dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c’è ieri. Non c’è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere. Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?
«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell’epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l’epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono "sistemiche" e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.
L’incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: "ecoballe", il combustibile da rifiuti ("CDR") per la produzione di energia, il "rifiuto dei rifiuti", il suo prodotto "nobile". Doveva essere l’oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, "il ciclo", come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l’esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.
Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l’ha guidato nell’avventura campana. Che racconta di una gara d’asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all’emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell’assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).
In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all’emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell’ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell’ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all’emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.
Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile. Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all’Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell’incanto devono essere ancora aperte l’allora e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l’importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l’inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all’Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d’accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell’Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l’oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all’emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), "ingegnere capo" responsabile per l’inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un’altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l’interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c’è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.
Stiamo morendo, piano piano, affogati. In quei sacchi neri potrebbero già esserci, dei morti, tanto nessuno se ne accorgerebbe. Già vedere persone che, come fossero gabbiani, o ratti, scavano tranquille nei cumuli di spazzatura, selezionando, vagliando, prendendo, non sconvolge quasi più.
Alla stazione di Mugnano (incompleta da mesi, non si capisce perché) c’è un acquario abbandonato, da giorni, mezzo pieno d’acqua. Le strade del mio paese, provincia, periferia, sono impraticabili, bloccate. Un auto con un enorme sacco nero sul tettuccio passa, fa una curva, e lo la lascia cadere, come se niente fosse. Oggi anche dagli alberi, ormai scheletriti dall’inverno, pendono sacchetti di plastica, come neri frutti di morte. Mozzarella addio, «la monnezza è oro» [cit.].
Quel fumo che esce da lì, dal fianco di quella neonata collina, in pianura, è verde, e di notte brilla, come una bomba pronta a esplodere, e brucia. Nessuno sa cosa sia, perché nessuno l’analizza, ma quel fumo lì puzza e non è cosa naturale che esca dal terreno.
L’altro giorno, in metro, c’erano due genitori con la loro bambina, denti sporgenti che le facevano il labbro leporino, ptosi della palpebra sinistra. Magari non c’entra niente, o magari dovremo prepararci sempre di più a cose di questo genere. Deve essere terribile per un genitore la nascita di un figlio malformato. Che i responsabili approntino un nuovo monte Taigeto quindi, adesso, subito.
impregilo, fibe, montefibre, acna, pellini, Tamburrino, Perrella, sono nomi che possono non dire nulla ai più, ma non a una persona che abbia la minima voglia di capirci qualcosa, di questo orribile scempio: questi sono nomi di demoni per chi ha la pazienza di leggere e scavare a fondo.
Sapete che a Napoli da un ospedale, il maggiore specializzato in tumori, un giorno è stata trafugata la banca dati con tutti i nomi dei malati con relativi tumori e possibili cause degli stessi?
Chi potrà mai essere stato, si chiederà l’ingenuo.
I bambini in gita scolastica oggi bevono redbull, e le bambine (truccate e slanciate) hanno gli occhi che brillano, mentre osservano la vetrina con gli ultimi modelli di cellulari. Questo è il mondo in cui viviamo. Rifiuti solidi, ma anche ideologici, spirituali, oserei dire, se non fosse così ridicolo dirlo.
L’unica soluzione forse sarebbe davvero vendere tutto ai cinesi (altro che quel cileno di De Gennaro!), munnezza e compagnia bella, ché loro hanno bisogno di tutto, che se ne occupi la camorra (le loro strade: pulitissime!) delle trattative, che i nostri politici manco questo sono capaci di fare. È ovvio che il nostro caro Bassolino – nomen omen! Iervolino! tutti questi –ini! – non si dimetta: i criminali che ha fatto prosperare in tutti questi anni lo ammazzerebbero.
Intanto una coppia di adolescenti, li vedo ogni giorno, si baciano e si dicono parole dolci nella metro di Scampia, ultimamente fermata così alla moda, nascosti dietro un distributore automatico di biglietti.
Sono veramente piccoli e la loro felicità mi commuove, tanto sono distanti da tutto e da tutti, in quell’oretta che noi napoletani chiamiamo controra, che trascorrono lì.
Chissà quanto durerà, chissà quando finirà.
