dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
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hanno letto queste pagine *loading* persone!!!
Tanto vale confessarlo subito: i Tortoise li avevamo abbandonati quasi subito dopo il disco capolavoro tnt, ché troppo perfetto era quel disco per poter rimanere stupiti ancora una volta dai medesimi. All’epoca quella era stata davvero la musica che ci aveva traghettato verso la maturità degli ascolti (eccoci qui, siamo davvero diventati grandi: quel viaggio attraverso tutta l’Italia per il nostro primo festival accompagnati da quelle “canzoni” così strane ce lo ricordiamo ancora), quello era un disco dove convivevano elettronica, fusion, rock, progressive, indie, insomma, di tutto un po’.
Un suono che andava oltre il rock e che appunto proprio per questo venne, e viene, definito post-rock; alcuni parlarono, e parlano, anche di neo-prog e non proprio del tutto a torto, come si vedrà in seguito. Quel disco, con la sua copertina così naif, funzionò davvero da spartiacque (solo per noi?), sia per un certo tipo di musica, che per gli stessi Tortoise: cioè, avrebbero mai potuto far di meglio?
Non conosciamo benissimo i dischi successivi della Tartaruga di Chicago eppure, avvertendo per loro una sorta di caduta nel dimenticatoio, non sembra che i Tortoise, tra post-punk e nu-rave vario, siano rimasti propriamente sulla cresta dell’onda (in effetti, senza contare il disco insieme a Bonnie “Prince” Billy mancavano dalle scene da circa cinque anni). Il disco successivo al capolavoro dinamitardo lo chiamarono Standards, come a voler auto-concedersi una sorta di classicità, lo sentimmo ma non ci provocò lo stesso sconvolgimento del disco con la copertina a righe. Allora lì vedemmo (già) live, in uno di quei festival dove il palco è enorme, e la distanza emotiva troppa. Ovviamente gran musicisti, sì, ma quella serata di fine settembre fu anche piuttosto fredda.
Ascolti distratti (mea culpa) degli album dopo appunto (ci) confermarono che il gruppo s’era un po’ perso per strada (ma cos’è questo… uhm… hard rock?).
E allora perché tornare a rivederli dal vivo?
Be’, detto chiaramente: non ci si aspettava che questo nuovo Tortoise, Beacons Of Ancestorship, fosse così dannatamente bello. Echi e riverberi dell’abbagliante disco bianco che fu addirittura: davvero, certi suoni sembrano, anzi sono, proprio quelli.
E così eccoci qui, tornati sotto al palco (dove si intravede anche qualche quarantenne, il che è piuttosto confortante: esiste ancora qualche vero appassionato!), per vederla ancora una volta, la nostra massiccia tartaruga americana.
La doppia batteria montata sul palco è una dichiarazione di intenti, e certo non è un caso che le due batterie della nostra macchina fotografica decidano di fare i capricci proprio oggi: questa è musica da godersi senza distrazioni.
La dichiarazione che (ci) fanno i Tortoise è questa: la nostra musica è ritmo, groove (ma c’è groove e groove, attenzione), “noi siamo/facciamo batteria”: compatti, lucidi, potenti. Non si ispireranno alla tartaruga così per caso, no?
Certo poi ci sono la marimba, lo xilofono, le tastiere, la chitarra, il basso, ma tutto questo sembra contorno (ma che contorno, cacchiarola!), quello che risalta definitivamente all’orecchio è soprattutto l’incredibile ritmo in cui riescono a portarti questi cinque gran musicisti americani (i cui tatuaggi e il continuo passare da uno strumento all’altro la dicono lunga su quanto tempo è che stanno nell’ambiente musicale, no?).
