dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
archivi
arte
cinema
circus
concerti
dementia
dischi
estemporanea
ferocia
follia
fortuna
fotografare
fumetti
guerra
happiness
immagini
leggere
london
magia
massmedia
metrò
mondo
musica
napoli
normale
poesia
rabbia
ridicolo
saudade
scalette
scansioni
scemenze
scrivere
sogni
spazio
teatro
tecnologia
tivvù
tradurre
verità
video
vita
web
oggi
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
maggio 2003
aprile 2003
marzo 2003
febbraio 2003
gennaio 2003
!banksy
!blob
!blow up
!dianearbus group
!disegni romantici
!dispenser
!esserini
!fabriziovatieri
!flickr
!FlickrBlog
!foto perdute
!freak out
!italianwave group
!jpg magazine
!kathodik
!lastfm
!leggeroscrivere group
!leibnitz and the spinozas
!magnum photos
!minimum fax
!molleindustria
!myspace
!NobodyHere
!premionapoli
!quaderni d'altri tempi
!report
!soulseek
!sound metak
!Taschen
!videogiochini bellini
!We Know What You Want
!wikipedia
!xaotik muzak
!youtube
!zzap!
abteilung
aivasun
AleksKuntz
alessia
amélie?
aspettando godot
babsi jones
bOlliwOOd
butterflywinged
cabepfir
Cinebloggers Connection
cineboom blog
city girl
clos
dhalgren
dr. psycho
due amici totani scampati
duscamp
elda
elia spallanzani
elio e le storie tese
emanuelazini
fainberg
foodfordogs
frida
frittole
GabHippo
garnant
gioventù sonica
i2geni
junkiepop
jvan
kei
la piccola flo
LatteFreddo
lebowskiana
leon
liquirizia&cioccolato
lugh
mafa
major tom
margherita f.
maria strofa
marilou
marina
miss margot tenenbaum
mrka
nuisance
offlagadiscopax
purple cloud
ramona letale
recel
sguardi
spoiling days cinema
tage
terry
trinciapolla
volphoebe
wowie zowie
zoe
hanno letto queste pagine *loading* persone!!!
(myspace, audio, video, intervista, rece)
Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.
Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.
Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.
A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.
E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).
Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.
A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.
Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.
In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.
Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.
C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.
A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.
Altre cose che mi hanno colpito:
- il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;
- la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;
- le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.
Cosa che mi ha reso felice:
- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!
ma perché nelle note di copertina c’è scritto:
radiohead are:
colin
philip selway + thom yorke
cosa significa quel “+ thom yorke”?
Durante il concerto Carla e Tara si sorridono sempre, si vede che sono molto amiche.
Carla ci tiene a sottolineare che non è stata Tara a farle l’occhio nero, è solo uno stupido gossip questo, ma è stato un completo sconosciuto venuto fuori dal nulla a picchiarla, a Parigi, così come racconta sul suo sito.
Alla fine del concerto lei è molto provata, frastornata, cerca i suoi cd da vendere e non vuole nemmeno lasciarsi fotografare, perché non si sente molto bella oggi, con quel livido che le copre parte della faccia che si fa nera, e verde; si vede che la musica è una cosa che lei sente molto, durante l’ultima canzone s’è quasi commossa. Il suo concerto è stato molto intenso.
Partito sfilacciato e desolato si è fatto via via più pieno, in crescendo, ma rimanendo tuttavia spigoloso, duro, e se fosse durato un po’ di più sarebbe diventato ancora più bello, ma a quanto pare Carla non può sopportare oltre un peso emozionale di questo genere, e così si ferma.
La canzone con cui finisce, da sola, è una cover di cui non ricorda nemmeno tutte le parti strumentali, confessa, e mi sembra di capire che parli di una ragazza che gira con una pistola in una borsetta, e di una mattina in cui lei si sveglia ed è sorpresa di ritrovarsi viva nella stanza di un hotel; forse perché ha passato la notte in strada, a battere. Ma forse è solo la mia immaginazione.
A vent’anni comunque anche Carla era una prostituta, lo era perché solo così poteva procurarsi i soldi per farsi di eroina, ma il più delle volte era così fuori di sé che non riusciva nemmeno a farsi pagare un pompino o una scopata, i clienti le gettavano giusto pochi spiccioli; sono cose che ha raccontato lei stessa, queste.