--------------------------------
La tipa mi telefona la sera stessa, sul cellulare, anche se nel modulo prestampato io avevo lasciato scritto il mio numero di casa. Ciao, ti chiamo per il colloquio che hai sostenuto questa mattina, dice, …secondo te com’è andata?
Cioè, non solo questa azienda ti chiama a casa per offrirti un fantastico lavoro, ma fa decidere anche a te l’esito del colloquio. Be’, non saprei, non ho capito bene di che tipo di lavoro si tratta… però penso che sia andata bene, dico, pensando in verità che guarda che io in quel modulo non ci ho scritto tutto quello che avresti voluto leggere tu.
Il modulo è un modulo molto povero, basti dire che non c’è da riempire nemmeno il campo “titolo di studio”… un’azienda che non ti chiede il curriculum, incredibile!
Peccato che non si sappia ancora come si chiami l’azienda e di che tipo di lavoro si tratti: centralinista, formazione del personale, risorse umane… ha sparato tale Emilia nella prima telefonata esplorativa: C’è qualcuno che cerca lavoro, in questa casa?
Ma chi ha bisogno di dettagli come questi, quando si cerca un lavoro.
Bravo, dice la tipa di cui sopra, è andata proprio così, sei stato accettato, puoi venire stesso domani per il secondo colloquio.
No, guarda vengo lunedì, dico alla pimpante tizia, illusa che tecniche di persuasione del genere possano avere un qualche effetto su di me, povera.
Il primo colloquio, la mattina stessa, si è svolto dopo aver appunto compilato lo stupido modulo, la cui parte retrostante riportava svariate righe di 4 aggettivi (scegli quale tra questi quattro aggettivi ti rappresenta di più, e quale tra questi quattro ti rappresenta di meno! mi raccomando, solo due aggettivi!), e dopo aver fatto un po’ di anticamera con persone la cui disperazione gliela leggi in faccia (a uno ho anche dovuto spiegare cosa significa “attualmente”). Una cosa come questa è la loro unica possibilità, probabilmente, e ciò è molto triste.
Mi riceve un tizio di tipo ventitre anni che vedendo che ho fatto il traduttore Laureato?, chiede, sorridendo nervoso, ma senza assolutamente approfondire, in seguito al mio sì, la faccenda, non gli interessa. E subito inizia a fare domande “psicologiche”: descriviti con tre aggettivi, e io: calmo, ascoltatore, eclettico! Un po’ imbarazzato, glielo dico pure che “ascoltatore” non è un aggettivo, in realtà, ma così su due piedi non mi viene niente di meglio, comunque a lui non importa, e continua: Ti piacerebbe gestire una filiale così da solo? (no) Ti piace andare in vacanza gratis? (sì) Lavoro part-time o full-time? (dipende) A ogni mia risposta il tizio fa dei disegnini sul mio modulo, atteggiandosi come un berluschino qualsiasi.
Ma non sono passati nemmeno dieci minuti ed ecco che il colloquio si chiude, nella più totale segretezza, nessuna domanda è possibile: me ne vado e non so nemmeno che tipo di lavoro dovrei fare!
Il tizio mi accenna solo che si tratta di un apparecchio igienico-sanitario (un cesso?) sviluppato dalla N.A.S.A. (!!!) e che mi richiamerà in serata per comunicarmi l’esito del colloquio, positivo o negativo che sia. Che gentile. Se sarò stato selezionato parlerò proprio con il direttore che mi parlerà proprio del lavoro, della retribuzione e via dicendo.
Risultando positivo il primo colloquio (che fortunello!) si passa quindi al secondo colloquio.
Nella sala d’attesa ci sono ulteriori disperati (tra cui spicca un quindicenne con giacca nera dotata di cerniera lampo al posto dei bottoni), la musica tunzeggia allegramente e, oltre alla centralinista bionda pronta per Maria De Filippi, c’è un nuovo tizio in occhiali da sole e capello gelatinato, pronto per Uomini e Donne anche lui: sembra proprio un tronista (non è mica un’offesa, eh?).
I tipi mi fanno aspettare un po’ ed ecco che, proprio mentre mi sto spazientendo (e dire che mi avevano raccomandato puntualità!), mi riceve proprio il direttore: proprio il pallido ragazzetto che mi ha fatto il primo colloquio!
