dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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da oggi su robertosaviano.it c’è anche qualche mia foto, sezione gallerie.
ma ovviamente uno non va mica sul sito di Roberto Saviano per guardare le mie foto, no?
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Nella catastrofe dei rifiuti il tempo scorre, ma è immobile. Non c’è ieri. Non c’è oggi. Perché questo presupporrebbe che si fosse risposto, ieri, a domande cui nessuno, oggi, ha ancora voglia di rispondere. Come è potuto accadere? Chi ha consegnato la Campania e con lei il Paese intero alla sua sventura, alla sua umiliazione? E perché?
«Non esistono innocenti», è la risposta che si raccoglie nell’epicentro del dramma, come nella sua periferia, il Parlamento, dove tanto inutilmente quanto ciclicamente ne è stato annunciato l’epilogo (da ultimo il 19 dicembre scorso) da tre diverse commissioni di inchiesta (nella tredicesima, quattordicesima e quindicesima legislatura). È una finzione. La catastrofe non è una notte in cui tutti i gatti sono neri. Dove, con tratto molto italiano, le responsabilità sono "sistemiche" e dunque anonime. La catastrofe ha dei padri. Ha un suo incipit. Di cui, purtroppo, le migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora avvelenano le strade che vedete in queste foto sono solo la coda.
L’incipit è un Grande Progetto che si è fatto mostro e che oggi, ha un nome che tutti hanno imparato a conoscere: "ecoballe", il combustibile da rifiuti ("CDR") per la produzione di energia, il "rifiuto dei rifiuti", il suo prodotto "nobile". Doveva essere l’oro di Napoli e ne è oggi la tomba. Ha schiantato il sistema, "il ciclo", come lo chiamano gli addetti. Ne ha semplicemente cancellato l’esistenza. Doveva alleggerire la pressione sulle discariche per finire in due inceneritori che lo avrebbero trasformato in ricchezza. È ridotto a immenso bolo di materia marcescente, irriciclabile, che ostruisce, a valle, ogni possibile sbocco di ciò che continua a essere prodotto a monte (7 mila tonnellate di rifiuti al giorno). Di ecoballe se ne contano almeno 6 milioni e mezzo da oltre una tonnellata ciascuna, 43 volte la volumetria dello stadio san Paolo. Se ne impilano ogni giorno 2.500 di nuove. Per incenerirle non sarebbero sufficienti i prossimi 33 anni. Divoreranno ogni nuovo metro cubo utile di discarica che il prefetto Gianni De Gennaro riuscirà (forse) ad aprire.
Le trincee di Melito, Pozzuoli, Casoria, Quarto, sono le escrescenze del mostro. Ne testimoniano la storia. Che ha le stimmate di un grande gruppo industriale del Paese, Impregilo, e della famiglia, i Romiti, che l’ha guidato nell’avventura campana. Che racconta di una gara d’asta (1999) assai singolare. Di come, chi e perché, a Roma e a Napoli, nel centro-destra e nel centro-sinistra, negli uffici del commissario straordinario all’emergenza, ha ritenuto conveniente, soltanto sette anni fa, una scommessa industriale politicamente subalterna, che nel suo atto costitutivo aveva scritte le ragioni del suo sicuro fallimento, tecnico e finanziario. Per la quale la Procura di Napoli ha incriminato i vertici di Impregilo (interdicendone la partecipazione a gare pubbliche per un anno e sequestrandone i beni per 780 milioni di euro), il governatore della Campania Antonio Bassolino e i tecnici del commissario straordinario per una truffa che si è fatta disastro ambientale (nell’assoluto disinteresse, il processo da 64 faldoni, 200 mila pagine e 28 imputati, è nella fase della sua udienza preliminare).
