apocalittico di Chris Marker a cui si è ispirato Terry Gilliam per “L’esercito delle 12 scimmie”) scritto da Isabella Rossellini (a cui un po’ assomiglia la mia amica disegnatrice di cui sopra) e diretto da Guy Maddin, corto dedicato appunto a Roberto Rossellini rappresentato come un pancione parlante e per questo motivo tanto odiato (il corto, non il padre) dalla sorella della Rossellini (Bergman chi?); boh, a me il corto è piaciuto, in una fumosa e rarefatta atmosfera blanc et noir Isabella (principale se non unica interprete di tutti i personaggi, registi perlopiù) si aggira triste e spaesata parlando di Cinema e biasimando l’oblio in cui è caduto il padre. Pollice in su quindi.
 
Se a questo punto c’è qualcuno che ancora non si è scocciato di farsi i fatti miei ed è ancora interessato, allora questo qualcuno si merita un premio… be’, più o meno.
Domani vado a vedere (per la seconda volta) gli Xiu Xiu (suoneranno dopo, ma anche insieme, a-gli italiani Larsen, con cui daranno vita al progetto XXL che ultimamente ha pubblicato “ Ciautistico!”; forse sarà presente anche una suicide girl amica di amico!), e se non avete ancora ascoltato il loro debutto “Knife Play” il consiglio da parte mia ci sta tutto: è un disco epocale, ascoltatelo prima dei soliti cofanetti di ristampe che fioccheranno quando il cantante si sarà suicidato definitivamente! Non vi dico che genere è ché senno pensate che non vi piace e non ve lo scaricate/comprate. Sappiatemi dire cosa ne pensate.
Visto che mi trovo, consiglio pure un altro disco di uno che è già morto però (necrofili che non siete altro!), “Cure For Pain” dei Morphine, un grande gruppo fatto solo di una voce, un sassofono, un basso a due corde, una cassa e un rullante, un charleston occasionale. Il morto in questione sarebbe Mark Sandman (nomen omen!), ovvero il cantante/bassista dei Morphine (poliziotto: «perché vi chiamate morphine?», mark: «perché ci piace il dio del sonno»), signorine lettrici ascoltate la sua voce e abbiate il coraggio di dire che non è eccitante. Anni fa il povero Mark schiattò proprio in Italia, d’estate, infarto sul palco (esiste un modo migliore di morire per un musicista?) in quel di Palestrina (Lazio). E pensare che io ci stavo pure andando a quel concerto. Non li vedrò mai più, proprio come i Nirvana.
 
 
 
 
 
*Per quelli che non hanno colto la [cit.] del titolo: è una parafrasi della battuta più famosa de “Il padrino” di Coppola. Il padrino fa sempre offerte che non si possono rifiutare, è una cosa lapalissiana. Venerdì scorso ho visto la prima parte (3 ore e mezza filate!) di “The Godfather 1902-1959: The Complete Epic”, ovvero i 3 film della saga completa del padrino montati in ordine cronologico. Grandioso. Venerdì vedrò la seconda (e ultima?) parte. Stasera invece mi guardo “Il resto di niente” della De Lillo ispirato al romanzo omonimo di Enzo Striano da cui i 24grana hanno tratto una canzone, e poi forse “Escoriandoli” (che comunque registrerò) di Rezza (di cui con tanta passione s’è discusso su queste pagine).
Be’, direi che dopo quest’altri inutili fatti miei inutilmente riportati qui, posso alfine salutare quell’unico dei quattro gatti che avrà resistito a leggermi fino in fondo.
 
 
Ciao.
 
 
p.s.: Chissà se dopo tutto questo scrivere a tempo perso riuscirò anche a stroncare come si deve l’ultimo (scialbo e dispersivo nella sua totale inconcludenza) Bellocchio. Speriamo. Già non mi è riuscito di stroncare quella ciofeca annegata nella melassa hollywoodiana tratta dal bellissimo, lirico e disperato “Chiedi alla polvere” di John Fante (Alighieri?).         
 
 
n.b.: I link messi sono casuali, non è che quelli a cui non ho dedicato un link non mi piacciono. Semplicemente non mi andava di metterli adesso, ma magari poi li aggiungo.
 

telegrafato da sand alle 19:47 | link | commenti (13) |
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giovedì, 09 marzo 2006
no, niente.

