dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
sand in la strada per la riv...
Francesco071966 in la strada per la riv...
pirucca in onde.
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hanno letto queste pagine *loading* persone!!!
A vederla arrivare capisci subito che Juliette Lewis è una Natural Born Rocker, altro che attrice.
E non c’è nemmeno bisogno di vederla in azione sul palco, dove si trasforma in una sorta di adrenalinica Iggy Pop con una voce sporca che ricorda un po’ quella di Janis Joplin (anche se in verità tra le influenze dichiarate, oltre allo stesso Iggy, per lei molto “avantgarde”, Juliette cita: Tina Turner, Chrissie Hynde, Nina Simone, Billie Holiday e Grace Jones).
Chioma selvaggia, fuseaux neri, maglietta a rete, reggiseno argentato, occhi animati dal sacro fuoco. Ci chiediamo quale attrice hollywoodiana si sarebbe presentata così, struccata e di una sciatteria così sensuale, a un’intervista con i media.
Ma Juliette è così e basta: sincera, tanto da rasentare l’ingenuità. Dopo qualche sorso di tè una delle prime cose che dice, col sorriso sulle labbra e senza che nessuno gliel’avesse chiesto, è che non si droga più da quindici anni. Quale altra “very important person” si sarebbe mostrata così nuda, davanti a tutti?
Forse qualcuno potrebbe accusare Juliette di narcisismo, ma il modo in cui si è presentata appunto fuga ogni dubbio.
«Nella mia vita io sono stata tante cose: sono stata cattiva, sono stata una suora, mi sono fatta di droghe, mi sono ripulita… Ho vissuto parecchie vite, non sono “nata cattiva” come canto in Natural Born Killers, anzi sono molto connessa con le altre persone, provo empatia con loro… Però sono sicuramente un tipo strano, pazzo… A scuola ero quella che rimaneva da sola nel cortile, all’inizio volevo essere proprio come tutti gli altri, ho provato a conformarmi, ma poi ho abbracciato la vera me stessa, oggi sono un artista e sono ciò che sono…», risponde Juliette quando le chiediamo, un po’ provocatoriamente, se è veramente una cattiva ragazza, come vediamo nei suoi film.
Ma d’altronde in quanti film lei fa veramente la cattiva?
«Giusto Natural Born Killers: un film molto “avanti”, per Oliver Stone sicuramente… ma per me è un film sciocco [forse proprio perché l’ha ingabbiata in uno stereotipo?, ndr], anche se riconosco che è molto intenso, all’epoca avevo solo 19 anni e mi lasciai semplicemente andare… Poi c’è Cape Fear: in cui il mio personaggio è un misto di malizia e di innocenza, ma non è cattivo… E infine Kalifornia: in cui ero estremamente innocente, ma circondata dal male…».
Assodato che Juliette non è “cattiva”, resta ancora un’attrice?
A quanto pare no… e sì.
«Se adesso mi chiamasse Marty [Scorsese, ndr] io direi: NO! …come faccio? Sono in tour… però ho un mese libero a dicembre, forse potrei fare un film a dicembre, sì… Comunque ho appena finito di girare quattro film in America [appunto, in America, qui in Italia chi li ha visti? ndr], uno è il debutto di Mark Ruffalo da regista, io sono una sorta di “angelo dark”, suono il basso, mi drogo… un film molto intenso, oscuro, difficile… In un altro film ho recitato con Jennifer Aniston [e qui sarebbe potuto partire il pettegolezzo, visto che hanno avuto un fidanzato in comune: il fortunato Brad Pitt… ndr]».
Il presente e il futuro di Juliette oggi è tutto nella musica, una cosa che ha sempre voluto fare.
«Quando ero piccola me ne stavo sempre davanti a uno specchio a ballare e cantare, era una cosa che mi piaceva, mi emozionava… era una cosa molto fisica, che mi eccitava… mi piaceva “recitare” una parte… ma non quella della rockstar, piuttosto quella dell’artista… Ora tutto questo è un sogno che è diventato realtà».
