dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
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Per vincere questa battaglia bisogna pensare, agire, come se si fosse già morti.
Ed essere morti significa immergersi nell’oceano delle onde che restano onde per sempre, quindi inutile aspettare che si calmino le acque. Le acque non si calmeranno mai.
L’ultima puntata di Report, I Vicerè, dedicata alla situazione in cui versa Catania (e io che pensavo che a Napoli ce la passassimo male!) è, senza scendere nei dettagli, una puntata terrificante, nel senso che mette paura, una paura assoluta, per le varie implicazioni che la lucidissima inchiesta lascia intendere. In un paese normale dopo la messa in onda di un’inchiesta del genere come minimo il governo in carica dovrebbe porsi delle domande, magari qualcuno dovrebbe addirittura dimettersi, e invece non è accaduto proprio nulla, qui in Italia; forse s’intraprenderà giusto l’ennesima causa contro la sempre ottima Milena Gabanelli, chissà. In questi giorni poi, manco a farlo apposta, m’è capitato di vedere Frost/Nixon-Il duello, film che narra di vicende forse, anzi sicuramente, più importanti di quelle italiane (non foss’altro perché la politica americana si ripercuote su tutto il mondo), vicende che sappiamo tutti come sono andate a finire: le dimissioni di Richard Milhouse Nixon. Il film però, piuttosto che sul Watergate vero e proprio, è incentrato più su una serie di interviste televisive che Nixon rilasciò a David Frost dopo essersi dimesso, interviste che partirono blandamente e finirono poi con un Nixon che, in un sussulto di dignitosa umanità, ammette di aver tradito i cittadini americani e, con gli occhi lucidi che lasciano intravedere il baratro esistenziale in cui è sprofondato il fu presidente, chiede scusa al popolo americano tutto. E in Italia invece, cosa accade? In Italia siamo oltre l’umano, tutto resta sempre uguale, niente si muove. Evidentemente i cittadini italiani non si meritano nessuna risposta.
- La scena di Gufo II e Spettro di Seta II che fanno sesso con in sottofondo Halleluja con tanto di fiammata metaforica finale (alla Gola Profonda, per intenderci) è semplicemente ridicola, mi sono sentito io in imbarazzo per Snyder.... spero per lui che l’effetto ridicolo sia voluto, come a dire «Guarda a questi patetici feticisti che gli tocca fare per godere un po’…» - Non è un po’ ipocrita mostrarci il pisello blu di Manhattan per tutto il film e non far vedere nemmeno un seno (arf arf) della fantastica Spettro di Seta II? Insomma, il nudo va bene solo se computerizzato? - Ma possibile che dopo Matrix i combattimenti debbano essere tutti visivamente uguali, ormai? Nessuno è capace di inventare/immaginarsi più niente?
- La fine “stravolta” non è mi è piaciuta per niente: perché dare la colpa al povero Doc Manhattan? Forse che sti mericani non avevano i soldi per costruire un supermostro gigante alieno?! Mah! E dire che per il resto, incredibilmente, il film è abbastanza fedele (forse pure troppo, perdendo in originalità e ritmo) al fumetto…
- Il grande Rorschach per la caratterizzazione fisica/psicologica mi ha ricordato un po’ il grande Clint Eastwood… in effetti il suo vigilante ricorda un po’ l’ispettore Callaghan, anche per com’è vestito… o no?