Prima si parlava di neo-prog, e non a caso, infatti la prima impressione, dopo qualche pezzo, è proprio quella: una sorta di ritorno agli anni ’70 dove la fanno da padrone ritmi complessi e precisi, e laghi di tastiere/synth reiterati ed evocativi. Poi certo si ritorna in anni più recenti e tra i pezzi nuovi si inseriscono, come volevasi dimostrare, anche pezzi dal disco di cui si è (stra)parlato fino adesso, e la musica diventa (anche) una sorta di fusion, ovviamente nel senso buono del termine. Forse si sente meno “elettronica”, ma giusto perché la dichiarazione di intenti dei Tortoise è quella di cui sopra: noi abbiamo e suoniamo strumenti veri, e passiamo dall’uno all’altro senza alcun problema. Le magliette sudate alla fine del concerto stanno lì a dimostrarlo.
Ma davvero tra accelerate rock, scomposizioni fusion, atmosfere prog, strutture indie, e ritmi elettronici, in un frenetico e sorridente (questi qui si divertono veramente quando suonano, altro che ventenni depressi!) crescendo appassionato che conosce pausa solo per qualche inconveniente tecnico, non si saprebbe proprio come precisamente definirla, alfine, questa incredibile musica di cui abbiamo goduto in quest’ora e mezza… che dite, la chiamiamo solo Musica e basta?
Per vincere questa battaglia bisogna pensare, agire, come se si fosse già morti.
Ed essere morti significa immergersi nell’oceano delle onde che restano onde per sempre, quindi inutile aspettare che si calmino le acque. Le acque non si calmeranno mai.
Partecipare alla sfilata di carri allegorici carnevaleschi organizzata dal gridas (gruppo risveglio dal sonno… della ragione che genera mostri, altro che quartiere dormitorio, un teschio che diventa pagliaccio è il suo simbolo) del mai troppo compianto Felice Pignataro significa entrare, passare, in luoghi proibiti il cui accesso è vietato ai più, luoghi che nell’immaginario comune significano una sola cosa: pericolo. E in effetti, forse, così è, come ci confermano spesso le più tristi cronache, ma tuttavia questo è il ventisettesimo anno che si ripete questo Carnevale e qualcosa, questo, vorrà pur dire.
La sfilata parte dal quartiere Monterosa, proprio dal gridas appunto, il laboratorio policulturale dove tra le tante iniziative vengono costruiti, con cartapesta e materiali riciclati, questi carri che raccontano la nostra realtà più contemporanea (le banche, l’A(h)l’Italia, la scuola e i tagli più o meno esistenziali, il ghetto, l’innominabile).
Il corteo si protrarrà per qualche chilometro, per più di due ore, e ai carri, circondati da festanti bambini con maschera e costume di ordinanza (alcuni trampolieri addirittura), si aggiungeranno via via le biciclette della Massa Critica, i salti della Capoeira Triarte, i fiati della Titubanda, i clown musicanti della Malamurga, semplici curiosi attratti dal festoso fracasso. A piedi, e senza scorta delle istituzioni (la minuscola è d’obbligo), si attraverserà quasi tutta Scampia, periferia delle periferie anche nota come la 167: ovvero la piazza di spaccio più grande del mondo, probabilmente.
Tuttavia questo non significa che qui non vivano persone oneste: infatti eccole qui, le persone oneste, ce le ho davanti, sono quelle che organizzano il tutto e sfilano per le strade a ritmo incalzante di trombe, tamburo e parodia cantante, proprio lì dove fino a qualche ora prima si stava spacciando. Come tutti sanno a Carnevale ogni scherzo vale, ed ecco che oggi tutto è permesso: i criminali si fermano attoniti e stupiti di fronte a tale felicità vociante e colorata, e quasi ci si commuove a vedere tanti colori in mezzo a tale degrado: sì, è proprio vero, una risata li seppellirà.
I bambini ovviamente sono quelli più contenti (soprattutto quelli rom, mentre quelli italiani vengono tenuti più a bada da protettivi genitori), tutti ridono, ballano, lanciano coriandoli (non fa capolino nemmeno un uovo), si affollano davanti all’obiettivo della mia macchina fotografica. Truccati semplicemente di colori, barba e baffi finti, una maschera di cartone, si fanno avanti, spavaldi, e chiedono una, cento, mille foto: me la porti poi, per favore?
