granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Utente: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from sandboy. Make your own badge here.

misteri

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
mercoledì, 06 febbraio 2008
verde.

spiraglioterrazza

telegrafato da sand alle 16:06 | link | commenti (4) |
vita, sogni, arte, fotografare, magia, napoli, spazio, estemporanea, metrò

sabato, 26 gennaio 2008
non solidarietà, ma opere di bene.

Stiamo morendo, piano piano, affogati. In quei sacchi neri potrebbero già esserci, dei morti, tanto nessuno se ne accorgerebbe. Già vedere persone che, come fossero gabbiani, o ratti, scavano tranquille nei cumuli di spazzatura, selezionando, vagliando, prendendo, non sconvolge quasi più.

Alla stazione di Mugnano (incompleta da mesi, non si capisce perché) c’è un acquario abbandonato, da giorni, mezzo pieno d’acqua. Le strade del mio paese, provincia, periferia, sono impraticabili, bloccate. Un auto con un enorme sacco nero sul tettuccio passa, fa una curva, e lo la lascia cadere, come se niente fosse. Oggi anche dagli alberi, ormai scheletriti dall’inverno, pendono sacchetti di plastica, come neri frutti di morte. Mozzarella addio, «la monnezza è oro» [cit.].

Quel fumo che esce da lì, dal fianco di quella neonata collina, in pianura, è verde, e di notte brilla, come una bomba pronta a esplodere, e brucia. Nessuno sa cosa sia, perché nessuno l’analizza, ma quel fumo lì puzza e non è cosa naturale che esca dal terreno.

L’altro giorno, in metro, c’erano due genitori con la loro bambina, denti sporgenti che le facevano il labbro leporino, ptosi della palpebra sinistra. Magari non c’entra niente, o magari dovremo prepararci sempre di più a cose di questo genere. Deve essere terribile per un genitore la nascita di un figlio malformato. Che i responsabili approntino un nuovo monte Taigeto quindi, adesso, subito.

impregilo, fibe, montefibre, acna, pellini, Tamburrino, Perrella, sono nomi che possono non dire nulla ai più, ma non a una persona che abbia la minima voglia di capirci qualcosa, di questo orribile scempio: questi sono nomi di demoni per chi ha la pazienza di leggere e scavare a fondo.

Sapete che a Napoli da un ospedale, il maggiore specializzato in tumori, un giorno è stata trafugata la banca dati con tutti i nomi dei malati con relativi tumori e possibili cause degli stessi?

Chi potrà mai essere stato, si chiederà l’ingenuo.

I bambini in gita scolastica oggi bevono redbull, e le bambine (truccate e slanciate) hanno gli occhi che brillano, mentre osservano la vetrina con gli ultimi modelli di cellulari. Questo è il mondo in cui viviamo. Rifiuti solidi, ma anche ideologici, spirituali, oserei dire, se non fosse così ridicolo dirlo.

L’unica soluzione forse sarebbe davvero vendere tutto ai cinesi (altro che quel cileno di De Gennaro!), munnezza e compagnia bella, ché loro hanno bisogno di tutto, che se ne occupi la camorra (le loro strade: pulitissime!) delle trattative, che i nostri politici manco questo sono capaci di fare. È ovvio che il nostro caro Bassolino nomen omen! Iervolino! tutti questi –ini! – non si dimetta: i criminali che ha fatto prosperare in tutti questi anni lo ammazzerebbero.

 

 

Intanto una coppia di adolescenti, li vedo ogni giorno, si baciano e si dicono parole dolci nella metro di Scampia, ultimamente fermata così alla moda, nascosti dietro un distributore automatico di biglietti.

Sono veramente piccoli e la loro felicità mi commuove, tanto sono distanti da tutto e da tutti, in quell’oretta che noi napoletani chiamiamo controra, che trascorrono lì.

Chissà quanto durerà, chissà quando finirà.

 

--------------------------------

 

serie b

telegrafato da sand alle 17:58 | link | commenti (4) |
scrivere, vita, sogni, fotografare, guerra, normale, rabbia, napoli, spazio, follia, verità, saudade, metrò, ferocia

venerdì, 21 dicembre 2007
venite amici, ci sono anche le mie foto! =)

“I NON LUOGHI”: a Napoli un Festival delle Arti Video e della Cinematografia

Una rassegna gratuita di video d’arte, cortometraggi e documentari su “I Non Luoghi” delle Città,  i1 21 dicembre 2007 dalle ore 16:30 nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli,  Largo Santa Maria La Nova 

 

Il 21 dicembre 2007 alle ore 16:30 si terrà a Napoli nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli in Largo Santa Maria la Nova, il Festival delle Arti Video e della Cinematografia “I Non Luoghi”, una rassegna multimediale - ad ingresso gratuito - di video d’arte, cortometraggi, documentari e fotografie su I Non Luoghi delle città, organizzata dall’associazione culturale “La Seconda Ombra” con il contributo e il patrocinio della Provincia di Napoli.