Il “direttore” mi sorride come se non mi avesse mai visto prima e comincia a decantarmi un fisso mensile di 900 euro, una segretaria personale che attingerà giornalmente al loro database (ma come lo avranno mai ottenuto?) per fissarmi 3 appuntamenti giornalieri da gestirmi autonomamente, e una vacanza ogni 4 mesi! Ehi, questo è un lavoro da sogno!
L’unica cosa che chiedono è un impegno del 110%: perché Lucio, come tu ben sai se le cose si fanno così tanto per fare è inutile… Sì, certo che lo so, giusto, giusto.
Peccato che ancora non sappia di cosa si tratti, in tutto questo blaterare infatti il prodotto da vendere è un fantasma, perché, sì, almeno questo mi sembra di averlo capito: si tratta di fare il venditore.
A questo punto il direttore, senza lasciarmi nemmeno la fatica di dire “sì”, mi convoca per il corso (gratuito!) di quattro giorni da cominciare due giorni dopo, ma io gli dico che ci voglio pensare, ché fare il venditore porta-a-porta non è proprio la mia massima aspirazione, sai com’è.
Ma il direttore è genuinamente interdetto, evidentemente tale offerta di lavoro non contempla rifiuto, e mi convoca lo stesso per il corso, anche se gli faccio capire che probabilmente non ci andrò.
Tornando a casa già mi cominciano a venire i sensi di colpa: mah, però 900 euro al mese… mò ci provo, mi compro almeno l’obiettivo per la macchina fotografica… lavoro un po’, smetto quando voglio…
Poi, dopo aver letto sulla lettera di convocazione il nome della ditta in questione (K.S.&G. Italia – Concessionaria Kirby), decido di fare una piccola ricerca su internet e… si spalanca l’abisso.
«Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere».
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
come si dice in questi casi, riceviamo e – con estremo piacere – pubblichiamo:
CRITICAL*MASS: 22 dicembre 2007 ore 11.00 Piazza Plebiscito (Napoli)
Le città devono tornare a essere pensate e concepite a favore dell'essere umano. Scegliere di decrescere, nell'accezione più positiva di questo termine, di limitare al massimo i consumi inutili e nocivi, di riprendersi gli spazi comuni, facendo tornare l'individuo e non l'automobile il protagonista della vita cittadina.
Chi ha già avuto la possibilità di partecipare a Critical Mass è stato trasportato in un'altra dimensione, ha avuto l'opportunità di cambiare una serie di comportamenti stereotipati e indotti spesso in maniera occulta che fino a quel momento erano sembrati l'unica via percorribile.
All'interno della "Massa Critica" ci si accorge di un silenzio improvviso e irreale, assuefatti come siamo al costante inquinamento acustico prodotto dai motori. Grazie alla bicicletta, questa quiete si genera spontaneamente anche lungo un percorso cittadino solitamente invaso da lamiere, e spesso lascia attoniti, la gente si affaccia alle finestre per vedere cosa è successo.
Ci si rende conto, provandolo nella collettività, che gli spostamenti quotidiani possono essere effettuati in bicicletta, limitando così il più possibile il consumo scellerato di petrolio.
La massa aiuta. Il pedalare insieme, con questa protezione dal traffico aggressivo esercitata dal gruppo di biciclette, dà poi il coraggio e il desiderio di provare a utilizzare la bici, non più solo per lo sport o per svago, ma anche per i tragitti urbani.
Durante Critical Mass si cercano di rendere manifeste le ragioni e i diritti dei ciclisti con cartelli, bandiere e con l'aiuto di volantini che molti attivisti producono con testi sempre differenti.
Il danno subito dalla circolazione a motore per questo "traffico di biciclette" è quantificabile in pochi minuti di attesa, magari anche divertita dal passaggio di bici colorate e allestite per l'occasione. Nulla di paragonabile alle centinaia di ore stressanti spese ogni anno in fila tra un semaforo e l'altro.
Alla partenza della "coincidenza spontanea" di ciclisti e cicliste del 22 dicembre ore 11.00 Piazza Plebiscito, come ogni volta, non ci saranno leader né, soprattutto, una direzione prestabilita. Chi sarà in testa alla massa inventerà liberamente il percorso in maniera estemporanea.
Chiunque è la massa e può condurre la Critical Mass.
IL CAMBIAMENTO E’ POSSIBILE MA COMINCIA DA TE!
critical mass...