Perché Juliette oggi abbia scelto di dedicarsi più alla musica che al cinema, anche se essere una musicista è molto più stancante, ce lo spiega subito.
«Ho fatto film per quindici anni, ho iniziato molto giovane, ma ho sempre voluto essere una musicista: andare in tour per tutto il mondo, vedere posti sconosciuti… Sono molto molto molto seria riguardo la mia carriera musicale, è un impegno serio per me, non un hobby come molti possono pensare… Certo essere una musicista è molto più stancante che essere un’attrice: l’ambiente è diverso, ci sono molte decisioni da prendere, perché qui è come se fossi io la regista, decido io i suoni, dirigo gli altri, racconto storie… c’è molta pressione, stai sempre su un palco, non sei mai a casa, non dormi… poi devi essere molto responsabile, devo stare attenta alla voce… Ma mi piace scrivere canzoni, amo tutto questo, mi sento libera».
In effetti Juliette si mostra molto protesa in avanti, in continua evoluzione, dal punto di vista musicale.
«Adesso è solo Juliette Lewis, senza The Licks, che avevano un suono molto più “old school”, basato sulle chitarre… Invece oggi il suono è molto diverso, dinamico, una cosa completamente differente: ci sono parecchie belle melodie, varie fragranze… Voglio andare avanti, progredire, il suono del nuovo disco [un po’ deludente ahinoi, nonostante la produzione del marsvoltiano Omar Rodriguez-Lopez, ndr] è molto più personale, una sorta di avventura… Io sono sempre in movimento, questo disco è una naturale evoluzione, ci ho messo dentro tutte le mie contraddizioni, le mie emozioni… Il titolo “Terra Incognita”, in latino, l’ho preso da un libro, è perfetto: voglio andare in terre sconosciute, sono stata in così tanti posti andando in tour: Turchia, Australia, Finlandia… Sono un’esploratrice…».
Insomma, a Juliette brillano proprio gli occhi quando parla di musica. Eppure anche quando parla di cinema e ricorda alcuni dei grandi registi con cui ha lavorato è tutta un brillare e un sorridere. D’altronde perché scegliere di essere musicista o attrice se puoi essere tutte e due le cose?, si chiede lei stessa.
«Scorsese è il migliore, un bambinone, sprizza elettricità da tutti i pori, è capace di lavorare dalle sette di mattina alle dieci di sera, e sempre con la stessa energia, sta lì a guardarti recitare solo per il gusto di guardarti, ama così tanto il Cinema, è uno che ti ispira molto… E poi c’è Woody Allen, che nei suoi film sembra sempre così goffo e buffo, mentre nella vita vera è così composto, super-intelligente, è un regista che ti lascia molto libera… Un regista italiano che apprezzo molto è Federico Fellini: è magico, è uno che cattura la poesia della vita, qualcosa di mai visto… Giulietta Masina nei suoi film sembra una fata…».
La dolce Juliette s’innervosisce [si fa per dire, ndr] solo quando, in chiusura d’intervista, arriva l’(in)evitabile domanda sulla famigerata Scientology.
«Oh, la stampa è così stupida, così stupida… Hubbard è uno scrittore, e anche molto intelligente, io leggo i suoi libri e per me hanno senso, mi piace ciò che scrive… Scientology è una religione molto avanzata: puoi essere cristiano, ebreo, buddista e allo stesso tempo aderire a Scientology… una cosa perfetta per me, che non sono una seguace o che… Io sono una persona molto indipendente, ho le mie opinioni… Per me Scientology è comunicazione e superamento delle nostre paure più stupide…».
Evvabbè Juliette, vallo a raccontare a tutte quelle persone per cui la più grande paura è proprio Scientology che si rifiuta di comunicare con loro civilmente.