 

 

È la prima volta che Napoli ospita un festival multimediale che descrive in “non luoghi” della città, ovvero tutti quegli spazi - stazioni, aeroporti, centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico -, vissuti come un territorio appunto “di passaggio”, come luoghi da attraversare in un percorso che porti da un momento della propria vita ad un altro. Ciò che infatti trasforma uno spazio in un luogo è proprio la capacità di ospitare le storie degli uomini.

 

 

Il compito di illustrare “sul campo” il sottile confine che separa un luogo da un non luogo sarà affidato ad una visita guidata lungo le stazioni dell’arte della linea 1 della metropolitana, il cui percorso si snoderà fra le fermate Materdei – Museo – Dante a partire dalle ore 10:00.

Alle ore 16.30 il festival sarà inaugurato dal convegno d’apertura “Luoghi E Non Luoghi”, che discuterà della definizione di non luogo e presenterà gli artisti che partecipano all’evento; interverrà il consigliere provinciale di Rifondazione Comunista Salvatore Napolitano.

La rassegna di video d’arte, curata da Giorgia Sabatini, critica d’arte e organizzatrice di eventi, intende esplorare il rapporto delicato tra habitat e comunità, tra lo spazio in mutamento e chi questo spazio lo vive. Infine, una rassegna di cortometraggi e documentari proporrà un gioco in cui ri-conoscere gli innumerevoli “non luoghi” indagati e rappresentati dal cinema.

  

 

«Il festival dei video d’arte e della cinematografia “I Non Luoghi” - afferma Chiara Biasco, membro dell’Associazione “La Seconda Ombra - si propone di diventare un album multimediale da sfogliare per conoscere ed esplorare varie modalità di espressione, una vetrina in cui diventi possibile ammirare e conoscere artisti ed opere spesso non in grado di raggiungere un grande pubblico».

 

telegrafato da sand alle 11:12 | link | commenti (2) |
immagini, cinema, vita, sogni, arte, mondo, napoli, happiness, spazio, fortuna, estemporanea, metrò

lunedì, 27 agosto 2007
non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

telegrafato da sand alle 21:00 | link | commenti (2) |
musica, immagini, scrivere, vita, sogni, fotografare, leggere, mondo, magia, concerti, rabbia, napoli, happiness, follia, fortuna, verità, saudade, massmedia, metrò, circus

lunedì, 28 maggio 2007
Anna Zacco e le signorine moderne.

Interrogato al riguardo il venditore ambulante risponde che Anna Zacco è quella signora là, quella che prima viveva alla fine della strada, proprio laggiù, ma che adesso ha traslocato, se n’è andata.

Se n’è andata svuotando e rovesciando tutti i suoi cassetti su questa bancarella, certo non proprio lei, ma disponendo a chi di dovere che tutte le cose di quella casa fossero date via, libri, lettere, carte, foto, tutta una vita lasciata indietro insomma.

Perché alla fine una vita si riduce a questo: una serie di cose, e di oggetti, che raccontano ciò che è stato e che adesso non è più, un qualcosa che è lontano nel tempo e, in questo caso, anche nello spazio.

Una cosa che continua a esistere, ed è, solo grazie al ricordo.

Memorie, che ci rassicurano della nostra esistenza.

E allora quello che mi chiedo io, che non butto via nemmeno i biglietti del cinema, è come fa una signora a disfarsi di tutto questo (o come fa qualcuno a disfarsi per poche euro di un’intera biblioteca francese, sfogliata e annusata su un’altra bancarella).

Tra queste carte c’era un quaderno che riguardava la pensione del marito, militare, e poi una lettera di ringraziamento da parte di una tale Superiora, nel convento della quale probabilmente studiavano le figlie della signora Zacco, un libretto di massime cristiane, delle cartoline, dei ritratti del Papa di allora, ma soprattutto foto.