Poi, come sempre succede, un ragazzo si è innamorato di lei e ha deciso di salvarla; così l’ha portata in un centro di riabilitazione e le ha regalato le sinfonie di Mahler (quello amato da Bukowski, e ascoltato dai vecchietti alla fine di Coffee&Cigarettes di Jim Jarmusch), non vestiti o anelli.
Tutto quello che Carla poteva fare era ascoltare quella musica, e disintossicarsi; e anche se una volta uscita di lì non avrebbe più ritrovato quel ragazzo ad aspettarla, ormai lei era una musicista.
Le sue canzoni sono dolenti, scavano dentro; la sua è la voce di una Patti Smith più aspra, più dolorosa; nella sua musica c’è oscurità e luce, blues e perdono.
Durante il concerto un martelletto percuote le corde della sua chitarra, e le parole soffiate in un microfono giocattolo vengono risucchiate dai pick-up attraverso l’amplificatorino e cacciate di nuovo via, poi, più forti che mai.
Mentre canta Carla sembra rivolgersi a un dio, talvolta è un organo molto spirituale a sorreggere la sua voce, che sale alta, ma poi lei abbassa subito lo sguardo, perché forse lei è una che ne ha viste troppe per sperare in un aiuto che non provenga che da se stessa; e questo lo dice la croce rovesciata borchiata dietro la sua chitarra.
Eppure quel sorriso sul palco, i suoi occhi alla fine del concerto, dicono anche che alla fine lei ce l’ha fatta, a salvarsi, e non importa se un giorno dal nulla uscirà di nuovo un tizio che vorrà picchiarla, lei saprà sempre come difendersi.
Vicino a me è seduta una ragazza: “la donna dalle scarpe rosse”, come si è firmata nel bigliettino che ha lasciato sul palco, per Carla, ma donna forse è dire troppo, dato che mi ha specificato subito di essere (ancora) una minorenne, quando le ho chiesto – a ragione – se per caso lei facesse l’Accademia delle Belle Arti, dopo che lei mi aveva chiesto quali fossero i miei studi.
Questa ragazza ha la frangetta bionda, e gli occhi grandi, scarpe rosse e pantalone verde, tutto di velluto, un piccolo orologio rotondo al collo, e due borse, una delle quali è un innaffiatoio di metallo verde pisello: a dire la verità è un po’ scomoda, dice, perciò porto anche l’altra.
Questa ragazza si gira indietro a guardare tutti negli occhi perché ha un gomitolo di lana rossa con sé, e cerca a chi può tirarlo, questo gomitolo, perché spiega che se io vado alla feltrinelli ci trovo un libro di Nietzsche, i Ditirambi di Dioniso, e Nietzsche in questo libro parla di Arianna e Teseo, e alla fine Arianna dice a Teseo: sono io il tuo labirinto.
Un po’ come canta Vinicio, penso subito io, ma senza per questo dirlo.
E forse è veramente così, forse in questo mondo ognuno vuole solo perdersi in un labirinto, il suo personale labirinto. È una cosa che a pensarci può far paura, ma può allo stesso tempo nascondere l’estasi; il labirinto non è mica l’abisso, una via d’uscita si trova sempre.
La ragazza mi ha parlato poi di un’eventuale scuola di fotografia da frequentare a Roma (anche se Mimmo Jodice non ne ha mai frequentata alcuna), ha la mia stessa macchina talaltro, o di un trasferimento a New York (anch’io!), o una laurea triennale in lettere classiche (anche se ha fatto lo scientifico), se proprio tutto andasse male.
E questa ragazza mi ha detto di chiamarsi Chiara, anche se a questo punto penso che avrebbe potuto benissimo chiamarsi Alice. Ma mi chiedo, chissà, se non sia stata tutta un’allucinazione dovuta alla febbre. E al mal di denti.
Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.
In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.
Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.
Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.
E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.
La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.
Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.
E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.
Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?
Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.
E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.
Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.
Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.
E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.
Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.
Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.
E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.
C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?
Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?
E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.
Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?
Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.
Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.
Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.
Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.
«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».
(A.L. Kennedy, Stati di grazia)
Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.
Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)
Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.
Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.
Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.
Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.
Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.
Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?
E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…
I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).
Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.
Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.
Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.
Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.
Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!
E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?
Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.
Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?
Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.
E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?
Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!
Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!
E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.
Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.
Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.
Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.
I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?
Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?
Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!
Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.
Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.
Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.
A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.
E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.
E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?
La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo - punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.
Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…
I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?
Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.
La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.
A certi festival devi sorbirti certi gruppi che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.
C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?
Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.
A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.
Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.
Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.
I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.