Ma come si fa a non perdonartela questa, sei troppo carina e, a modo tuo, ingenua, per sospettare malafede. E poi quanti (cinici) artisti del tuo calibro al giorno d’oggi si metterebbero in gioco come te arrivando addirittura a commuoversi una volta invitati a dividere lo stesso palco di Cat Power e i Pretenders?
Alla prossima, Juliette… ma non dimenticare lo stage-diving, però!
Per vincere questa battaglia bisogna pensare, agire, come se si fosse già morti.
Ed essere morti significa immergersi nell’oceano delle onde che restano onde per sempre, quindi inutile aspettare che si calmino le acque. Le acque non si calmeranno mai.
I dischi di mamma sono vecchi 45giri recuperati da un’impolverata valigia verde che giaceva da anni abbandonata nella casa del suo paese d’origine.
Li metti su e si sentono bene, come se il tempo non li avesse toccati. Ci sono Rita Pavone, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luigi Tenco, Domenico Modugno, Gigliola Cinguetti; c’è anche qualche straniero/a che si cimenta con l’italiano: Paul Anka, Neil Sedaka, Françoise Hardy addirittura (sì, la canzone dei sognatori).
Ci sono solo due canzoni su questi vinili, e sulla copertina di solito c’è un ritratto del cantante, o della cantante. Quanto si era giovani. Il suono era beat, ma le parole malinconiche.
In una di queste canzoni si sente Adriano Celentano scrivere una lettera infarcita di raccomandazioni ai capelloni dell’epoca: non drogarti, non dimenticare Gesù, eccetera. Più o meno le stesse cose che dice oggi, strapagatissimo, in tivvù.
Ma che ingenuità in questi suoni, che purezza in queste parole.
l’aria fresca della notte
che si adagia sulla nostra pelle
è come balsamo per gli occhi
che ci fa vedere alberi
lì dove sono montagne di spazzatura.
Mi chiedo dove stiamo andando a finire.
Anni fa i compact disc (con tutto ciò che ne deriva) non esistevano, e non c’era nemmeno tutta questa spazzatura. Per noi le vacanze sono finite ancora prima di cominciare, forse.
(myspace, audio, video, intervista, rece)
ma perché nelle note di copertina c’è scritto:
radiohead are:
colin
philip selway + thom yorke
cosa significa quel “+ thom yorke”?
Be’, alla fine ci sono andato.
A vedere i Sonici per la sesta volta, nell’anfiteatro romano di Ostia Antica, di nuovo, i Sonici performanti DayDream Nation per intero… quando li avevo già visti fare la stessa cosa poco più di un mese fa al Primavera Sound di Barcellona (prima mondiale tra l’altro, Lee Ranaldo disse che certe canzoni non le suonavano da 18 anni). Ma quello era un concerto grande, il tipo di concerti che adesso è difficile che mi emozioni, mancava l’intimità e mi sono dovuto addirittura mettere dei pezzetti di carta a mo’ di tappo nelle orecchie, per evitare che le chitarre soniche mi sfondassero i timpani. Ero in prima fila.
A Ostia in realtà li avevo già visti, stesso teatro antico, la seconda volta che li ho visti, se non sbaglio, con loro che suonavano musiche da Goodbye 20th Century (album mai sentito, talaltro) con l’aiuto di un percussionista aggiunto e quell’eclettico genietto di Jim O’Rourke. O Jim se n’era già andato? O ancora doveva entrare? Boh, la memoria mi fa cilecca.
Comunque quel concerto fu molto bello, anche grazie alla location (ecco perché ci sono tornato), atmosferico, ambient, chitarre perlopiù pulite, pezzi sconosciuti… però poi nei bis suonarono Schizophrenia e anche se quel pezzo non lo conoscevo ancora ricordo che quell’attacco mi colpì molto, e adesso ogni volta che lo sento mi ricordo di quel momento e mi vengono i brividi.
Leggetevelo, il testo di Schizophrenia.
