granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
sabato, 26 gennaio 2008
non solidarietà, ma opere di bene.

Stiamo morendo, piano piano, affogati. In quei sacchi neri potrebbero già esserci, dei morti, tanto nessuno se ne accorgerebbe. Già vedere persone che, come fossero gabbiani, o ratti, scavano tranquille nei cumuli di spazzatura, selezionando, vagliando, prendendo, non sconvolge quasi più.

Alla stazione di Mugnano (incompleta da mesi, non si capisce perché) c’è un acquario abbandonato, da giorni, mezzo pieno d’acqua. Le strade del mio paese, provincia, periferia, sono impraticabili, bloccate. Un auto con un enorme sacco nero sul tettuccio passa, fa una curva, e lo la lascia cadere, come se niente fosse. Oggi anche dagli alberi, ormai scheletriti dall’inverno, pendono sacchetti di plastica, come neri frutti di morte. Mozzarella addio, «la monnezza è oro» [cit.].

Quel fumo che esce da lì, dal fianco di quella neonata collina, in pianura, è verde, e di notte brilla, come una bomba pronta a esplodere, e brucia. Nessuno sa cosa sia, perché nessuno l’analizza, ma quel fumo lì puzza e non è cosa naturale che esca dal terreno.

L’altro giorno, in metro, c’erano due genitori con la loro bambina, denti sporgenti che le facevano il labbro leporino, ptosi della palpebra sinistra. Magari non c’entra niente, o magari dovremo prepararci sempre di più a cose di questo genere. Deve essere terribile per un genitore la nascita di un figlio malformato. Che i responsabili approntino un nuovo monte Taigeto quindi, adesso, subito.

impregilo, fibe, montefibre, acna, pellini, Tamburrino, Perrella, sono nomi che possono non dire nulla ai più, ma non a una persona che abbia la minima voglia di capirci qualcosa, di questo orribile scempio: questi sono nomi di demoni per chi ha la pazienza di leggere e scavare a fondo.

Sapete che a Napoli da un ospedale, il maggiore specializzato in tumori, un giorno è stata trafugata la banca dati con tutti i nomi dei malati con relativi tumori e possibili cause degli stessi?

Chi potrà mai essere stato, si chiederà l’ingenuo.

I bambini in gita scolastica oggi bevono redbull, e le bambine (truccate e slanciate) hanno gli occhi che brillano, mentre osservano la vetrina con gli ultimi modelli di cellulari. Questo è il mondo in cui viviamo. Rifiuti solidi, ma anche ideologici, spirituali, oserei dire, se non fosse così ridicolo dirlo.

L’unica soluzione forse sarebbe davvero vendere tutto ai cinesi (altro che quel cileno di De Gennaro!), munnezza e compagnia bella, ché loro hanno bisogno di tutto, che se ne occupi la camorra (le loro strade: pulitissime!) delle trattative, che i nostri politici manco questo sono capaci di fare. È ovvio che il nostro caro Bassolino nomen omen! Iervolino! tutti questi –ini! – non si dimetta: i criminali che ha fatto prosperare in tutti questi anni lo ammazzerebbero.

 

 

Intanto una coppia di adolescenti, li vedo ogni giorno, si baciano e si dicono parole dolci nella metro di Scampia, ultimamente fermata così alla moda, nascosti dietro un distributore automatico di biglietti.

Sono veramente piccoli e la loro felicità mi commuove, tanto sono distanti da tutto e da tutti, in quell’oretta che noi napoletani chiamiamo controra, che trascorrono lì.

Chissà quanto durerà, chissà quando finirà.

 

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serie b

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domenica, 13 gennaio 2008
adesso il disco degli atari ve lo dovete solo comprare.

atari

(myspace, audio, video, intervista, rece)

telegrafato da sand alle 15:40 | link | commenti (10) |
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martedì, 11 dicembre 2007
la solitudine è la condizione necessaria per essere liberi.

Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.

Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.

Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.

A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.

E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).

Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.

A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.

Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.

 

In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.

 

Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.

C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.

A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.

 

 

 

Altre cose che mi hanno colpito:

 

-          il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;

 

-          la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;

 

-          le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.

 

 

Cosa che mi ha reso felice:

 

- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!