Insomma, rispetto alla fatica fatta, niente che avesse così tanto valore, come ha fatto notare il sorridente venditore che in quella casa (ma la signora Zacco è stata sfrattata, o ha deciso di andarsene di sua sponte?) addirittura pensava di trovare dei soldi.

Ma questo venditore, tuttavia, si è messo a vendere queste cianfrusaglie a 1euro lo stesso, cianfrusaglie senza valore se non per un nostalgico del tempo che fu, o per la signora Zacco e parenti, certo.

Io ho comprato due foto, due foto per un euro, foto di gioventù della signora in questione.

Tutte e due in bianco nero, stampate su carta che sembra tela, appena un po’ ingiallite, hanno resistito bene al passare del tempo, immortalando per sempre persone che, almeno con questo aspetto, non esistono più.

E invece che fine faranno tutte le nostre foto, quelle digitali, mai stampate e salvate su dischetti che da qui a dieci anni non saranno, forse, più leggibili causa mancanza e/o mutamento dei lettori?

Che fine faranno, le nostre memorie?

 

La foto che ho scelto per prima ritrae una donna che io presumo, appunto, sia la signorina Zacco, nel fiore della sua gioventù o, come si sarebbe detto allora, in età da marito.

Questa donna non sta sorridendo, le labbra piene sono chiuse, lo sguardo è penetrante e malinconico, ha dei fiori tra i capelli. Questi le arrivano alle spalle, e lei è molto bella. In un impeto artistico il fotografo (il cui marchio in rilievo è impresso sulla foto, a mo’ di pubblicità) ha donato a questa donna una specie di aura ultraterrena, adagiandola su sfondo bianco e cancellando quasi tutto il suo corpo, forse è lui stesso che le ha detto di non sorridere per rendere il ritratto più importante.

Di questa foto c’era anche un’altra copia, un po’ più macchiata, in effetti la signorina Zacco è venuta molto bene e forse ha voluto mandare questa foto a qualche amica, o addirittura a uno spasimante, imprimendo segretamente l’evanescente segno delle sue labbra amanti sul retro della foto.

Sì, perché all’epoca quasi tutte le foto venivano stampate a uso di cartolina postale, sul retro c’erano righe per l’indirizzo, e spazio per il francobollo.

Nella seconda foto la signorina Zacco invece è in compagnia della sorella e del figlio di questa.

Le due sorelle hanno ambedue un vestito nero a motivo floreale che differisce solo nel collo, più elegante per la sorella maggiore e più sbarazzino per la signorina Zacco; quest’ultima ha anche un cappellino bianco, posto di sbieco sui capelli un po’ più corti rispetto all’altra foto.

In questa foto la signorina Zacco si vede subito che è più giovane, è una ragazza, sorride, e i suoi occhi brillano, forse il suo cuore non è stato ancora spezzato, e non ha ancora avuto modo di soffrire per le traversie della vita; ma anche l’altra sorella, più grande e più bruttina, sorride, seppur in modo meno naturale. Lei è seduta su una sedia senza schienale, una sedia che di sicuro ha un nome preciso, e accavalla le gambe da vera signora, mostrando scarpe di vernice e calze a rete; davanti a lei c’è suo figlio, tutto vestito di bianco, pettinato e serio. Immobile, fisso, così come gli ha ordinato il fotografo (un altro marchio anche qui, differente). Questa sedia poggia curiosa su una piccola pelle di leopardo, regalo del padre militare lontano, chissà.

 

 

bouquet

Intanto le ragazze di oggi, in metro, sfogliano tutte colorati cataloghi di paesi esotici e mai troppo lontani: Tunisia, Caraibi, Maldive, Sharm El Sheik; le vacanze si appressano e loro non vogliono certo farsi trovare impreparate.

Sfogliano, da sole o in compagnia di un’amica, questi compendi di sapori e afrori lontani che, attraverso precisi listini prezzi e foto vuote e irreali di villaggi non-luoghi in cui il cameriere di colore parla più italiano di te, promettono tiepidi bagni al cloro e bollenti serate house, baci salati con retrogusto di tabacco e sesso facile e veloce, da dimenticare il giorno dopo o magari anche qualche anno più in là, se si è più fortunate.

Quanto costa al giorno d’oggi una settimana lontana dalla solitudine e dalla munnezza opprimente?

Ci sono le offerte.

Alla fin fine lo sguardo di queste ragazze è uguale a quello della signorina inizio-secolo Anna Zacco: brillante e pieno di speranza, non ancora toccato – sporcato – dalla vita che verrà… per la maggior parte di loro.