“Electricity comes from other planets”
 
(Lou Reed)
 
 
Ieri ho visto il concerto (ma sarebbe più corretto definirlo una performance tra musica e teatro, e lettura e videoarte) di Laurie Anderson, e chi c’era seduto proprio davanti a me?
Be’ avete indovinato, c’era proprio il mitico zio Lou, il fu eroinomane Reed. Ha calato la testa e ha dormito tutto il tempo, poveretto. D’altronde c’ha un’età (64 anni), e poi lo spettacolo della compagna non era certo facile da seguire. Tutto quel parlare, tutto quel dire sarebbe stato meglio ad affidarlo a un libro (credo io) e lasciare un po’ più di spazio alla musica: da brividi gli intermezzi al violino solista, molto belli i sottofondi elettronici (suonati dal vivo e non).
E così Lou Reed, uno dei grandi del velluto sotterraneo, s’è addormentato, proprio come fa mio padre ogni sera davanti alla tivvù. All’inizio pensavo che avesse chiuso gli occhi per sentire meglio la musica, ma poi s’è proprio abboccato… memore dei tempi da sballo di eroina? No, non stava per niente fatto.
E allora ho dato la colpa di tutta quella stanchezza al jet-lag… ma se qui è sera, là in America non dovrebbe essere mattina? Mah, dovrebbe essere stato sveglio quindi.
Però Lou sembrava in forma, nei suoi soliti jeans e in una felpa verde con cappuccio, uno strano disegno sulla schiena, sembrava una foglia di marijuana; Lou mi è apparso come un gigante, muscoloso, i riccioli, lo sguardo fiero, le spalle larghe, ma l’amico che era con me ha detto che – anzi – era molto basso. Sarà che io lo guardo con gli occhi dell’ammirazione.
È stato strano, ero come impietrito. Avrei potuto rubargli una foto a tradimento, complice la mia compatta digitale; avrei potuto superare i buttafuori facilmente forse, per uno stupidissimo autografo sul mio moleskine; avrei potuto vedere se la porta di dietro dei camerini era aperta, per stringergli la mano e mostrargli infantilmente la mia maglietta warhol/underground revisited comprata a Londra… ma non me la sono sentita, non ho fatto niente di tutto ciò, e a posteriori a cosa dare la colpa se non alla mia timidezza? Sì, mi sono sentito parecchio intimidito. A cosa sarebbe servita una stretta di mano, un autografo, una foto… io sempre in questo schifo rimango, lui se ne torna a New York, mica diventiamo amici o che. Tristezza.
 
Lo rivedrò stasera, settima fila regalata da amici per il mio compleanno, e naturalmente mica lui farà le canzoni vecchie, no, perché Lou fa quello che vuole, al massimo ci regalerà un duetto con Laurie, e allora sì, forse qui scatterò qualche stupida foto senza valore, perché troppo lontano, e non intimidito quindi; e domani cercherò di intrufolarmi al vernissage della sua mostra fotografica (29 scatti di New York direttamente da casa Reed), sempre qui a Napoli, e chissà, forse riuscirò ancora a vederlo, più vicino, e magari anche lì, in adorazione come me, ci saranno un paio delle Afterfour, perché tra altre ragazze radical-chic mi sembra di aver intravisto anche loro ieri, sì.
 
Comunque lo spettacolo di Laurie Anderson è stato bello sì, anche se la difficoltà data dal rincorrersi dell’inglese parlato con i sottotitoli in italiano (e viceversa) e la mia ormai continua mancanza di concentrazione mi rende difficile scrivere a vostro vantaggio una buona recensione della cosa; pensieri continui ed estemporanei mi distraggono dallo spettacolo e allo stesso tempo pensieri riguardo lo scrivere dello spettacolo in atto mi distraggono da quello che sta accadendo realmente. È proprio vero che la scrittura è una frusta con cui finisci per flagellare te stesso… lo scrisse Truman Capote; lo scrivere, il pensare a scrivere di un qualcosa che (inevitabilmente) finirà nel tentativo di non perderlo, ti distrae dalla vita vera.
E a questo punto riporto anche una nota simpatica riguardo ai Velvet Underground, a Andy Warhol e Capote: proprio l’altro ieri, sul satellite (of love?), m’è capitato di vedere un documentario sulla reunion del ’93 dei Velvet Underground, reunion a cui fui timidamente (e inconsapevolmente) presente in quel di Napoli con i mitici che facevano da supporto agli U2 (…) e reunion che purtroppo non ha avuto più seguito benché il documentario finisse proprio con Lou Reed il quale sentenziava che, dopo una pausa di 25 anni, non si sarebbero lasciati mai più.
Bene, si parlava dell’argentea Factory creata dall’artista imprenditore Warhol e si ricordava di come tutti fossero affascinati dal platinato Andy… be’, tutti tranne Bob Dylan che pare che una volta entrò alla Factory per dire poi: ok, vado a parlare con Capodi… sì il sottotitolo italiano diceva proprio così, Capodi, ma in realtà io credo si sarebbe dovuto scrivere “Capote”, no? È a Truman che ci si riferiva, no? Io penso di sì, la pronuncia corretta del suo cognome in effetti è “Capodi”, quindi nota di demerito per il traduttore… o magari lo sbaglio è clamorosamente mio ed è impossibile che Capote abbia mai frequentato la Factory, può essere. Che qualcuno vada a controllare su Wikipedia, su.
 