   

 

telegrafato da sand alle 19:26 | link | commenti (5) |
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lunedì, 03 dicembre 2007
fino a quando puoi sentire il suono dentro. (CarlaBozulich@Napoli, 23/11/2007)

carla bozulich 04

Durante il concerto Carla e Tara si sorridono sempre, si vede che sono molto amiche.

Carla ci tiene a sottolineare che non è stata Tara a farle l’occhio nero, è solo uno stupido gossip questo, ma è stato un completo sconosciuto venuto fuori dal nulla a picchiarla, a Parigi, così come racconta sul suo sito.

Alla fine del concerto lei è molto provata, frastornata, cerca i suoi cd da vendere e non vuole nemmeno lasciarsi fotografare, perché non si sente molto bella oggi, con quel livido che le copre parte della faccia che si fa nera, e verde; si vede che la musica è una cosa che lei sente molto, durante l’ultima canzone s’è quasi commossa. Il suo concerto è stato molto intenso.

Partito sfilacciato e desolato si è fatto via via più pieno, in crescendo, ma rimanendo tuttavia spigoloso, duro, e se fosse durato un po’ di più sarebbe diventato ancora più bello, ma a quanto pare Carla non può sopportare oltre un peso emozionale di questo genere, e così si ferma.

La canzone con cui finisce, da sola, è una cover di cui non ricorda nemmeno tutte le parti strumentali, confessa, e mi sembra di capire che parli di una ragazza che gira con una pistola in una borsetta, e di una mattina in cui lei si sveglia ed è sorpresa di ritrovarsi viva nella stanza di un hotel; forse perché ha passato la notte in strada, a battere. Ma forse è solo la mia immaginazione.

A vent’anni comunque anche Carla era una prostituta, lo era perché solo così poteva procurarsi i soldi per farsi di eroina, ma il più delle volte era così fuori di sé che non riusciva nemmeno a farsi pagare un pompino o una scopata, i clienti le gettavano giusto pochi spiccioli; sono cose che ha raccontato lei stessa, queste.

Poi, come sempre succede, un ragazzo si è innamorato di lei e ha deciso di salvarla; così l’ha portata in un centro di riabilitazione e le ha regalato le sinfonie di Mahler (quello amato da Bukowski, e ascoltato dai vecchietti alla fine di Coffee&Cigarettes di Jim Jarmusch), non vestiti o anelli.

Tutto quello che Carla poteva fare era ascoltare quella musica, e disintossicarsi; e anche se una volta uscita di lì non avrebbe più ritrovato quel ragazzo ad aspettarla, ormai lei era una musicista.

Le sue canzoni sono dolenti, scavano dentro; la sua è la voce di una Patti Smith più aspra, più dolorosa; nella sua musica c’è oscurità e luce, blues e perdono.

Durante il concerto un martelletto percuote le corde della sua chitarra, e le parole soffiate in un microfono giocattolo vengono risucchiate dai pick-up attraverso l’amplificatorino e cacciate di nuovo via, poi, più forti che mai.

Mentre canta Carla sembra rivolgersi a un dio, talvolta è un organo molto spirituale a sorreggere la sua voce, che sale alta, ma poi lei abbassa subito lo sguardo, perché forse lei è una che ne ha viste troppe per sperare in un aiuto che non provenga che da se stessa; e questo lo dice la croce rovesciata borchiata dietro la sua chitarra.

Eppure quel sorriso sul palco, i suoi occhi alla fine del concerto, dicono anche che alla fine lei ce l’ha fatta, a salvarsi, e non importa se un giorno dal nulla uscirà di nuovo un tizio che vorrà picchiarla, lei saprà sempre come difendersi.

 

 carla bozulich 06

Vicino a me è seduta una ragazza: “la donna dalle scarpe rosse”, come si è firmata nel bigliettino che ha lasciato sul palco, per Carla, ma donna forse è dire troppo, dato che mi ha specificato subito di essere (ancora) una minorenne, quando le ho chiesto – a ragione – se per caso lei facesse l’Accademia delle Belle Arti, dopo che lei mi aveva chiesto quali fossero i miei studi.

Questa ragazza ha la frangetta bionda, e gli occhi grandi, scarpe rosse e pantalone verde, tutto di velluto, un piccolo orologio rotondo al collo, e due borse, una delle quali è un innaffiatoio di metallo verde pisello: a dire la verità è un po’ scomoda, dice, perciò porto anche l’altra.