 

scatole

Io, ovviamente, per mancanza di compagnia e/o risoluzione, non so ancora dove trascorrerò le mie vacanze, ma per intanto me ne vado al Primavera Sound, dove, tra i tanti altri, vedrò la Gioventù Sonica suonare per intero il sonico monolite Daydream Nation, il malinconico giramondo Beirut (ascoltate quel gioiellino pop che è Scenic World), i malinconirici Grizzly Bear, gli avanguardisti Battles, gli inventori del post-rock Slint, la sputazzante poetessa rock che non si depila, gli eroi della mia adolescenza indie-rock Girls Against Boys (cercate la grandiosa Let Me Come Back!), le zucche riunite addirittura.

     

 

                                                                                     «Ci vuole molto tempo per diventare giovani».

 

                                                                                            (pablo picasso)

 

telegrafato da sand alle 11:38 | link | commenti (12) |
musica, immagini, scrivere, vita, tecnologia, sogni, arte, web , fotografare, mondo, concerti, napoli, fortuna, estemporanea, verità, saudade, metrò, scansioni

domenica, 19 novembre 2006
pescecani.

foto di Diane Arbus.Stanotte ho sognato dei pescecani, erano enormi.

Ero in macchina (o forse in camper, la percezione onirica è confusa, come sempre) con mio padre e ovviamente ero più piccolo di adesso, stavamo costeggiando il mare, sulla destra, la strada era una litoranea come quella della Puglia, mio padre stava parlando a telefono.

Io guardavo il mare, azzurro e pulito, e all’improvviso vedevo la pinna di uno squalo, era grande e guizzava veloce; guarda papà, uno squalo, dicevo. Poi gli squali diventavano tre, erano davvero grandi e io li vedevo vicinissimi. Poi c’era un uomo che sorgeva dalle acque, cioè non era su una barca e vedevo solo il mezzobusto nudo, il resto era sommerso.

Questo uomo aveva un coltello, con questo coltello tentava di assaltare lo squalo, o semplicemente di difendersi, non si capiva bene. Lo squalo era proprio come quello del famoso film a questo punto.

Poi mi ritrovavo nella mia vecchia casa, quella dove ho vissuto fino a 18 anni, e il terrazzo era pieno d’acqua; sul terrazzo, ormai un acquitrino, appariva come d’incanto uno squaletto piccolo, come se ce l’avesse buttato qualcuno. Anche se era pur sempre uno squalo, non faceva paura come quegli altri grandi, pure perché in quella poca acqua sembrava in difficoltà.

Un poco impaurito, io mi avvicinavo, e lo prendevo, quasi che volessi aiutarlo o tenerlo per me come animale domestico.

Truman Capote da piccolo viveva vicino un ruscelletto, insieme ai cugini aveva costruito degli argini e creato una piscina artificiale: lì dentro aveva tutte le specie di pesci, li prendeva per coccolarli e poi li ributtava in acqua. Anche un pesce può essere un animaletto domestico.

 

foto di Diane Arbus.Forse questo sogno è stato (anche) ispirato dalla prima puntata di Milonga Station, nuovo programma (in onda il martedì, ovviamente di notte e ovviamente sulla gloriosa Rai3) del monotono Carlo Lucarelli, programma dedicato ai libri (ed eventuali film derivativi) vagamente ispirato al baricchiano Pickwick (o è proprio una sua fotocopia?), programma televisivo questo risalente al periodo in cui Baricco non era ancora isterico (voglio una stroncatura come si deve!) e indecente (comprate quella schifezza de I Barbari, è un’esclusiva de la Repubblica!).

In questa prima puntata la parola chiave era “Eroi” e si parlava de Il vecchio e il mare di Hemingway, tra le altre cose. Ecco quindi l’uomo che lotta contro lo squalo.

Nella seconda puntata invece si è parlato di “Follia”,  e del Don Chisciotte di Cervantes, libro immenso et magnifico (ma troverò mai il tempo di leggerlo?) dove si narra di tale gentiluomo spagnolo che impazzisce leggendo romanzi d’avventura… ci può essere cosa più meravigliosa?

Perché in realtà non si capisce bene se il gentiluomo impazzisce o rinsavisce, la cosa non è chiara.

Forse la follia è solo un altro grado di coscienza, migliore o peggiore, chi lo sa.

Ma qua cadiamo nello scontato, e non siamo mica al termine della stagione!