è una coincidenza, un improvviso incontro di ciclisti im/micro/polverati nel mezzo delle masse automobilistiche cittadine.
è una casualità nel pieno rispetto dell’entropia, della natura caotica del nostro universo che non può essere rinchiusa in corsie o in scatole di metallo. è di ogni ciclista: della mamma con il seggiolone, del techno-freakettone metropolitano, dello stradista con specialissima e pedalini a sgancio rapido, del bmx-biker acrobatico, dell’anziano in “graziella”, del ciclo-poeta-situazionista, del postino con il borsone e anche del giocolieri in monociclo...
non ha né leader né padroni, non è di nessuna marca e non è protetta da alcun tipo di copyright.
critical mass diverte e vince!
perché non è una manifestazione standard, non ha bisogno né di percorsi bollati né di celerini manganellati “di guardia”, è un semplice appuntamento di ciclisti che casualmente si ritrovano a percorrere tutti la stessa strada, magari lentamente... magari al centro della carreggiata... in una via solitamente trafficata... all’ora di punta...
perché più di una manifestazione è la dimostrazione pratica e reale di come un’altra città sia possibile, bella e divertente.
Durante il concerto Carla e Tara si sorridono sempre, si vede che sono molto amiche.
Carla ci tiene a sottolineare che non è stata Tara a farle l’occhio nero, è solo uno stupido gossip questo, ma è stato un completo sconosciuto venuto fuori dal nulla a picchiarla, a Parigi, così come racconta sul suo sito.
Alla fine del concerto lei è molto provata, frastornata, cerca i suoi cd da vendere e non vuole nemmeno lasciarsi fotografare, perché non si sente molto bella oggi, con quel livido che le copre parte della faccia che si fa nera, e verde; si vede che la musica è una cosa che lei sente molto, durante l’ultima canzone s’è quasi commossa. Il suo concerto è stato molto intenso.
Partito sfilacciato e desolato si è fatto via via più pieno, in crescendo, ma rimanendo tuttavia spigoloso, duro, e se fosse durato un po’ di più sarebbe diventato ancora più bello, ma a quanto pare Carla non può sopportare oltre un peso emozionale di questo genere, e così si ferma.
La canzone con cui finisce, da sola, è una cover di cui non ricorda nemmeno tutte le parti strumentali, confessa, e mi sembra di capire che parli di una ragazza che gira con una pistola in una borsetta, e di una mattina in cui lei si sveglia ed è sorpresa di ritrovarsi viva nella stanza di un hotel; forse perché ha passato la notte in strada, a battere. Ma forse è solo la mia immaginazione.
A vent’anni comunque anche Carla era una prostituta, lo era perché solo così poteva procurarsi i soldi per farsi di eroina, ma il più delle volte era così fuori di sé che non riusciva nemmeno a farsi pagare un pompino o una scopata, i clienti le gettavano giusto pochi spiccioli; sono cose che ha raccontato lei stessa, queste.
Poi, come sempre succede, un ragazzo si è innamorato di lei e ha deciso di salvarla; così l’ha portata in un centro di riabilitazione e le ha regalato le sinfonie di Mahler (quello amato da Bukowski, e ascoltato dai vecchietti alla fine di Coffee&Cigarettes di Jim Jarmusch), non vestiti o anelli.
Tutto quello che Carla poteva fare era ascoltare quella musica, e disintossicarsi; e anche se una volta uscita di lì non avrebbe più ritrovato quel ragazzo ad aspettarla, ormai lei era una musicista.
Le sue canzoni sono dolenti, scavano dentro; la sua è la voce di una Patti Smith più aspra, più dolorosa; nella sua musica c’è oscurità e luce, blues e perdono.
Durante il concerto un martelletto percuote le corde della sua chitarra, e le parole soffiate in un microfono giocattolo vengono risucchiate dai pick-up attraverso l’amplificatorino e cacciate di nuovo via, poi, più forti che mai.
Mentre canta Carla sembra rivolgersi a un dio, talvolta è un organo molto spirituale a sorreggere la sua voce, che sale alta, ma poi lei abbassa subito lo sguardo, perché forse lei è una che ne ha viste troppe per sperare in un aiuto che non provenga che da se stessa; e questo lo dice la croce rovesciata borchiata dietro la sua chitarra.