Questa ragazza si gira indietro a guardare tutti negli occhi perché ha un gomitolo di lana rossa con sé, e cerca a chi può tirarlo, questo gomitolo, perché spiega che se io vado alla feltrinelli ci trovo un libro di Nietzsche, i Ditirambi di Dioniso, e Nietzsche in questo libro parla di Arianna e Teseo, e alla fine Arianna dice a Teseo: sono io il tuo labirinto.

Un po’ come canta Vinicio, penso subito io, ma senza per questo dirlo.

E forse è veramente così, forse in questo mondo ognuno vuole solo perdersi in un labirinto, il suo personale labirinto. È una cosa che a pensarci può far paura, ma può allo stesso tempo nascondere l’estasi; il labirinto non è mica l’abisso, una via d’uscita si trova sempre.

La ragazza mi ha parlato poi di un’eventuale scuola di fotografia da frequentare a Roma (anche se Mimmo Jodice non ne ha mai frequentata alcuna), ha la mia stessa macchina talaltro, o di un trasferimento a New York (anch’io!), o una laurea triennale in lettere classiche (anche se ha fatto lo scientifico), se proprio tutto andasse male.

E questa ragazza mi ha detto di chiamarsi Chiara, anche se a questo punto penso che avrebbe potuto benissimo chiamarsi Alice. Ma mi chiedo, chissà, se non sia stata tutta un’allucinazione dovuta alla febbre. E al mal di denti.

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mercoledì, 14 novembre 2007
qualunquismo e fastidio. (o anche: cronache disastrose da un paese ridicolo)

1 televisione.

Esci per strada e le montagne di spazzatura sono di nuovo ovunque. Nessuno dice più niente, è normale. In certe strade la spazzatura tracima così tanto che occupa quasi metà corsia, ma basta sterzare un po’ e la macchina passa, magari lacerando un sacchetto, ma che importa. Ci siamo abituati. Anche i pedoni, orfani dei marciapiedi, cambiano traiettoria senza quasi più chiedersi il perché, perché è così che và. I giornali, certo, ancora una volta dicono di discariche ormai al collasso, e di inceneritori (o meglio: termovalorizzatori) pronti a essere costruiti; intanto la gente scende in strada e il politico di turno, a seconda del potere che si ritrova, esprime ciò che ha da dire, sempre tenendo bene a mente i suoi elettori che, certo, fessi non sono e vanno rispettati. Quindi i camion della spazzatura torneranno a lavorare, per qualche giorno, andando a scaricare chissà dove, per poi fermarsi di nuovo, tra qualche mese, e far ripartire l’intera giostra, in un infinito gioco dell’oca. È normale.

Così com’è normale che una signora venga uccisa in una notte buia, e solo allora ci si accorga che forse, sì, qualche lampione dov’è scuro serve a qualcosa. Ma, certo, adesso la cosa migliore da fare è cacciare via tutti gli stranieri, subito, e tenere qui solo le modelle, quelle belle, quelle che lavorano in televisione e fanno servizi di lingerie. Magari se tutti i paesi avessero fatto così con noi italiani adesso la mafia non sarebbe una tale azienda internazionale. Ma una cosa che frutta soldi e interessi viene sempre lasciata stare, è normale.

Così com’è normale che in una tranquilla domenica di paura un agente spari per distrazione, o per paura, e ammazzi un ragazzo, non avendo valutato bene cosa significhi veramente fare il poliziotto e avere una pistola in mano, e usarla, questa pistola, e tutto questo porti allo scatenarsi bestiale di giovani violenti che se non ci fosse il calcio avrebbero sfogato la loro rabbia in altro modo, ovvio. Magari se fossero nati in Africa questi giovani farebbero parte di bande armate che vietano alla povera gente un riscatto dovuto, e sarebbe tutto normale. In casi come questi invece è normale che si apra il sipario sul teatrino della politica, come se ne sentissimo la mancanza, dicendo magari frasi in cui non si crede, frasi determinate solamente dal potere disponibile al momento, non da ciò che sarebbe veramente giusto fare, frasi che sarebbero ovviamente opposte se ci si trovasse all’opposizione quindi, giusto per creare un clima di instabilità e insicurezza a sfavore del governo in carica, per andare contro il proprio nemico (non avversario) si fa questo e altro. Comunque le partite si continuano a giocare, è normale.