Comunque verso la fine del programma Lucarelli e soci, soci tra cui una sensuale e sorridente Simona Vinci che ha dialogato con un Vitaliano Trevisan (finto) folle come in Primo Amore, hanno intervistato dei veri “matti”, matti che hanno e fanno una radio propria, su internet: Rete 180, «la voce di chi sente le voci». (ne esiste anche una spagnola: La Colifata)

L’intervista è andata abbastanza bene, e a dire la verità questi non sembravano proprio dei pazzi.

Certo i programmi mandati in onda su questa radio non hanno un argomento preciso, in sostanza la programmazione si riduce a persone che parlano per un’oretta o poco più di sé, del più, e del meno.

Una signora ha raccontato che dopo aver fatto il suo programma, dove lei faceva nomi e cognomi degli psichiatri del suo reparto, questi psichiatri non gli hanno vietato di fare il programma, no, ma gli hanno fatto una trentina di Trattamenti Sanitari Obbligatori: dopo 5-6 T.S.O. di solito si muore, ma io ho resistito, ha affermato forte e orgogliosa la signora.

Poi, proprio negli ultimi minuti del programma, uno degli intervistatori ha chiesto a uno degli intervistati (un cappello da marinaio, aveva) di cosa trattasse il suo programma, di cosa si occupasse lui.

Del più e del meno, ha risposto serio il matto (che ha scritto pure un libro), do notizie. Per esempio adesso c’è questo gas che tutti prenderanno e non si morirà più. È una cosa che hanno inventato per l’immortalità. Tra sei mesi in ogni paesino ci sarà una fabbrica che produrrà questo gas che basterà prenderlo e la gente non morirà più. Ma questa è una notizia vecchia.

Eccola, finalmente, la follia, la lucida follia farsi strada nella notte sulla tivvù pubblica e affacciarsi agghiacciante nelle nostre case. Una pazzia che entra dentro come la lama di un coltello freddo, si preme più volte il tasto rewind sul telecomando, chissà perché. Quelle parole sono così chiare. Cosa c’è da capire.

Saremo tutti immortali, un giorno.

Nelle profonde pieghe della nostra anima non è questo, quello che desideriamo tutti?

C’è chi si fa un lifting, chi viene messo in terapia intensiva, e chi si immagina un gas miracoloso. (c’è chi scrive)

Che differenza c’è.

Grazie, mormorano nervosi in rapida successione i tre intervistatori, ansiosi di chiudere lì quella parentesi che, certo, potrebbe anche deflagrare da un momento all’altro, magari pure violentemente.

Mentre i pazzi ascoltano tranquilli la telecamera inquadra i tre intervistatori che sorridono imbarazzati e non sanno cosa dire, se mostrarsi interessati e andare avanti con l’intervista. Ma il programma è già finito, e il finto (?) interesse dura solo lo spazio di un attimo.

Sigla.

 

 

(l’altro giorno sulla metro è salito un ragazzo, capelli corti e grassoccio, poco meno di trent’anni probabilmente, anche se ne dimostrava di più, pallido e sudato, chiuse le porte ha iniziato la sua litania: mi sto sentendo male, è uno schifo queste metropolitane, sto andando avanti e indietro da stamattina, nessuno mi dà niente, sono un bravo ragazzo, non sono un drogato, voglio solo mangiare, la sua testa era scossa da scatti violenti, il suo tono quasi rabbioso, non lamentoso; il giorno dopo l’ho incontrato di nuovo, gli stessi scatti della testa, lo stesso colorito pallido e sudato, la stessa rabbia, la stessa litania: i drogati si vedono, guardate io non ho buchi sulle braccia, solo che adesso gli era morta pure la madre, il giorno prima, un tizio subito gli ha porto qualche moneta, gliel’ha messa proprio sotto al naso ma lui non la vedeva, come se fosse troppo impegnato a dire – recitare –  quella sua cosa, senza che il risultato gli importasse più di tanto in effetti, una signora gli ha pure mostrato il tizio che voleva dargli i soldi, ma lui guardava il dito, non l’offerta; alla fine il ragazzo ha raccolto le poche monete e se n’è andato sul fondo del vagone, sempre con quei suoi scatti, e quelle sue lamentele, dopo un po’ ha visto un bambino su un carrozzino e ha cominciato a fargli dei segni con la mano, a sorridere, i genitori non se ne sono nemmeno accorti; ecco proprio in quel momento m’è sembrato una persona normale, questo ragazzo, al di là di tutta quell’astinenza da eroina che doveva martellargli corpo e cervello mi è sembrato che nel fondo di quegli occhi ci potesse essere ancora della bontà… eppure ho avuto paura lo stesso, che potesse fare del male al bambino, e ora mi chiedo quanto sia giusto, dopotutto, pensare – sentire –  una cosa come questa)