Dello spettacolo di Laurie Anderson, “The End Of The Moon” (il satellite dell’amore, again), vi basti sapere che è il risultato di una specie di contratto con la NASA: un giorno qualcuno da lì l’ha chiamata e le ha chiesto se voleva essere la prima artista “in residence” della NASA, lei ha chiesto cosa doveva fare, loro hanno risposto che mica lo sapevano. Poi la nostra Laurie se n’è andata un po’ in giro per le installazioni spaziali della NASA, cioè non è che se n’è andata in giro per la galassia, ma si è limitata a visitare vari osservatori spaziali, laboratori, uffici e via così. Dopo un po’ le hanno detto che lei sarebbe stata anche l’ultima artista “in residence” della NASA, e poi le hanno chiesto cosa aveva imparato da questa esperienza. Lei a quel punto – giustamente – s’è sentita gravare da una grossa responsabilità e s’è messa al lavoro.
Una poltrona, delle candele, dell’incenso, un computer, un violino, un piccolo videoproiettore con immagine fissa sulla luna, tanti fogli, delle parole… ecco cosa aveva ricavato da quell’esperienza durata tre anni.
 
 
E fu così che noi vedemmo tutto quella sera.
La storiella del suo cane che portato a spasso sulle montagne rocciose si accorse che il pericolo poteva venire anche dall’alto, avvoltoi che giravano in circolo proprio sulla povera Lolabelle, un po’ come la presa di coscienza globale post-11 settembre, tutti a guardare a naso in su che nessuno aereo venisse a rovinare sul nostro grattacielo preferito; e poi come una sensazione di riuscire ad annusare l’odore della luce talvolta, la luce di una galassia (ma in questo mondo ritoccato dal photoshop quali sono i veri colori della bellezza?) lontana, non tutto quello che viene dall’alt(r)o è male (ma è vero che ci furono esplosioni atomiche sul lato oscuro della luna?); e poi la coscienza di come lo spazio-tempo sia così infinito in rapporto a noi, che a finire ci vuole lo spazio di un attimo… Ma il difficile sta nell’iniziare, no? La paura ti prende sempre all’inizio, Laurie dice che non esiste nessuno che balbetti alla fine… no? In un modo o nell’altro, poi tutto va.
Come parlare un perfetto italiano, anche se sei americana.
E poi tanti tanti tanti altri sogni a gravità zero che andranno tutti perduti come lacrime, questo si sa… nello spazio. Buonanotte.
 
 
          

telegrafato da sand alle 17:22 | link | commenti (11) |
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venerdì, 02 dicembre 2005
L'avanguardista non intellettuale esiste? (RezzaMastrella_Fotofinish@Napoli_29/11/2005)

Antonio Rezza infine cala come un pazzo tra il pubblico, fiondandosi ad abbrancare la mia consapevole amica sedutasi inutilmente in fondo alla platea per sfuggire alle grinfie dell’esagitato e stralunato spilungone; in effetti lei è assai bellina e lui avrà pensato: quando mi ricapiterà un’occasione così?
E così ecco il pubblico tutto trascinato e disteso a forza sul palco, chi vittima chi carnefice, a torso nudo i poliziotti vestiti i morti. Rezza con tutte le sue faccette/vocette e il suo muto compare Armando Novara (il vero eversivo, confesserà poi lo stesso Rezza: ma è così al naturale o è sotto l’effetto di qualcosa?), finti gay per tutto lo spettacolo, scoprono e mostrano la loro vera natura quando un nuovo universo si apre a loro: il culo femminile… e allora giù precise carezze, senz’alcun inutile pudore.
 
È teatro questo? Spettacolo, o bassa libidine?
Il dubbio viene, ed è lecito che venga.
A fine spettacolo Rezza non farà che ripetere guardate che io ho dei problemi, vedete come passo io le mie serate a 39 anni, e il sipario cala sulle parole ma non ve ne eravate accorti prima?
Ma come si fa ad accorgersi di un qualcosa di cui si è (ancora) vergini?
 
Lo spettacolo è surreale all’inizio, storie (a volte quasi barzellette) che vanno a sovrapporsi e incastrarsi l’una sull’altra grazie alla duttilità della parola e del corpo: non c’è soluzione logica di continuità, eppure il divertimento c’è perché è l’assurdo a divertire, l’assurdo di questa vita rappresentata in cui si passa dall’ufficio allo psichiatra e poi dall’ortopedico alla palestra senza nessun problema, anzi con gioiosa spensieratezza, benché un mutuo eterno gravi sulle spalle (di noi tutti).
 
