dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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– Cara, non hai l’impressione che non comunichiamo?
– Ma certo che comunichiamo! Possiamo non parlarne?
(dialogo da Melinda e Melinda di Woody Allen, immagine di Banksy)
E quindi c’è stata questa festa ai Quartieri (Spagnoli) a casa di un fumettista d’autore (ci tiene a precisare) dove a un certo punto si sono cominciati a registrare fenomeni di bradisismo al pavimento con crepatura di mattonelle eccetera, tanta la gente presente e danzante. È per questo che abbiamo deciso di andarcene, mentre una decina di sfigati ancora premeva alla porta (chiusa, sbarrata) per entrare, meglio sarebbe stato leggere della tragedia sul giornale del giorno dopo, piuttosto che essere al centro dell’azione (in questo caso).
Che comunque già si era preso il dovuto, dalla festa, si era lì dalle ventuno e trenta più o meno, le libagioni erano state abbondanti, e così i vini e le risate (diciamo). Ma tuttavia anche quest’anno non si sono mangiate lenticchie (con relativo zampone di porco), dopo il picco (negativo) londinese raggiunto l’anno scorso: salame e formaggio per cena, ma il cibo non era proprio la cosa più importante di quella serata eh.
Che poi ieri si credeva (/sperava?) che tutto si sarebbe trasformato in una scena eyes wide shut, «Assomigli a un attore, non ricordo chi» mi dice una ragazza, ma così non è stato, strano, eppure il materiale era ottimo (si fa per dire) e abbondante, con tanto di longilinee dottorande sexy (con grandi stelle rosse per pendenti) e ventenni dal caschetto nero esistenzialista e gli occhi azzurri birichini (cintura nera di taekwondo addirittura, ma senza tette).
E così l’unica verità eterna et imperitura è che tutti ci si prepara e ci si mette in tiro, ma per cosa?
Tutte queste femmine le cui forme si accomodano in vestitini optical e stretch e il cui trucco è iridescente, tutti questi sorridenti maschi finti trascurati e leggermente palestrati: alla fine si parla poco (è impossibile parlare normalmente, figuriamoci con le orecchie riempite di decibel) e al contatto si preferisce il ballo, solitario e scomposto naturalmente.
Il dj è tecnologicamente avanzato e ha a sua disposizione nientedimeno che un lettore dvd e lì lancia i suoi video che vanno a proiettarsi sulla parete bianca, e tutti guardano e sentono, muovono le mani, si dimenano. Il repertorio è arr’n’bi del più stomachevole con rari momenti di stile hip-hop, ma soprattutto improvvise virate alla dance più o meno becera della metà degli anni novanta, il suono tamarro la fa da padrone insomma e il divo (o la diva) di turno provoca delirio e facili entusiasmi, ed è giusto che sia così, è la notte di capodanno, vanno dimenticati affanni e dispiaceri, come mi scrive un amico in un tristissimo sms preconfezionato, di quelli che si scaricano da internet.
Nel frattempo su Napoli è calata una nebbia fitta e intensa, bianca e lattiginosa, densa, l’atmosfera è irreale, il fumo dei botti si è mescolato alla bassa pressione, il freddo è umido e questo è il risultato: si viaggia ma non si vede nulla. E dire che l’inizio serata era stato illuminato da un incendio di un esercizio commerciale, ma purtroppo nemmeno il tempo di fare una foto che già i pompieri si scapicollavano a spegnere tutto, peccato. Anche sulla strada del ritorno un cassonetto della munnezza andava allegramente in fiamme (per dimenticare gli affanni) ma i carabinieri di passaggio (neapolitan lifestyle) non hanno ritenuto opportuno intervenire, pazienza.
L’ultima tappa del viaggio al termine della notte avviene in un localino del centro storico dove irriducibili ventenni ballano e bevono ancora, e dov’è presente anche un trittico (ma una è munita di fidanzato) di ultratrentenni femminili dalle scollature vertiginose (è un luogo comune) ma eleganti, ballano e bevono anche loro, e quello che mi chiedo io è quanto si debba essere sole, nonostante la bellezza, per essere in un localino così giovanilista alle cinque di mattina del primo gennaio duemilaesette (a proposito: siamo nel 2007 e delle astronavi nemmeno l’ombra!) a questa età, ma forse si tratta solo di paranoie mie personali: dove sono io, d’altronde?
Si torna a casa allora, e sono ormai le sette della prima mattina di un nuovo splendido anno.
Il tragitto di ritorno avviene con il finestrino del passeggero tutto abbassato, mio fratello al solito deve vomitare e imbratta il bianco della fiancata dell’utilitaria giapponese di imprecisati grumi di cibo e vino mescolato a tequila o quello che è, il colore dominante di questa massa indefinita è il viola, nel caso vi interessasse.
Fa davvero freddo e lui ha la testa poggiata sulla portiera, dorme, o riposa semplicemente il mal di testa, con gli occhiali che stanno lì lì per cadere e sfracassarsi al suolo, sotto le ruote di una macchina a caso, lo avverto anche, dell’imminente pericolo, ma purtroppo non sortisco effetto alcuno, niente, devo continuare a sorbirmi tutto questo freddo a causa sua. Sono sempre il lucido della situazione, io.
Buon anno a tutti mi pare che sia arrivato il momento di dire, adesso.
visitatelo e iscrivetevi se vi pare, grazie.
Le stelle incorniciano un orizzonte troppo ampio, ma il cielo è buio, l’azzurro finito; vedi solo oscurità e paura in ciò che potrebbe essere bello. A volte la mente gioca brutta scherzi.
Eppure, a proposito di svegliarsi e di caffè, un’altra cosa strana è che da Londra mi sono portato anche un sogno: aprirmi un Caffè Nero (per chi non c’è mai stato: una catena di caffè paraitaliani) proprio lì, a Londra, o almeno trovarci un lavoro decente, magari in uno locale carino già avviato nei pressi del centro. Certo, uno stupido sogno, un’aspirazione scherzosa, ma mica tanto poi: perché – seriamente – questa non potrebbe essere un’alternativa di vita possibile forse?
E un’ultima cosa che volevo dire, una cosa – indovinate un po’? – davvero strana, è che uno fa millemila foto per cercare la foto perfetta e poi capita che la foto più bella è proprio l’ultima, una foto estemporanea fatta quasi distrattamente, per caso, quando i saluti già si intrecciano agli inviti e alle promesse di ritorno, una foto fatta senza nemmeno guardare nel display, perché si tratta di un auto-foto di commiato – ci facciamo l’ultima foto, insieme? – quando le ruote del trolley sono già a terra e il bagaglio a mano è a tracolla, una foto fatta giusto un momento prima di separarsi, underground, una foto imperfetta sicuramente, un primo piano imperfetto che distorce e arrossa il viso, lo sfondo sfocato, ma una foto bella però, una foto in cui gli occhi sono velati da un po’ di malinconia, anche se si sta sorridendo.