Per il resto che dire… bel film, ma non tanto quanto (non) mi aspettassi… anche se va riconosciuto a Snyder il merito di non aver fatto solo un film tutto effetti speciali, anzi, e di non aver ammorbidito la violenza presente nel fumetto… fumetto che tuttavia, ovviamente, è molto più profondo… vedi le varie sotto-storie completamente eliminate dal film, anche se durante il disastro finale le inquadrature insistite sul giornalaio e il ragazzo nero fanno pensare a una versione molto più lunga, già annunciata peraltro…
Partecipare alla sfilata di carri allegorici carnevaleschi organizzata dal gridas (gruppo risveglio dal sonno… della ragione che genera mostri, altro che quartiere dormitorio, un teschio che diventa pagliaccio è il suo simbolo) del mai troppo compianto Felice Pignataro significa entrare, passare, in luoghi proibiti il cui accesso è vietato ai più, luoghi che nell’immaginario comune significano una sola cosa: pericolo. E in effetti, forse, così è, come ci confermano spesso le più tristi cronache, ma tuttavia questo è il ventisettesimo anno che si ripete questo Carnevale e qualcosa, questo, vorrà pur dire.
La sfilata parte dal quartiere Monterosa, proprio dal gridas appunto, il laboratorio policulturale dove tra le tante iniziative vengono costruiti, con cartapesta e materiali riciclati, questi carri che raccontano la nostra realtà più contemporanea (le banche, l’A(h)l’Italia, la scuola e i tagli più o meno esistenziali, il ghetto, l’innominabile).
Il corteo si protrarrà per qualche chilometro, per più di due ore, e ai carri, circondati da festanti bambini con maschera e costume di ordinanza (alcuni trampolieri addirittura), si aggiungeranno via via le biciclette della Massa Critica, i salti della Capoeira Triarte, i fiati della Titubanda, i clown musicanti della Malamurga, semplici curiosi attratti dal festoso fracasso. A piedi, e senza scorta delle istituzioni (la minuscola è d’obbligo), si attraverserà quasi tutta Scampia, periferia delle periferie anche nota come la 167: ovvero la piazza di spaccio più grande del mondo, probabilmente.
Tuttavia questo non significa che qui non vivano persone oneste: infatti eccole qui, le persone oneste, ce le ho davanti, sono quelle che organizzano il tutto e sfilano per le strade a ritmo incalzante di trombe, tamburo e parodia cantante, proprio lì dove fino a qualche ora prima si stava spacciando. Come tutti sanno a Carnevale ogni scherzo vale, ed ecco che oggi tutto è permesso: i criminali si fermano attoniti e stupiti di fronte a tale felicità vociante e colorata, e quasi ci si commuove a vedere tanti colori in mezzo a tale degrado: sì, è proprio vero, una risata li seppellirà.
I bambini ovviamente sono quelli più contenti (soprattutto quelli rom, mentre quelli italiani vengono tenuti più a bada da protettivi genitori), tutti ridono, ballano, lanciano coriandoli (non fa capolino nemmeno un uovo), si affollano davanti all’obiettivo della mia macchina fotografica. Truccati semplicemente di colori, barba e baffi finti, una maschera di cartone, si fanno avanti, spavaldi, e chiedono una, cento, mille foto: me la porti poi, per favore?
Anche altri ragazzini di Scampia, non mascherati ma con indosso la divisa impostagli dalla vita e una pistola giocattolo stretta in pugno, vogliono una foto, si mettono in posa e sorridono, sono bambini anche loro d’altronde.
Intanto quelli che si credono grandi in occhiali scuri, tuta e scarpe da ginnastica, osservano increduli e forse anche un po’ infastiditi, tutto questo burdell’ disturba il loro lavoro.
Poi all’improvviso la banda tutta si ferma in uno spazio angusto, un posto le cui vie di accesso sono chiuse da cancelletti abusivi, è che non tutti sono ammessi qui, alcune persone sono indesiderate. Ma la banda passa e suona lo stesso, e la gente si affaccia dai balconi a guardare in giù: basta poco per colorare il grigiore delle loro vite.
Il corteo, sempre più numeroso, si avvia ormai all’ultima tappa dove si procederà a bruciare, in barba alla sfortuna, quei carri con tanta passione costruiti: una fiammata, e tutto scomparirà.