La prima volta sonica invece fu a Jesolo, Beach Bum Festival, con amici guidai una notte intera solo per vedere i Sonici, cioè, per vedere principalmente loro: 900km in una notte, ecco, queste sono cose che fai solo quando sei veramente giovane, e non ti metti lì a pensare quanto sia stupido spendere così tanto (in soldi, tempo e fatica) per andare a vedere un concerto. Poi ti fai grande e credi che d’altronde i concerti, la musica, non siano altro che una cosa da ragazzi e che adesso non c’è più tempo, perché adesso bisogna lavorare e farsi una vita. Ieri a Ostia c’era una ragazzo che ha urlato tutto il tempo improperi contro il pubblico pagante e seduto, siete delle merde alzatevi io vengo da Salerno tutto da solo qui ci sono i Sonic Youth alzatevi lote, come se loro non avessero il diritto di stare seduti e godersi lo spettacolo come meglio credessero senza che qualche imbecille gli andasse addosso dicendo addio addirittura alle scarpe volate sul palco. Nemmeno i giovani sonici di oggi sono più quelli di una volta.
Io comunque anche ieri ero in prima fila, attaccato alla transenna, è per questo che sono riuscito a toccare la chitarra di Thurston Moore (mio eroe!), è stato tranquillo, perché la prima fila è tranquilla, basta essere muniti di zaino con dentro giubbino che attutisca i colpi alla schiena, giovani pischelli che non siete altro. Inoltre nella tasca del giubbino è dove va nascosta la macchina fotografica per evitare che te la sequestri il servizio d’ordine: vedete, vi svelo i segreti di un concertista esperto.
Ieri poi c’era anche un’altra che urlava, una tizia sulla trentina che dava dei ridicoli a quelli del servizio d’ordine perché s’erano messi i guanti di lattice come precauzione per non toccare la gente: Prima che vi beccate l’AIDS vi hanno già menato, urlava la tizia con il suo aristocratico accento romano invece di godersi il concerto. Alla signorina in questione forse è sfuggito che magari anche qualcuno del pubblico non avrebbe gradito il contatto coi buttafuori, eh.
In autogrill, ancora, cameriere e avventori litigano per mancata cortesia da ambedue le parti, e un tizio dice bugie alla moglie con l’amante che dorme in macchina.
Insomma, la gente è pazza.
Ma tornando a noi, il tour di Jesolo era quello di A Thousand Leaves, forse l’ultimo bell’album inciso dai Sonici (anche se l’ultimo che ho comprato è Murray Street, e non è certo da buttare), Sonici partiti letteralmente daccapo visto che nel tour precedente avevano subito il furto di due tir con tutta la strumentazione/attrezzatura, tra cui chitarre frutto di anni e anni di modifiche. Roba da ammazzarsi.
Si ricordano ancora accorati appelli di Lee su vari newsgroup alla ricerca del materiale scomparso.
(e tu, avresti comprato una chitarra sonica per poi restituirla?)
In quel concerto io ero al centro, il posto peggiore in pratica, perché è lì che si sviluppa il pogo, e non hai nessun appiglio, a meno che non ti aggrappi agli altri o inizi a pogare anche tu, certo. Ma non me ne fregava nulla perché sul palco c’erano i Sonici, le luci erano violacee, le sonorità pulite e psichedeliche.
Fu come essere rapiti da un vortice.
Alla fine Thurston si mise a giocare con una radiolina giocattolo e mandò la chitarra in feedback, e io nella mia innocenza giovanile me ne stupii. Comunque quel concerto mi sconvolse abbastanza.
Mi ricordo che dopo mi addormentai addirittura sul prato, perché avevo visto i Sonici, e degli altri chi se ne importava.
Poi, dopo aver detto addio al ventesimo secolo, venne il tour di Murray Street, appunto, e qui c’era anche Jim O’Rourke, sono sicuro. Si era a Valle Giulia, Roma, e lui e Thurston arrivarono a bordo di una Panda nera, che fighi. Salutai anche Thurston, che in quella Panda ci stava appena.