telegrafato da sand alle 13:45 | link | commenti (11) |
poesia, immagini, scrivere, cinema, vita, sogni, arte, web , leggere, mondo, napoli, follia, estemporanea, verità, saudade, massmedia, tivvù, metrò

mercoledì, 01 novembre 2006
“sono un reazionario, ma per ridere”. [cit.] (onirorama eccetera)

Gli anziani soli nella metropolitana hanno sempre uno sguardo molto triste.

Ieri ce n’erano due, nel mio vagone, sono entrati insieme, vicini, ho pensato che fossero marito e moglie. Prima che potessi farlo io stesso qualcuno si è alzato e gli ha ceduto il posto.

La signora aveva degli occhiali molto grandi, con la montatura marrone tipica delle persone anziane e seduta di sbieco aveva gli occhi persi in chissà quali pensieri; il signore invece, un po’ più basso e tarchiato, aveva gli occhi di un azzurro bellissimo, chiaro, profondo, occhi tristissimi che non guardavano proprio niente, se non il pavimento o l’interno del propria anima.

Erano seduti tutti e due vicini, ma la signora è scesa prima, quindi niente marito e moglie, il signore invece è sceso con me, l’ultima fermata, in piedi mi sono accorto che aveva la gobba.

Nel mio vagone c’era un’altra signora che leggeva kenfollett, e un trentenne che leggeva hovogliadite, e io ho pensato vabbè, meglio stronzate che niente.

(ché poi da piccolo in realtà mi piacque molto i pilastri della terra, mentre invece l’unica cosa buona fatta da moccia è l’aver creato – anche se indirettamente – quel fantastico feticcio dell’amore adolescenziale in un lampione di ponte milvio, a roma, dalle parti della minimum)

Un altro ragazzo stanco e con la barba lunga seduto proprio di fronte a me ha dormito per tutto il viaggio, doveva essere un operaio o un muratore probabilmente, all’ultima fermata ha aperto gli occhi e s’è riscosso un attimo, ma non s’è alzato, non è uscito.

Avrei voluto dirglielo, guarda che è l’ultima fermata, ma non l’ho fatto.

C’è gente che non scende all’ultima fermata, ma riprende il giro, l’ho già visto, ma non ho mai capito perché.

 

Io ieri sono andato a vedere una mostra dedicata alla collezione di 78 giri di un anziano signore napoletano, Salvatore Friscia, questo signore (82 anni) nella sua vita ha collezionato 6000 dischi originali, 6000 vinili capite, li ha presi in giro per il mondo, e adesso questa sua collezione è stata mostrata nella Chiesa di San Severo al Pendino, vecchia chiesa sconsacrata (ma adesso rimodernata e devota alle mostre, appunto) dove tempo fa assistetti a un fantastico concerto di Antony and The Johnsons, quando era una drag queen accompagnata da una body artist nuda e non era ancora diventato famoso, il concerto era gratis e a inviti per gente aristocratica e bacucca e io mi ci imbucai all’ultimo, parlai anche con Antony, mi chiese se ero gay… è incredibile quanto i capelli lunghi e un viso sbarbato possano cambiare una persona.

Comunque, tornando alla mostra, è stato bellissimo perdersi in quell’archivio di canzoni che parlano di un tempo passato che non c’è più. Un archivio fatto alla buona, senza nemmeno i nomi precisi e con un risultato dal punto di vista sonoro (punto di vista sonoro? si può dire?) pessimo, eppure magnifico.

Mi ci sarei stato per ore lì, con quelle cuffie.

Fred Buscaglione! Natalino Otto!! Il Trio Lescano!!!

Addirittura una giovanissima Sofia Lorén.

Questi signori, guidati dalla sola passione, hanno riversato parte di questi vinili su “banda magnetica” (musicassetta?!?) e successivamente hanno riportato il tutto su computer. Fruscii, rumori, voci e fiati che uscivano a fatica dal magma sonoro. Eppure, eppure.

Anche i volantini scritti e tradotti alla buona (con un infame et ridicolo traduttore automatico, probabilmente) erano pieni di errori, ma non fa niente.