Anche altri ragazzini di Scampia, non mascherati ma con indosso la divisa impostagli dalla vita e una pistola giocattolo stretta in pugno, vogliono una foto, si mettono in posa e sorridono, sono bambini anche loro d’altronde.
Intanto quelli che si credono grandi in occhiali scuri, tuta e scarpe da ginnastica, osservano increduli e forse anche un po’ infastiditi, tutto questo burdell’ disturba il loro lavoro.
Poi all’improvviso la banda tutta si ferma in uno spazio angusto, un posto le cui vie di accesso sono chiuse da cancelletti abusivi, è che non tutti sono ammessi qui, alcune persone sono indesiderate. Ma la banda passa e suona lo stesso, e la gente si affaccia dai balconi a guardare in giù: basta poco per colorare il grigiore delle loro vite.
Il corteo, sempre più numeroso, si avvia ormai all’ultima tappa dove si procederà a bruciare, in barba alla sfortuna, quei carri con tanta passione costruiti: una fiammata, e tutto scomparirà.
La strada che porta al Campo Nomadi (ma sono veramente nomadi, queste persone?) è una strada cieca mai completata che muore lì dove dovrebbe continuare, una strada riconoscibile dai tombini scoperti, vuoti, basta un attimo di distrazione per caderci dentro. Su questa strada c’è la carcassa di un piccolo cane che stranamente non puzza, un’auto data alle fiamme chissà quanto tempo fa, e svariati pupazzi di peluche che si ammassano, a significare chissà cosa, chissà che, per terra, tra detriti e rifiuti. A completare la cartolina, sullo sfondo, il famigerato asse mediano.
I bambini rom, quegli stessi bambini pronti a giocare in un campo da calcio senza pallone e a chiedere se quella è la mia fidanzata e se possono sposarla subito, sembrano non accorgersi di niente, ancora più eccitati dall’imminente rogo dei carri.
I fuochi d’artificio bruciano in un attimo quello che è stato costruito in settimane, i colori scompaiono, e naturalmente l’ultima a morire è l’effige del potente di turno, preso infine a calci, come si conviene in tutte le dittature del mondo. (più scarpe per tutti!)
Adesso fuori dal campo è comparsa pure qualche ragazzina nomade che, come tutte le ragazzine del mondo, si sente lusingata e arrossisce, quando le chiedi una foto; viene da domandarsi anche chissà i padri di questi bambini, ragazzi, dove sono, non si vede nemmeno un adulto in giro, giusto qualche mamma che è lì lì per partorire ancora una volta. Intanto questi bambini hanno cominciato a prendere a calci anche quei carri non destinati alla distruzione, alla fine sono solo bambini, per loro tutto è, o dovrebbe essere, almeno, gioco.
Nel frattempo il corteo si sta sciogliendo, sopravvive solo qualche capannello, si comincia a tornare a casa, le lasagne aspettano. Altri però rimangono al campo, come sempre. La loro casa è quella, anche se a pensarci, a vederla, una baracca di legno e lamiera piazzata in mezzo a un nulla recintato da reti arrugginite, sembra incredibile.
Nell’aria si sente l’odore del fuoco, le vampate di calore mi bruciano il viso, il fumo invade i polmoni. Ecco, il sole è andato via, il cielo si è fatto nero, si è alzato un vento freddo, tutto lascia presagire che tra poco pioverà.
«Molte persone sono così ossessionate dal passato che ne muoiono. […] È che il passato per alcune persone ha una tale presa e una tale bellezza… non puoi fermare il presente. Devi solo abbandonare ogni giorno il tuo passato. E accettarlo. E se non riesci ad accettarlo, allora devi ricrearlo. Che è quello che ho fatto».
«All'inizio il mio lavoro è paura di cadere. Più tardi è diventato arte di cadere. Come cadere senza farsi male. Più tardi ancora è arte di stare sospesi».
(louise bourgeois)
ho speso più di 200euro “solo” per andare a vedere TOM WAITS.
sono un pazzo.
e domani si parte per il primavera sound di Barcellona.
ma sì, continuiamo così.