Steve Shelley poco prima del concerto uscì a controllare il prezzo delle magliette false, per regolarsi di conseguenza riguardo il prezzo delle magliette originali. Le magliette false le facciamo solo in Italia?
A Ostia per una maglietta falsa volevano 15 euro, quando prima te la cavavi anche con diecimila lire.
La gente è davvero impazzita, ve l’ho detto.
Anche quel concerto lo vidi in prima fila e ho anche delle foto analogiche abbastanza buone che stanno lì a dimostrarlo. Dormii a casa di un’amica e il giorno dopo partii per Arezzo con mio fratello e degli amici che m’erano venuti a prendere a Roma; i Sonici avrebbero suonato il giorno dopo ad Arezzo Wave. Fantasticai addirittura di farmi dare un passaggio direttamente da loro. Ah, beata gioventù.
Quel concerto lo vidi da più lontano, perché arrivare in prima fila a concerti così grandi è davvero una faticaccia e poi ero stato in prima fila giusto il giorno prima quindi non faceva niente.
Comunque vedere, anche da lontano, Kim Gordon che si dimena sulle note di Drunken Butterfly è una cosa che proprio non si dimentica. E anche il campeggio del fu Arezzo Wave è una cosa che non ti dimentichi per tutta la vita: se sei sopravvissuto a quel campeggio allora puoi sopravvivere davvero a tutto. Ricordo che c’era una punkabbestia che se andava in giro nuda e completamente strafatta a chiedere di essere scopata. Vabbè.
E poi eccoci qui, ai giorni nostri, con la tournè che i nostri eroi, seguendo un’odierna moda comune, hanno dedicato alla completa riproposizione di un loro vecchio album: DayDream Nation, appunto.
Cazzo, ma il mio preferito è il “commerciale” Dirty , l’album che contiene la canzona sonica più bella di sempre: Theresa’s Sound World. Riuscirò mai a sentirla dal vivo? Difficilmente si raggiungerà più una tale perfetta armonia tra distorsione e pulizia. E che dire di Purr? E Sugar Kane? E Wish Fulfillment?
La copertina poi? È da anni che ne cerco una maglietta.
Insomma, avete capito.
Comunque di Barcellona già ho detto, e anche di ieri non c’è poi molto da dire.
L’esecuzione dell’album è pedissequa e fedele, i Sonici si prendono poche libertà e quindi non ci sono molte sorprese.
Anche i bis (supportati da Mark Ibold) non forniscono brividi supplementari, dato che i pezzi sono quelli dei due album più recenti, album che mi sono quasi sconosciuti. Però qualche atmosfera free e qualche fraseggio sghembo emozionano, bisogna ammetterlo.
Thurston sembra essere quello che si diverte di più, si sbatte, alza la chitarra al cielo, la struscia contro il pavimento, storce i piedi, fa il metallazzo. Ha delle nike argentate e un jeans stracciato, gli occhiali da nerd, sì, lui è proprio rimasto un giovane sonico. Anche qui ha una radiolina con cui giocare che alla bisogna (providence) diventa anche mangiacassette; Thurston gira su vari canali per poi posizionare la frequenza su un canale morto: rumore bianco, that’s it. Perché è lì che non si prova più dolore, come ci insegna il caro Christopher Boone.
Ma secondo voi Thurston e Kim scopano ancora?
Kim è così austera, non è più l’adolescente introversa che si nascondeva sotto un cappuccio dei primi album. Le gambe sono muscolose, lo sguardo duro, il viso rugoso. Eppure anche qui non perde occasione di ballare. Forse è un po’ sgraziata, ma è cosa da dire questa riguardo la frontwoman di un gruppo che ha fatto delle dissonanze la propria bandiera?
Lei a suo modo rimane sensuale, e ha una gran voce.