Così com’è normale che una ragazza venga uccisa e tutto venga trasmesso in tivvù, come un telefilm, che il circo mediatico abbia inizio: gli avvocati, i giudici, gli investigatori, i criminologi, i periti della scientifica, i genitori, i presunti assassini; la vittima quella no, ma solo perché è morta e i cadaveri in televisione non vengono poi tanto bene, lo sanno tutti. Certo, adesso ci si può aiutare con internet, sopperire in qualche modo, ma non è la stessa cosa: vuoi mettere tra il mostrare un blog e invitare la vittima in persona? Non c’è proprio paragone. Tuttavia le infinite et inutili perizie scientifiche commissionate da avvocati la cui moralità non viene mai messa in dubbio da nessuno in nome di una supposta etica professionale (tutti sono innocenti fino a prova contraria, anche gli assassini certi), insieme ai pianti in diretta degli amici della vittima (quello messo in mezzo dai mass media, attenzione, non certo il/la morto/a in questione) si difendono bene: anche se nessuno sembra essere innocente, il colpevole non si trova proprio mai. Ma non ci si deve stupire più di niente in un paese dove dei ragazzi filmano (con il telefonino, ovviamente) e mettono on-line l’agonia e la morte di una loro compagna di scuola investita da un autobus. E poi chi ha bisogno della verità, se la cosa è così appassionante; mentire è diventato così semplice che nessuno confessa più. Fino a quando l’inevitabile noia dell’assassino che non c’è verrà infine scalzata dal seguente giallo, avanti il prossimo, sì, è normale.

Così com’è normale che un ragazzo debba ritenersi fortunato ad avere uno stipendio di mille euro, oggigiorno, perché i tempi sono difficili e, sai com’è, c’è chi sta peggio di te. Normale quindi farsi ore di straordinario non pagato e non fiatare, ché poi va a finire che il capo si arrabbia e ti licenzia, per giusta causa, dato che si vede lontano un miglio che non hai voglia di lavorare e guadagnarti la pensione con il sudore della fronte. Che tu lo voglia o no questo è il mondo lasciato da quelli venuti prima di te e perpetuato da quelli che stanno sopra di noi, un mondo in cui – incredibbole! – quello che viene dopo è più povero di quello che viene prima, al di là di qualsiasi idea razionale di progresso e sviluppo, è normale.

Così com’è normale che una piccola trattoria debba chiudere solo perché sulla collina è nato un altro ristorante, molto più chic, molto più bello e molto più figo, come dicono i gggiovani d’oggi. Nel ristorante si mangia peggio della trattoria, è tutto surgelato, ma non è questo l’importante, importante è l’apparenza, la grandeur: l’immagine è tutto. Nell’era della televisione tutto questo è normale.

Così com’è normale che esci, in auto, e in quei giardinetti, ogni giorno, a ogni ora, ci siano dei tossicodipendenti che si bucano all’aria aperta, placidi e tranquilli, proprio di fianco a una scuola, elementare, media, superiore, con i bambini che vedono tutto e i carabinieri che stanno proprio cento metri più in là, tutti impegnati a fermare, è il loro dovere, le macchine con un faro rotto o senza assicurazione, è normale.

 

Domani succederanno ancora cose così, e dopodomani anche, ma sarà tutto normale, ancora e sempre normale, del tutto normale in un mondo così, normale. Tutto, assolutamente, normale.  

 

 

 

 

  

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martedì, 02 ottobre 2007
wikipedista anch'io. (o anche: cacchio!)

Oggi ho scoperto di essere addirittura citato su Wikipedia per una delle mie recensioni, come rappresentante della critica italiana.

Insieme al Morandini 2007!!!

 

Sono soddisfazioni.

telegrafato da sand alle 18:35 | link | commenti (13) |
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venerdì, 28 settembre 2007
fotoreporter addio. (un'elegia per kenji nagai)

C’è stato un tempo, il tempo di Robert Capa e Lee Miller, in cui i fotoreporter viaggiavano con l’esercito, e coraggiosamente testimoniavano la verità dell’orrore, ora in prima linea, fotografando i soldati e la loro disperata paura, ora nelle retrovie, fotografando chi della guerra finisce sempre per soffrire la parte peggiore, i civili.