La strada che porta al Campo Nomadi (ma sono veramente nomadi, queste persone?) è una strada cieca mai completata che muore lì dove dovrebbe continuare, una strada riconoscibile dai tombini scoperti, vuoti, basta un attimo di distrazione per caderci dentro. Su questa strada c’è la carcassa di un piccolo cane che stranamente non puzza, un’auto data alle fiamme chissà quanto tempo fa, e svariati pupazzi di peluche che si ammassano, a significare chissà cosa, chissà che, per terra, tra detriti e rifiuti. A completare la cartolina, sullo sfondo, il famigerato asse mediano.
I bambini rom, quegli stessi bambini pronti a giocare in un campo da calcio senza pallone e a chiedere se quella è la mia fidanzata e se possono sposarla subito, sembrano non accorgersi di niente, ancora più eccitati dall’imminente rogo dei carri.
I fuochi d’artificio bruciano in un attimo quello che è stato costruito in settimane, i colori scompaiono, e naturalmente l’ultima a morire è l’effige del potente di turno, preso infine a calci, come si conviene in tutte le dittature del mondo. (più scarpe per tutti!)
Adesso fuori dal campo è comparsa pure qualche ragazzina nomade che, come tutte le ragazzine del mondo, si sente lusingata e arrossisce, quando le chiedi una foto; viene da domandarsi anche chissà i padri di questi bambini, ragazzi, dove sono, non si vede nemmeno un adulto in giro, giusto qualche mamma che è lì lì per partorire ancora una volta. Intanto questi bambini hanno cominciato a prendere a calci anche quei carri non destinati alla distruzione, alla fine sono solo bambini, per loro tutto è, o dovrebbe essere, almeno, gioco.
Nel frattempo il corteo si sta sciogliendo, sopravvive solo qualche capannello, si comincia a tornare a casa, le lasagne aspettano. Altri però rimangono al campo, come sempre. La loro casa è quella, anche se a pensarci, a vederla, una baracca di legno e lamiera piazzata in mezzo a un nulla recintato da reti arrugginite, sembra incredibile.
Nell’aria si sente l’odore del fuoco, le vampate di calore mi bruciano il viso, il fumo invade i polmoni. Ecco, il sole è andato via, il cielo si è fatto nero, si è alzato un vento freddo, tutto lascia presagire che tra poco pioverà.
I dischi di mamma sono vecchi 45giri recuperati da un’impolverata valigia verde che giaceva da anni abbandonata nella casa del suo paese d’origine.
Li metti su e si sentono bene, come se il tempo non li avesse toccati. Ci sono Rita Pavone, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luigi Tenco, Domenico Modugno, Gigliola Cinguetti; c’è anche qualche straniero/a che si cimenta con l’italiano: Paul Anka, Neil Sedaka, Françoise Hardy addirittura (sì, la canzone dei sognatori).
Ci sono solo due canzoni su questi vinili, e sulla copertina di solito c’è un ritratto del cantante, o della cantante. Quanto si era giovani. Il suono era beat, ma le parole malinconiche.
In una di queste canzoni si sente Adriano Celentano scrivere una lettera infarcita di raccomandazioni ai capelloni dell’epoca: non drogarti, non dimenticare Gesù, eccetera. Più o meno le stesse cose che dice oggi, strapagatissimo, in tivvù.
Ma che ingenuità in questi suoni, che purezza in queste parole.
l’aria fresca della notte
che si adagia sulla nostra pelle
è come balsamo per gli occhi
che ci fa vedere alberi
lì dove sono montagne di spazzatura.
Mi chiedo dove stiamo andando a finire.
Anni fa i compact disc (con tutto ciò che ne deriva) non esistevano, e non c’era nemmeno tutta questa spazzatura. Per noi le vacanze sono finite ancora prima di cominciare, forse.
ho speso più di 200euro “solo” per andare a vedere TOM WAITS.
sono un pazzo.
e domani si parte per il primavera sound di Barcellona.
ma sì, continuiamo così.