Eppure quel sorriso sul palco, i suoi occhi alla fine del concerto, dicono anche che alla fine lei ce l’ha fatta, a salvarsi, e non importa se un giorno dal nulla uscirà di nuovo un tizio che vorrà picchiarla, lei saprà sempre come difendersi.
Vicino a me è seduta una ragazza: “la donna dalle scarpe rosse”, come si è firmata nel bigliettino che ha lasciato sul palco, per Carla, ma donna forse è dire troppo, dato che mi ha specificato subito di essere (ancora) una minorenne, quando le ho chiesto – a ragione – se per caso lei facesse l’Accademia delle Belle Arti, dopo che lei mi aveva chiesto quali fossero i miei studi.
Questa ragazza ha la frangetta bionda, e gli occhi grandi, scarpe rosse e pantalone verde, tutto di velluto, un piccolo orologio rotondo al collo, e due borse, una delle quali è un innaffiatoio di metallo verde pisello: a dire la verità è un po’ scomoda, dice, perciò porto anche l’altra.
Questa ragazza si gira indietro a guardare tutti negli occhi perché ha un gomitolo di lana rossa con sé, e cerca a chi può tirarlo, questo gomitolo, perché spiega che se io vado alla feltrinelli ci trovo un libro di Nietzsche, i Ditirambi di Dioniso, e Nietzsche in questo libro parla di Arianna e Teseo, e alla fine Arianna dice a Teseo: sono io il tuo labirinto.
Un po’ come canta Vinicio, penso subito io, ma senza per questo dirlo.
E forse è veramente così, forse in questo mondo ognuno vuole solo perdersi in un labirinto, il suo personale labirinto. È una cosa che a pensarci può far paura, ma può allo stesso tempo nascondere l’estasi; il labirinto non è mica l’abisso, una via d’uscita si trova sempre.
La ragazza mi ha parlato poi di un’eventuale scuola di fotografia da frequentare a Roma (anche se Mimmo Jodice non ne ha mai frequentata alcuna), ha la mia stessa macchina talaltro, o di un trasferimento a New York (anch’io!), o una laurea triennale in lettere classiche (anche se ha fatto lo scientifico), se proprio tutto andasse male.
E questa ragazza mi ha detto di chiamarsi Chiara, anche se a questo punto penso che avrebbe potuto benissimo chiamarsi Alice. Ma mi chiedo, chissà, se non sia stata tutta un’allucinazione dovuta alla febbre. E al mal di denti.
Esci per strada e le montagne di spazzatura sono di nuovo ovunque. Nessuno dice più niente, è normale. In certe strade la spazzatura tracima così tanto che occupa quasi metà corsia, ma basta sterzare un po’ e la macchina passa, magari lacerando un sacchetto, ma che importa. Ci siamo abituati. Anche i pedoni, orfani dei marciapiedi, cambiano traiettoria senza quasi più chiedersi il perché, perché è così che và. I giornali, certo, ancora una volta dicono di discariche ormai al collasso, e di inceneritori (o meglio: termovalorizzatori) pronti a essere costruiti; intanto la gente scende in strada e il politico di turno, a seconda del potere che si ritrova, esprime ciò che ha da dire, sempre tenendo bene a mente i suoi elettori che, certo, fessi non sono e vanno rispettati. Quindi i camion della spazzatura torneranno a lavorare, per qualche giorno, andando a scaricare chissà dove, per poi fermarsi di nuovo, tra qualche mese, e far ripartire l’intera giostra, in un infinito gioco dell’oca. È normale. Così com’è normale che una signora venga uccisa in una notte buia, e solo allora ci si accorga che forse, sì, qualche lampione dov’è scuro serve a qualcosa. Ma, certo, adesso la cosa migliore da fare è cacciare via tutti gli stranieri, subito, e tenere qui solo le modelle, quelle belle, quelle che lavorano in televisione e fanno servizi di lingerie. Magari se tutti i paesi avessero fatto così con noi italiani adesso la mafia non sarebbe una tale azienda internazionale. Ma una cosa che frutta soldi e interessi viene sempre lasciata stare, è normale. Così com’è normale che in una tranquilla domenica di paura un agente spari per distrazione, o per paura, e ammazzi un ragazzo, non avendo valutato bene cosa significhi veramente fare il poliziotto e avere una pistola in mano, e usarla, questa pistola, e tutto questo porti allo scatenarsi bestiale di giovani violenti che se non ci