Adesso di fotoreporter di guerra ce ne sono sempre meno, perché l’esercito vuole tenersi per sé i propri segreti, e la propria crudeltà, e se giornalisti ci sono essi sono embedded ovvero, quasi impiegati statali, riescono – sono tenuti –  a raccontare solo ciò che si vuole che si sappia.

Ma tuttavia, a volte, la Verità, con un colpo di coda, riesce a farsi largo lo stesso, attraverso la stupidità umana: ricorda le foto di Abu Ghraib, scattate per gioco, ma così paurosamente vere.

 

Poi ci sono i fotoreporter freelance, quelli che vanno sul posto per documentare ciò che accade, scattano e nei nostri occhi, grazie a loro, entra un istante, terribile, di realtà. Essi viaggiano da soli, non sono al servizio di nessuno, se non di qualche agenzia di stampa, stampa libera, si spera.

Il loro è un mestiere pericoloso, eppure il più delle volte non vestono protezioni, se non un giubbetto con su scritto “press”, e tanti per questo sono rimasti uccisi, o feriti, in scenari di guerra. Perché se non ti avvicini abbastanza, le tue foto non saranno mai belle abbastanza.

Gli eserciti non si fanno più tanti scrupoli ad ammazzarli, e anche se ci sarà eco mediatica che importa, questa eco sembra non valere nulla agli occhi di certi potenti; e allora, ancora una volta, ci si chiede in che mondo stiamo vivendo se possono ancora accadere fatti del genere.

 

 

Addio Kenji Nagai, morto con il dito sul pulsante dello scatto e i sandali ai piedi.

Ti sia lieve la terra.

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venerdì, 14 settembre 2007
romania, qualche tempo fa.

20 anni, ecco il lasso di tempo che ci separa dagli eventi ci cui ci parla questo film.

Non sono poi tanti, no?

Ma c’è stato un tempo in cui in un paese dell’est-Europa era illegale abortire, difficile farlo quindi, pericoloso, quasi mortale. Forse queste situazioni non sono poi così lontane nel tempo e nello spazio, in verità. Sono cose che si ripetono, sicuramente, e se prima cose come queste erano regolate dalla legge, oggi sono regolate da dogmi sicuri e mentalità sbagliate, niente cambia quindi. (continua)

telegrafato da sand alle 16:46 | link | commenti (2) |
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giovedì, 30 agosto 2007
serata di fine estate, tra mimimmi buoni cattivi e cosìecosì.

All’improvviso dalla galleria a un centinaio di metri dove stiamo mangiando la pizza, in piazza, in mezzo al traffico in pratica, esce una lunga di fila di ragazzi a torso nudo, ne saranno cinquanta, sessanta, molti sono rasati, quasi tutti abbronzati, alcuni hanno spranghe e bastoni in mano.

Probabilmente provengono dallo stadio San Paolo dove il Napoli ha appena vinto contro il Livorno, per fortuna, immagino cosa sarebbe successo se avesse perso.

I ragazzi camminano ordinati, e silenziosi, tra gli sguardi della gente che li osserva, chi divertito, chi spaventato; il primo pullman che arriva i ragazzi lo fermano, salgono tutti, senza biglietto superfluo dirlo, e si avviano, a casa. Stasera non c’è stata guerra.

Dopo un po’ una jeep dei carabinieri si avvia nella stessa direzione, tra le luminarie di Piedigrotta ancora spente.

Qualcuno dice che hanno preso una ragazza.

 

La pizza che mangiamo è incredibilmente salata, ma la mozzarella, originale di bufala, (in-)giustificato sovrapprezzo quindi, è buona.

Il mio amico venuto da Firenze, dov’è emigrato una decina d’anni fa (è quello che suonava con me) per ragioni di studio, e di vita, ha insistito per prendere anche della frittura mista, soprattutto arancini, come se a Firenze non ne facessero. Come se non gli bastasse già il puzzolente menù completamente intriso di olio che ci hanno portato, tanto unto che a strizzarlo veramente si intravedono goccioline.

Il cameriere così ci porta una frittura vecchia di almeno un paio di giorni, lo stesso cameriere (straniero?) che quando ci porta le birre ci chiede se è tutto okay, e nel farlo mi fa l’occhiolino, senza alcuna ragione apparente. L’amica che è con noi mi prende anche in giro perché io mi faccio tutto rosso.