I signori promotori dell’iniziativa, con cui ho amabilmente conversato per un po’, hanno inoltre detto che avrebbero voluto regalare un demo audiovisuale a tutti i visitatori, ma la fottuta siae ovviamente non gliel’ha permesso.

Tra le migliaia di dischi comunque ce n’erano anche alcuni della serie del Fonografo Italiano, io alcuni di questi dischi ce li ho pure, la versione in cd intendo, perché qualcuno dall’udito fine ha creduto che tramandarli ai posteri sarebbe stata cosa buona e giusta e ha fatto bene, e così io a poco e niente ho comprato quelli a tema jazzistico (ba-ba-baciami piccina/sulla bo-bo-bocca piccolina) e poi certi tanghi romantici e struggenti cantati da tale Anacleto Rossi.

Nutrita, tra questi dischi, anche la collezione dedicata al ventennio fascista, con la versione originale di una canzone all’epoca censuratissima, ma non ho capito bene perché però, nel titolo è nominato il Piave.

Bellissimo anche un libro dal sapore inconsapevolmente dada pieno di collage fatti dallo stesso Salvatore Friscia… articoli di giornale, vignette, foto.

Ho anche ascoltato la voce di un Guglielmo Marconi alle prese con i primi esperimenti di registrazione sonora su cilindri di cera. E ascoltandolo m’è venuto in mente un certo Tom Waits… la cui voce roca risuona ancora una volta magnificamente nel suo ultimo magnifico cofanetto triplo fatto di canzoni fracassone, strillone e bastarde.

(«È fatto di brani duri e teneri. Rumbe e sirene, tarantelle sugli insetti, madrigali sull’annegamento. Canzoni orfane impaurite e dirette, che parlano di estasi e di malinconia. Canzoni che sono cresciute in modo difficile. Canzoni di origini dubbie ritrovate dal destino crudele e ora lasciate sole a desiderare qualcuno che si prenda cura di loro. Fate vedere che non avete paura e portatevele a casa. Non mordono, hanno solo bisogno di attenzione».)

Caro Tom, vieni in Italia, ti prego.

Che poi Tom Waits mica è l’unico, c’è gente illuminata che addirittura s’è messa a stampare 78giri in onore degli albori… bisogna essere pazzi per fare ciò, ma d’altronde ognuno si scegli la pazzia che gli è più congeniale no?

Ieri, oltre a fonovaligie e grammofoni, c’erano anche altri cimeli esposti e grazie a questi ho scoperto che a Napoli c’è un negozio, Il Trovarobe, che conserva e vende tutti questi oggetti dall’apparenza retrò, oggetti di modernariato si dice, credo, quando qualche fighetto markettaro si sveglia e decide di farci dei soldi su. Ma qui è tutto vero e originale, e badate che tutto questo non ha niente a che fare con certi stupidi, et vomitevoli, revival anni ’80 (un pomeglio con i revival anni ’60, come quelli dei dj Rano&Natale).

Il negozio era chiuso ieri, purtroppo, ma sicuramente ci tornerò… a quanto pare a Napoli, oltre alla munnezza e ai morti ammazzati (ci mandano l’esercito!!! ma forse è meglio dotarlo di scorta), qualcos’altro c’è… ieri mi sono addirittura quasi sentito a mio agio (ahahah) a camminare per quelle strade in cui si inizia già a sentire un sapore natalizio.

It’s wonderful, It’s wonderful… Lo spettacolo d’arte varia…

Un pomeriggio, quello di ieri, reso ancor più retropassatistico dal fatto che lì dove ho scattato la mia foto vincente, ovvero Via dei Tribunali, la rai ci stava girando una fiction, l’ennesima, quella su Giuseppe Moscati, protagonista Beppe Fiorello (il fratello meno famoso), pare di intendere.

E allora bancarelle con pesce fresco (finto?) e capocolli appesi (che i soliti scugnizzi hanno ben saccheggiato, sembra), comparse in costume e auto d’epoca. Al centro della scena c’è un giocoliere che lancia in aria torce infuocate, è un ragazzo che m’è capitato di vedere nei vari strit festival napoletani, è bravissimo in quella disciplina che fa uso di una sfera trasparente, contact si chiama, se non ricordo male. Lo faceva anche un giovane David Bowie in un film fantasy, se non ricordo male neanche questa volta.

Roba di artisti di strada insomma, that’s it.