In queste cinque settimane, nelle cronache del dramma, lo sguardo è rimasto fisso ai cassonetti, la storia del mostro, i nomi dei suoi protagonisti, sono come evaporati. Se evocati, se ne sono piccatamente risentiti. Torniamo a farne qualcuno: Cesare Romiti; Antonio Bassolino (governatore della Campania e commissario straordinario all’emergenza dal 2000 al 2004); due diversi ministri dell’ambiente in governi di centro-sinistra - Edo Ronchi e Willer Bordon - un ministro dell’ambiente di centro-destra (Matteoli), Antonio Rastrelli (ex governatore della Campania nella stagione che precede quella di Bassolino); i tecnici (non sono molti) di un commissario straordinario all’emergenza che, oltre ad essere stato un centro di spesa fuori controllo (oggi si procede alla sua liquidazione), ha operato per almeno cinque anni (2000-2005) in perenne conflitto di interesse.
Eppure, la storia non è poi così complessa. È solo impresentabile. Nel 1999, Impregilo, azienda che ha sin lì costruito solo ponti e strade e non sa neppure cosa sia un cassonetto, vince una gara per il nuovo ciclo virtuoso di smaltimento (ecoballle e inceneritori) che impone di premiare i meno capaci tecnicamente. È preferita all’Enel (che ottiene il doppio del punteggio tecnico), perché offre una tariffa stracciata - 83 lire per chilogrammo di rifiuto smaltito - di cui, curiosamente, quando le buste dell’incanto devono essere ancora aperte l’allora e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini, vaticina in pubblici convegni a Milano già l’importo (Mascazzini sarà il primo dei dirigenti a essere riconfermato dal ministro Pecoraro Scanio, lo stesso che, nei giorni in cui manifestava contro l’inceneritore di Acerra e nel mettere poi piede al ministero ne chiedeva e prometteva la cacciata). È preferita all’Enel, perché Impregilo, in quegli anni, non è solo mattoni e movimento terra. È, quando mancano soltanto dieci mesi alla resa dei conti elettorale (le elezioni 2001), il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Perché risponde a un criterio di economicità che non si pone la domanda più semplice (come è possibile assicurare a un prezzo così basso un servizio che funziona?) e che mette d’accordo tutti. Governatori campani di centro-destra (Antonio Rastrelli) e centro-sinistra (Antonio Bassolino). Ministri della Repubblica dell’Unione (Edo Ronchi e Willer Bordon) e del Polo (Matteoli). E naturalmente Impregilo, che è certa (come del resto avverrà), una volta vinta la gara, di poter rinegoziare a mano libera un contratto di cui a tal punto non onorerà l’oggetto, da dover essere rescisso (2005), a catastrofe ormai compiuta. Anche perché, gli uffici del commissario straordinario all’emergenza, che ne dovrebbero sorvegliare gli adempimenti, ne sono una dependance. Dove, per dirne una, chi (Salvatore Acampora) aveva scritto il capitolato di appalto della gara vinta da Impregilo, ne sarebbe diventato, regolarmente retribuito (un miliardo e mezzo di lire), "ingegnere capo" responsabile per l’inceneritore di Acerra. Dove, per dirne un’altra, il responsabile del progetto tecnico che avrebbe dovuto regalare alla Campania un nuovo ciclo dei rifiuti (il professore Raffaele Vanoli) apriva i suoi uffici ai generosi consigli di un figuro come Mario Scaramella, il futuro calunniatore della Commissione Mitrokhin. Dove lo studio legale (avvocato Enrico Soprano) incaricato di curare l’interesse della cosa pubblica, contemporaneamente curava gli interessi della sua controparte, Impregilo.
Melito. Casoria. Pozzuoli. Quarto. La via Campana. Non c’è un oggi, perché gli è stato rubato ieri.
La tipa mi telefona la sera stessa, sul cellulare, anche se nel modulo prestampato io avevo lasciato scritto il mio numero di casa. Ciao, ti chiamo per il colloquio che hai sostenuto questa mattina, dice, …secondo te com’è andata?
Cioè, non solo questa azienda ti chiama a casa per offrirti un fantastico lavoro, ma fa decidere anche a te l’esito del colloquio. Be’, non saprei, non ho capito bene di che tipo di lavoro si tratta… però penso che sia andata bene, dico, pensando in verità che guarda che io in quel modulo non ci ho scritto tutto quello che avresti voluto leggere tu.
Il modulo è un modulo molto povero, basti dire che non c’è da riempire nemmeno il campo “titolo di studio”… un’azienda che non ti chiede il curriculum, incredibile!