Al momento del pagamento un altro cameriere ci fa il conto, al momento, a penna, 31 euro e 60, e non si degna nemmeno di portarci gli spiccioli di resto.

Mancia dovuta (quasi mille lire, eh) evidentemente, anche se mi ritrovo con il mal di pancia.

 

L’amica che ci accompagna quest’estate ha organizzato il cineforum estivo per conto del comune di Napoli, in villa comunale, accostando film commerciali a film più seri, grazie a dio.

Tutto gratuito e io ci sono andato soltanto un giorno, che vergogna.

Peccato essersi perso le quattro francesine scalze e seminude accorse a vedere la loro piccola Marie Antoinette, regina adolescente.

L’amica mi racconta anche di un signore lamentatosi con lei perché di 3 metri sopra il cielo non aveva capito nulla, e di una signora che quasi la picchiava perché non c’erano più posti a sedere per La ricerca della felicità. Muccino, Moccia, sempre lì siamo. Povera patria.

Il film di questa sera invece è Fascisti su Marte, simpatica satira guzzantiana sugli anni del regime in questione alla fantomatica conquista del pianeta rosso et bolscevico per antonomasia.

Divertente sì, ma mi aspettavo di meglio: seguire due ore di voce off credo che metta a dura prova l’attenzione di chiunque, e infatti molti (fascisti?) se ne vanno, mentre qua e là si sente pure odore di marijuana.

Un signore accanto a me è completamente crollato, dorme, piegato a portafoglio, davvero innaturalmente, fa quasi impressione.

La seconda parte del film comunque è nettamente superiore, più divertente, anche se non si capisce bene perché dal rosso d’epoca si passi bruscamente al colore (il passaggio dal rosso al bianco/nero si può relativamente capire invece), e dal muto si passi ai dialoghi.

Bello anche il cartone animato.

 

In villa poi scopro esserci pattinatori (con i mitici rollerblades!) che si danno da fare in una piccola pista di pattinaggio rotonda, dietro uno chalet. Hanno dei coni di gomma, grazie ai quali fanno slalom, acrobazie.

Tre di loro sono di colore, sono i più bravi. Caccio fuori la macchina e comincio a fotografare, un centinaio di fotografie. Sfocate, mosse, è notte e fotografo senza flash, mi piace l’effetto movimento, i pattinatori risultano come dei fantasmi.

Ma spesso la macchina mi boicotta e non mette a fuoco, presumo per mancanza di luce.

Uno dei pattinatori, mentre si slaccia i pattini, mi chiede poi se sono giornalista, se fotografo per lavoro, perché nel caso è un problema, ma lo dice timidamente, sorridendo.

Io gli dico che magari qualcuno si comprasse le mie foto.

Ah, allora fotografi per imparare, mi chiede, sì, rispondo, fotografo per imparare, se mi dai la tua mail ti mando pure qualche foto magari.

Gli do una penna e questo ragazzo scrive la sua mail, scrive tenendo il pezzo di carta in verticale, ma seguendo il modo di scrivere occidentale: alla fine basta girare il foglio e il nome è esatto.

È una cosa affascinante.

Il ragazzo si chiama Sham, se ho capito bene, è dello Sri Lanka, e va a pattinare lì con i suoi amici quasi tutte le sere. Magari anche lui è lì per imparare, capita di cadere anche a lui infatti, anche se è davvero bravo. Parla bene l’italiano, ma gli altri pattinatori non sembrano dare molta confidenza a lui e ai suoi amici.

Mi chiede il mio nome dandomi del lei (sembro così vecchio? ispiro tanta soggezione?), mi domanda da dove vengo, chissà forse sperava davvero che potessi vendere le sue foto, dando qualcosa anche a lui.

Questi ragazzi di oggi.

 

 

Intanto domani ho un colloquio telefonico (e chi se lo immaginava potesse mai esistere una cosa del genere?!) da Monaco, con una multinazionale internettiana. Chissà.

In bocca al lupo a me.

(in che lingua sarà?)

 

telegrafato da sand alle 16:48 | link | commenti (10) |
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lunedì, 27 agosto 2007
non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.