E poi un fotografo che fotografa dita e facce ricoperte da mani, un bambino che vince biciclette impossibili e a quattro anni già spera in un infarto che gli porti la pace necessaria, grottesche suore impegnate in una dissacrante (?) corsa, un simpatico cane schizofrenico, un amante che offre al collega pomodori pachino intinti nel proprio sudore, un politicante che parla di improbabili (ma anche no) cittadini crocifissi uno alla volta però ché sennò scatta la multa, un non ben identificato tizio che spiega la differenza tra film erotico e film porno, una ragazza che rivelerà ben altra natura nel calendario ormai oggigiorno d’ordinanza.
 
E poi, ancora, le sghembe e bislacche sculture di Flavia Mastrella che beffardamente diventano di volta in volta ospedali, case di campagna, torri gemelle, modello base di nazioni unite. È l’artificio magico del teatro, la sospensione suprema del dubbio: credere a quello che non c’è.
Rezza riesce nel suo intento (dichiarato), riesce a confonderci, Rezza (ci) fa ridere, ma la sua è una presa in giro: veramente voi credete a queste cose, dirà in fine di spettacolo, non si sa se più con cattiveria o con pietà.
Perché il pubblico (senza tener conto dei tanto odiati e vituperati giornalisti) per Rezza è malato, ma soprattutto paziente da guarire, se non addirittura già irrecuperabile cadavere: lui è di volta in volta medico, cura, aguzzino, dittatore.
 
Eccolo allora a dirigere – controllare –  questo pubblico: lo spoglia, lo lecca, lo imbocca, lo deride, lo minaccia, lo deruba, lo smanaccia, lo percuote, lo violenta. Se il pubblico non vuole sottomettersi, allora il pubblico ha dei problemi, il pubblico è morto. Ma è troppo semplice dire così.
La realtà è che pian piano lo spettacolo va sfrangiandosi, sfilacciandosi, cercando a tutti i costi il contatto con un timido quanto più o meno recalcitrante pubblico paradossalmente questo spettacolo rallenta e diventa immobile indebolendosi lì dove si fa soprattutto improvvisazione: non si ride più, anzi non ci si diverte più, ed è inutile lamentarsi, la tensione (l’ansia) dello show cala assalendo e accumulandosi sul povero spettatore che a un certo punto inizia a preoccuparsi solo di cosa tenterà di fargli il nudissimo satiro Rezza.
 
Seguono quindi fucilazioni sommarie, botti sparsi, duri sarcasmi, palpamenti gratuiti… È, questo, il teatro della crudeltà di cui parlava Antonin Artaud?
Confessiamo la nostra ignoranza in materia e quindi non ci pronunciamo in merito, ma a essere sinceri non era proprio questa la libertà che ci aspettavamo dal seppur interessante e geniale spettacolo di questo finto (è fin troppo lucido, in realtà) decerebrato.
 
L’impressione finale è quella di un superego narcisista e strabordante, dittat(t)oriale, arrogante e presuntuoso*, Rezza è un attore (un performer!?) che promette libertà agli astanti, ma quello che (non) regala è solo autogratificazione personale: Rezza è un tiranno che usa il (proprio) pubblico per i suoi più o meno infimi scopi, perché la verità è che la (sua) guarigione non può che avvenire se non con e attraverso gli altri, sta poi a ognuno di noi la decisione di farsi usare o no… Ma d’altronde è chiaro che nessuno vieta allo spettatore di usare lui stesso e per i propri scopi le continue provocazioni di Rezza, e forse è proprio quello che lui vuole e si aspetta.
 
Perché un tiranno, è qui il triste inganno, non è niente senza gli altri, ne ha bisogno, che questi altri siano spettatori o votanti non cambia nulla; e il contraddittorio Rezza è un tiranno che si mostra in tutta la sua debolezza e solitudine nel momento in cui, atteggiandosi a grande rockstar o atleta vincitore, torna a raccogliere applausi alla fine dello spettacolo (momento di massimo disvelamento, come si è potuto ben capire) e conclude, sapendo magnanimamente di farci un favore: e la prossima volta riempitelo, ‘sto cazzo di teatro.
 
 
 
 


*Come del resto Rezza ha ampiamente dimostrato durante la presentazione della sua ultima fatica letteraria alla FNAC, dove si è rifiutato di mettere in scena la performance prevista affermando che lui non spreca le sue energie per un pubblico (così) esiguo.

telegrafato da sand alle 13:08 | link | commenti (29) |
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