fosse il calcio avrebbero sfogato la loro rabbia in altro modo, ovvio. Magari se fossero nati in Africa questi giovani farebbero parte di bande armate che vietano alla povera gente un riscatto dovuto, e sarebbe tutto normale. In casi come questi invece è normale che si apra il sipario sul teatrino della politica, come se ne sentissimo la mancanza, dicendo magari frasi in cui non si crede, frasi determinate solamente dal potere disponibile al momento, non da ciò che sarebbe veramente giusto fare, frasi che sarebbero ovviamente opposte se ci si trovasse all’opposizione quindi, giusto per creare un clima di instabilità e insicurezza a sfavore del governo in carica, per andare contro il proprio nemico (non avversario) si fa questo e altro. Comunque le partite si continuano a giocare, è normale. Così com’è normale che una ragazza venga uccisa e tutto venga trasmesso in tivvù, come un telefilm, che il circo mediatico abbia inizio: gli avvocati, i giudici, gli investigatori, i criminologi, i periti della scientifica, i genitori, i presunti assassini; la vittima quella no, ma solo perché è morta e i cadaveri in televisione non vengono poi tanto bene, lo sanno tutti. Certo, adesso ci si può aiutare con internet, sopperire in qualche modo, ma non è la stessa cosa: vuoi mettere tra il mostrare un blog e invitare la vittima in persona? Non c’è proprio paragone. Tuttavia le infinite et inutili perizie scientifiche commissionate da avvocati la cui moralità non viene mai messa in dubbio da nessuno in nome di una supposta etica professionale (tutti sono innocenti fino a prova contraria, anche gli assassini certi), insieme ai pianti in diretta degli amici della vittima (quello messo in mezzo dai mass media, attenzione, non certo il/la morto/a in questione) si difendono bene: anche se nessuno sembra essere innocente, il colpevole non si trova proprio mai. Ma non ci si deve stupire più di niente in un paese dove dei ragazzi filmano (con il telefonino, ovviamente) e mettono on-line l’agonia e la morte di una loro compagna di scuola investita da un autobus. E poi chi ha bisogno della verità, se la cosa è così appassionante; mentire è diventato così semplice che nessuno confessa più. Fino a quando l’inevitabile noia dell’assassino che non c’è verrà infine scalzata dal seguente giallo, avanti il prossimo, sì, è normale. Così com’è normale che un ragazzo debba ritenersi fortunato ad avere uno stipendio di mille euro, oggigiorno, perché i tempi sono difficili e, sai com’è, c’è chi sta peggio di te. Normale quindi farsi ore di straordinario non pagato e non fiatare, ché poi va a finire che il capo si arrabbia e ti licenzia, per giusta causa, dato che si vede lontano un miglio che non hai voglia di lavorare e guadagnarti la pensione con il sudore della fronte. Che tu lo voglia o no questo è il mondo lasciato da quelli venuti prima di te e perpetuato da quelli che stanno sopra di noi, un mondo in cui – incredibbole! – quello che viene dopo è più povero di quello che viene prima, al di là di qualsiasi idea razionale di progresso e sviluppo, è normale. Così com’è normale che una piccola trattoria debba chiudere solo perché sulla collina è nato un altro ristorante, molto più chic, molto più bello e molto più figo, come dicono i gggiovani d’oggi. Nel ristorante si mangia peggio della trattoria, è tutto surgelato, ma non è questo l’importante, importante è l’apparenza, la grandeur: l’immagine è tutto. Nell’era della televisione tutto questo è normale. Così com’è normale che esci, in auto, e in quei giardinetti, ogni giorno, a ogni ora, ci siano dei tossicodipendenti che si bucano all’aria aperta, placidi e tranquilli, proprio di fianco a una scuola, elementare, media, superiore, con i bambini che vedono tutto e i carabinieri che stanno proprio cento metri più in là, tutti impegnati a fermare, è il loro dovere, le macchine con un faro rotto o senza assicurazione, è normale. Domani succederanno ancora cose così, e dopodomani anche, ma sarà tutto normale, ancora e sempre normale, del tutto normale in un mondo così, normale. Tutto, assolutamente, normale.