Peccato che non si sappia ancora come si chiami l’azienda e di che tipo di lavoro si tratti: centralinista, formazione del personale, risorse umane… ha sparato tale Emilia nella prima telefonata esplorativa: C’è qualcuno che cerca lavoro, in questa casa?
Ma chi ha bisogno di dettagli come questi, quando si cerca un lavoro.
Bravo, dice la tipa di cui sopra, è andata proprio così, sei stato accettato, puoi venire stesso domani per il secondo colloquio.
No, guarda vengo lunedì, dico alla pimpante tizia, illusa che tecniche di persuasione del genere possano avere un qualche effetto su di me, povera.
Il primo colloquio, la mattina stessa, si è svolto dopo aver appunto compilato lo stupido modulo, la cui parte retrostante riportava svariate righe di 4 aggettivi (scegli quale tra questi quattro aggettivi ti rappresenta di più, e quale tra questi quattro ti rappresenta di meno! mi raccomando, solo due aggettivi!), e dopo aver fatto un po’ di anticamera con persone la cui disperazione gliela leggi in faccia (a uno ho anche dovuto spiegare cosa significa “attualmente”). Una cosa come questa è la loro unica possibilità, probabilmente, e ciò è molto triste.
Mi riceve un tizio di tipo ventitre anni che vedendo che ho fatto il traduttore Laureato?, chiede, sorridendo nervoso, ma senza assolutamente approfondire, in seguito al mio sì, la faccenda, non gli interessa. E subito inizia a fare domande “psicologiche”: descriviti con tre aggettivi, e io: calmo, ascoltatore, eclettico! Un po’ imbarazzato, glielo dico pure che “ascoltatore” non è un aggettivo, in realtà, ma così su due piedi non mi viene niente di meglio, comunque a lui non importa, e continua: Ti piacerebbe gestire una filiale così da solo? (no) Ti piace andare in vacanza gratis? (sì) Lavoro part-time o full-time? (dipende) A ogni mia risposta il tizio fa dei disegnini sul mio modulo, atteggiandosi come un berluschino qualsiasi.
Ma non sono passati nemmeno dieci minuti ed ecco che il colloquio si chiude, nella più totale segretezza, nessuna domanda è possibile: me ne vado e non so nemmeno che tipo di lavoro dovrei fare!
Il tizio mi accenna solo che si tratta di un apparecchio igienico-sanitario (un cesso?) sviluppato dalla N.A.S.A. (!!!) e che mi richiamerà in serata per comunicarmi l’esito del colloquio, positivo o negativo che sia. Che gentile. Se sarò stato selezionato parlerò proprio con il direttore che mi parlerà proprio del lavoro, della retribuzione e via dicendo.
Risultando positivo il primo colloquio (che fortunello!) si passa quindi al secondo colloquio.
Nella sala d’attesa ci sono ulteriori disperati (tra cui spicca un quindicenne con giacca nera dotata di cerniera lampo al posto dei bottoni), la musica tunzeggia allegramente e, oltre alla centralinista bionda pronta per Maria De Filippi, c’è un nuovo tizio in occhiali da sole e capello gelatinato, pronto per Uomini e Donne anche lui: sembra proprio un tronista (non è mica un’offesa, eh?).
I tipi mi fanno aspettare un po’ ed ecco che, proprio mentre mi sto spazientendo (e dire che mi avevano raccomandato puntualità!), mi riceve proprio il direttore: proprio il pallido ragazzetto che mi ha fatto il primo colloquio!
Il “direttore” mi sorride come se non mi avesse mai visto prima e comincia a decantarmi un fisso mensile di 900 euro, una segretaria personale che attingerà giornalmente al loro database (ma come lo avranno mai ottenuto?) per fissarmi 3 appuntamenti giornalieri da gestirmi autonomamente, e una vacanza ogni 4 mesi! Ehi, questo è un lavoro da sogno!
L’unica cosa che chiedono è un impegno del 110%: perché Lucio, come tu ben sai se le cose si fanno così tanto per fare è inutile… Sì, certo che lo so, giusto, giusto.
Peccato che ancora non sappia di cosa si tratti, in tutto questo blaterare infatti il prodotto da vendere è un fantasma, perché, sì, almeno questo mi sembra di averlo capito: si tratta di fare il venditore.