Sono rimasto sul set a curiosare per un po’, cercando di scattare qualche foto, ma il regista non si muoveva – una farmacista carina mi ha informato che erano lì dalle 5 della mattina – la luce se n’è andata e così me ne sono andato anch’io.

Al ritorno non c’era più nessuno.

Ah, ovviamente è superfluo dire che alla collezione vinilica di cui sopra il comune di Napule non è interessato, a noi ci basta l’annuale arte contemporanea a piazzaplebiscito, certo… una vergogna più che un peccato, di sicuro.

Che tristezza.

 

Il mio lato onirico invece è molto ciarliero in questi giorni, sogno e addirittura ricordo ciò che ho sognato. Be’, più o meno.

Stanotte ho sognato di fantasmi, un fantasma di una ragazza morta da cui scappavo insieme a mio fratello, forse qualcuno voleva farci un film sopra, non ricordo bene, ma io ne ero davvero impaurito. E poi un bagno rosa caramella…

L’altro giorno invece ho sognato di essere amico del mitico Vinicio Capossela (2 magnifici cofanetti in arrivo anche per lui!), Vinicio – che vedrei bene pure a lui tra quei vinili e quegli aggeggi – era appena tornato da un trionfale (si dice sempre così) concerto a New York, e noi andavamo in giro insieme, mi faceva vedere la sua stanza, parlavamo, gli scattavo delle polaroid.

Anche stanotte ho sognato di scattare delle polaroid, vuol dire che devo proprio comprarmela questa cartuccia (13euri!!!)… spero tanto che la mia vecchia macchina funzioni ancora.

Poi ancora prima ho sognato che certe ragazze che conosco dormivano nella mia stessa stanza, sotto pesanti coperte, chiacchieravamo; poi uscivo fuori e c’era un carretto con tante fette fresche, rosse e verdi, di meloni, io ne prendevo e cominciavo a mangiarne…

Ma il sogno più bello è stato quello del giorno prima: ero nel paese di nascita di mia madre, credo, eppure quando uscivo e andavo in piazza codesta piazza era quella di un vecchio paese austriaco (o del nord-italia?) visitato parecchi anni fa, quando c’era ancora un camper (non ancora bruciato dalla camorra nel parcheggio in cui se ne stava a riposare placidamente inutilizzato) e la famiglia tutta faceva ancora le vacanze insieme (più o meno felicemente), e in questa piazza arrivava un auto d’epoca, tipo una Topolino, da cui scendevano tutti tipi vestiti all’antica, sì, l’auto e i vestiti erano proprio come quelli filmici di ieri, questi tipi che con fare strano e buffo alla Jacques Tati (di Playtime? ma allora tutto torna…) tiravano fuori un tavolino su cui cominciavano a disporre la propria mercanzia: vecchie macchine fotografiche a pellicola da cui io rimanevo affascinato…

(questa fotografia sta proprio diventando un’ossessione)

Il giorno prima ero stato a un matrimonio e la cosa che più mi aveva colpito, affascinato, intendo oltre ai dolci ovviamente, era stata vedere questo fotografo e questo cine-operatore, ambedue sui sessant’anni credo, usare queste vecchie, eppure bellissime, attrezzature: l’uno una vecchia Bronica con il mirino in alto, l’altro un’enorme e immagino pesantissima telecamera che minimo doveva risalire alla metà degli anni ’90…

Comunque uno dei tizi del sogno era un poeta estemporaneo che avevo incontrato, anche lui sì, a uno dei strit festival napoletani, un tizio chiamato Saverio se non sbaglio, i suoi capelli crespi si sono visti anche al mauriziocostanzoshow (prima che mauriziocostanzo si rincoglionisse, e il suo show diventasse stupido e volgare), poeta estemporaneo perché lui, elegante come il fidanzatino di Peynet, ti vedeva e ti scriveva una poesia sul momento… Io quel giorno ero con una mia amica, Simona, una di quelle ragazze che inizi ad amare quando lei già non ti ama più, lui ci guardò e scrisse: «Siete una sola goccia di sangue».

 

 

(lascia anche tu qui traccia di un mondo passato che sta scomparendo, sei ancora in tempo)

 

 

[seguiranno foto illustrative, abbiate pazienza]

 

telegrafato da sand alle 13:47 | link | commenti (16) |
musica, poesia, scrivere, cinema, vita, tecnologia, sogni, arte, web , mondo, napoli, dischi, fortuna, estemporanea, saudade, metrò