A questo punto il direttore, senza lasciarmi nemmeno la fatica di dire “sì”, mi convoca per il corso (gratuito!) di quattro giorni da cominciare due giorni dopo, ma io gli dico che ci voglio pensare, ché fare il venditore porta-a-porta non è proprio la mia massima aspirazione, sai com’è.
Ma il direttore è genuinamente interdetto, evidentemente tale offerta di lavoro non contempla rifiuto, e mi convoca lo stesso per il corso, anche se gli faccio capire che probabilmente non ci andrò.
Tornando a casa già mi cominciano a venire i sensi di colpa: mah, però 900 euro al mese… mò ci provo, mi compro almeno l’obiettivo per la macchina fotografica… lavoro un po’, smetto quando voglio…
Poi, dopo aver letto sulla lettera di convocazione il nome della ditta in questione (K.S.&G. Italia – Concessionaria Kirby), decido di fare una piccola ricerca su internet e… si spalanca l’abisso.
«Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere».
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Perché si può dire che tutta la mia vita è basata sul senso della vista: leggere, scrivere, fotografare.
Eppure c’è chi nasce cieco o, peggio, ci diventa.
Adesso c’è in edicola questo numero di colors, dedicato ai ciechi e agli ipovedenti. La copertina è tutta bianca, la figura in rilievo, le scritte in braille: l’interno senza colori, le foto in bianco e nero.
In allegato un cd con tutta la rivista letta, una voce robotica, da ascoltare al computer; c’è anche della musica, balcanica. E allora, forse, la soluzione sarebbe sentire… ascoltare?
«Lo yogurt è blu». «Le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate». «L’acqua del laghetto è bianca». Queste sono alcune affermazioni di bambini ciechi tibetani che nella loro vita non hanno mai visto i colori. Io conosco il mondo dei colori, dei volti e dei paesaggi. E conosco il mondo dei ciechi. E spesso mi domandano: «Se potessi, quale di questi mondi sceglieresti?». La risposta non è facile. Da bambina ho spesso creduto che il mondo dei ciechi fosse un buco nero. Talvolta chiudevo gli occhi e con un brivido pensavo: «Così vive un cieco, isolato, sempre dietro a un muro». Quando ho cominciato io stessa, lentamente ma inesorabilmente, a perdere la vista, non riuscivo a conciliare la parola “cieco” con la mia situazione: non era diventato buio! Al contrario, dovendo immaginare quello che non vedevo, il mondo intorno a me diventò ancora più colorato e vivace. Riesco a spiegarmelo solo così: il senso della vista è un senso della distanza. Osserva, giudica e valuta. Vedere tiene lontani. Con i sensi che mi sono rimasti sono costretta ad andare vicinissimo, a “toccare” l’avvenimento, il problema o l’ostacolo. E spesso un ostacolo, quando ci si avvicina, si rimpicciolisce.
«Lo yogurt è blu» e «le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate»… Se oggi potessi scegliere, sceglierei questo mondo.
Sabriye Tenberken, co-fondatrice di Braille Without Borders e co-direttrice della prima scuola per ciechi in Tibet
Ho iniziato a insegnare fotografia con la convinzione che tutto quello che ha a che fare con la vista fosse positivo e sufficiente. Ma parte del mondo non può essere vista perché non possiamo illuminarla.
Un rabbino una volta mi ha detto che il Talmud parla dei ciechi come di sagi nahor, parole che in aramaico significano «grandi occhi». Come mi spiegò il rabbino, forse i ciechi vedono meglio dei vedenti; forse c’è la vista al di là degli occhi…
Estratto dal libro Seeing Beyond Sight di Tony Deifell, insegnante di fotografia per studenti ciechi
Solo un cieco può fare una foto onesta.
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p.s.: nel Museo della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze ci sono delle riproduzioni “da toccare” di alcune fotografie, molto suggestive… io all’inizio non avevo mica capito cosa fossero…
Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.
Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.
Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.
A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.
E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).
Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.
A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.
Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.
In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.
Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.
C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.
A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.
Altre cose che mi hanno colpito:
- il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;
- la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;
- le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.
Cosa che mi ha reso felice:
- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!
Esci per strada e le montagne di spazzatura sono di nuovo ovunque. Nessuno dice più niente, è normale. In certe strade la spazzatura tracima così tanto che occupa quasi metà corsia, ma basta sterzare un po’ e la macchina passa, magari lacerando un sacchetto, ma che importa. Ci siamo abituati. Anche i pedoni, orfani dei marciapiedi, cambiano traiettoria senza quasi più chiedersi il perché, perché è così che và. I giornali, certo, ancora una volta dicono di discariche ormai al collasso, e di inceneritori (o meglio: termovalorizzatori) pronti a essere costruiti; intanto la gente scende in strada e il politico di turno, a seconda del potere che si ritrova, esprime ciò che ha da dire, sempre tenendo bene a mente i suoi elettori che, certo, fessi non sono e vanno rispettati. Quindi i camion della spazzatura torneranno a lavorare, per qualche giorno, andando a scaricare chissà dove, per poi fermarsi di nuovo, tra qualche mese, e far ripartire l’intera giostra, in un infinito gioco dell’oca. È normale. Così com’è normale che una signora venga uccisa in una notte buia, e solo allora ci si accorga che forse, sì, qualche lampione dov’è scuro serve a qualcosa. Ma, certo, adesso la cosa migliore da fare è cacciare via tutti gli stranieri, subito, e tenere qui solo le modelle, quelle belle, quelle che lavorano in televisione e fanno servizi di lingerie. Magari se tutti i paesi avessero fatto così con noi italiani adesso la mafia non sarebbe una tale azienda internazionale. Ma una cosa che frutta soldi e interessi viene sempre lasciata stare, è normale. Così com’è normale che in una tranquilla domenica di paura un agente spari per distrazione, o per paura, e ammazzi un ragazzo, non avendo valutato bene cosa significhi veramente fare il poliziotto e avere una pistola in mano, e usarla, questa pistola, e tutto questo porti allo scatenarsi bestiale di giovani violenti che se non ci fosse il calcio avrebbero sfogato la loro rabbia in altro modo, ovvio. Magari se fossero nati in Africa questi giovani farebbero parte di bande armate che vietano alla povera gente un riscatto dovuto, e sarebbe tutto normale. In casi come questi invece è normale che si apra il sipario sul teatrino della politica, come se ne sentissimo la mancanza, dicendo magari frasi in cui non si crede, frasi determinate solamente dal potere disponibile al momento, non da ciò che sarebbe veramente giusto fare, frasi che sarebbero ovviamente opposte se ci si trovasse all’opposizione quindi, giusto per creare un clima di instabilità e insicurezza a sfavore del governo in carica, per andare contro il proprio nemico (non avversario) si fa questo e altro. Comunque le partite si continuano a giocare, è normale. Così com’è normale che una ragazza venga uccisa e tutto venga trasmesso in tivvù, come un telefilm, che il circo mediatico abbia inizio: gli avvocati, i giudici, gli investigatori, i criminologi, i periti della scientifica, i genitori, i presunti assassini; la vittima quella no, ma solo perché è morta e i cadaveri in televisione non vengono poi tanto bene, lo sanno tutti. Certo, adesso ci si può aiutare con internet, sopperire in qualche modo, ma non è la stessa cosa: vuoi mettere tra il mostrare un blog e invitare la vittima in persona? Non c’è proprio paragone. Tuttavia le infinite et inutili perizie scientifiche commissionate da avvocati la cui moralità non viene mai messa in dubbio da nessuno in nome di una supposta etica professionale (tutti sono innocenti fino a prova contraria, anche gli assassini certi), insieme ai pianti in diretta degli amici della vittima (quello messo in mezzo dai mass media, attenzione, non certo il/la morto/a in questione) si difendono bene: anche se nessuno sembra essere innocente, il colpevole non si trova proprio mai. Ma non ci si deve stupire più di niente in un paese dove dei ragazzi filmano (con il telefonino, ovviamente) e mettono on-line l’agonia e la morte di una loro compagna di scuola investita da un autobus. E poi chi ha bisogno della verità, se la cosa è così appassionante; mentire è diventato così semplice che nessuno confessa più. Fino a quando l’inevitabile noia dell’assassino che non c’è verrà infine scalzata dal seguente giallo, avanti il prossimo, sì, è normale. Così com’è normale che un ragazzo debba ritenersi fortunato ad avere uno stipendio di mille euro, oggigiorno, perché i tempi sono difficili e, sai com’è, c’è chi sta peggio di te. Normale quindi farsi ore di straordinario non pagato e non fiatare, ché poi va a finire che il capo si arrabbia e ti licenzia, per giusta causa, dato che si vede lontano un miglio che non hai voglia di lavorare e guadagnarti la pensione con il sudore della fronte. Che tu lo voglia o no questo è il mondo lasciato da quelli venuti prima di te e perpetuato da quelli che stanno sopra di noi, un mondo in cui – incredibbole! – quello che viene dopo è più povero di quello che viene prima, al di là di qualsiasi idea razionale di progresso e sviluppo, è normale. Così com’è normale che una piccola trattoria debba chiudere solo perché sulla collina è nato un altro ristorante, molto più chic, molto più bello e molto più figo, come dicono i gggiovani d’oggi. Nel ristorante si mangia peggio della trattoria, è tutto surgelato, ma non è questo l’importante, importante è l’apparenza, la grandeur: l’immagine è tutto. Nell’era della televisione tutto questo è normale. Così com’è normale che esci, in auto, e in quei giardinetti, ogni giorno, a ogni ora, ci siano dei tossicodipendenti che si bucano all’aria aperta, placidi e tranquilli, proprio di fianco a una scuola, elementare, media, superiore, con i bambini che vedono tutto e i carabinieri che stanno proprio cento metri più in là, tutti impegnati a fermare, è il loro dovere, le macchine con un faro rotto o senza assicurazione, è normale. Domani succederanno ancora cose così, e dopodomani anche, ma sarà tutto normale, ancora e sempre normale, del tutto normale in un mondo così, normale. Tutto, assolutamente, normale.
Oggi ho scoperto di essere addirittura citato su Wikipedia per una delle mie recensioni, come rappresentante della critica italiana.
Insieme al Morandini 2007!!!
Sono soddisfazioni.
C’è stato un tempo, il tempo di Robert Capa e Lee Miller, in cui i fotoreporter viaggiavano con l’esercito, e coraggiosamente testimoniavano la verità dell’orrore, ora in prima linea, fotografando i soldati e la loro disperata paura, ora nelle retrovie, fotografando chi della guerra finisce sempre per soffrire la parte peggiore, i civili.
Adesso di fotoreporter di guerra ce ne sono sempre meno, perché l’esercito vuole tenersi per sé i propri segreti, e la propria crudeltà, e se giornalisti ci sono essi sono embedded ovvero, quasi impiegati statali, riescono – sono tenuti – a raccontare solo ciò che si vuole che si sappia.
Ma tuttavia, a volte, la Verità, con un colpo di coda, riesce a farsi largo lo stesso, attraverso la stupidità umana: ricorda le foto di Abu Ghraib, scattate per gioco, ma così paurosamente vere.
Poi ci sono i fotoreporter freelance, quelli che vanno sul posto per documentare ciò che accade, scattano e nei nostri occhi, grazie a loro, entra un istante, terribile, di realtà. Essi viaggiano da soli, non sono al servizio di nessuno, se non di qualche agenzia di stampa, stampa libera, si spera.
Il loro è un mestiere pericoloso, eppure il più delle volte non vestono protezioni, se non un giubbetto con su scritto “press”, e tanti per questo sono rimasti uccisi, o feriti, in scenari di guerra. Perché se non ti avvicini abbastanza, le tue foto non saranno mai belle abbastanza.
Gli eserciti non si fanno più tanti scrupoli ad ammazzarli, e anche se ci sarà eco mediatica che importa, questa eco sembra non valere nulla agli occhi di certi potenti; e allora, ancora una volta, ci si chiede in che mondo stiamo vivendo se possono ancora accadere fatti del genere.
Addio Kenji Nagai, morto con il dito sul pulsante dello scatto e i sandali ai piedi.
Ti sia lieve la terra.