Lee è quello con gli ampli dipinti, il beat del gruppo; ieri vendevano anche i suoi diari dei primi anni sonici. Lee canta spesso, e i suoi decisi ricami chitarristici fanno da contraltare alle spericolatezze di Thurston. A un certo punto imbraccia pure una chitarra acustica, e quasi non ci credo, voglio dire, una chitarra acustica a un concerto della Gioventù Sonica!?! Roba da non credersi.
Steve invece è quello più giovane, ma mi chiedo lo stesso come faccia a battere sui tamburi così per due ore. A lui l’ho rivisto anche ultimamente, accompagnava le spettrali canzoni suonate da una chitarra da due dollari. Quando gli ho detto che una volta ci avevo parlato per telefono perché Thurston mi aveva chiamato per complimentarsi riguardo un demo che gli avevo spedito, mi ha guardato ed è rimasto un po’ stupito, deve essere stato davvero buono, ha detto, perché non è una cosa che facciamo con tutti.
Come non vi ho mai raccontato del giorno che mi telefonò Thurston?
È una cosa che racconto proprio a tutti, capite.
È che tanto tempo fa avevo un gruppo, o una band, se vogliamo fare gli internazionali.
Io ci suonavo una rossa guitarra elettrica, e poi c’era il bassista e il batterista, che poi era (è) mio fratello.
Non è che avevamo proprio delle canzoni, ma ci mettevano in saletta (ah, i tempi della saletta sperduta in mezzo alla campagna, finita saccheggiata dai ladri) e suonavamo. Rumori, improvvisazioni, sperimentazioni, cose così. Più o meno ci divertivamo e i nostri sabati passavano così.
E poi un giorno scoprii che il bassista se ne sarebbe andato a Firenze a studiare psicologia (a proposito, questo lunedì si laurea alfine), e che quindi probabilmente il gruppo, quel gruppo fatto di chimiche alchemiche, non sarebbe esistito più.
Poi mio fratello si fidanzò e così davvero il gruppo finì.
Si parlò di cassette spedite su e giù per l’Italia, ma non se n’è mai fatto nulla.
Adesso con questo amico e un altro capita che ogni tanto ci vediamo per la cosiddetta serata F.A.C. dove l’acronimo sta per “Fake American Club”, ovvero il club dei finti americani nato da una mia idea: vediamo uno stupido film commerciale (possibilmente un’americanata, appunto), ci ingozziamo al Burger King o al McDonald, giochiamo a bowling. Viva Lebowski for ever, insomma.
Comunque di lì a poco io smisi anche di suonare la chitarra, io, che avevo appena comprato un mostro di amplificatore, forse perché il computer prese a mangiarsi la mia vita e/o forse perché dopo un po’ tutto mi annoia.
Però con quel gruppo avevamo fatte cose belle, e se avessimo continuato chissà dove saremmo arrivati. Perché anche se talvolta sopravviene la noia, certe esplosioni è davvero belle guardarle.
E così cominciai a sentire tutte le varie cassette registrate, prove e provini, e a scegliere le più belle, di quelle esplosioni. Cominciai a legarle l’un l’altra, queste cose, copiaincolla, ma senza pc perché, sapete, i masterizzatori non esistevano ancora.
Tanto è vero che quella spedita a Thurston fu una cassetta, una di quelle mitiche da novanta minuti, con tanto di copertina disegnata da me, a pennarello. Ci scrissi sopra anche indirizzo e telefono, forse anche l’e-mail, ma mai a pensare che qualcuno mi avrebbe chiamato. E invece.
Una sera arriva questa telefonata, mio padre risponde e, Lucio, vedi c’è uno che parla inglese che ti vuole.
Hallo, Lucio… Lucio… I’m Thurston, I am listening to your cassette… (mi fece sentire che effettivamente stava proprio ascoltando la mia cassetta) It’s cool.
Io sconvolto. Thurston Moore… Are you Thurston Moore? Yeah, you like it… cominciai a dire in un improbabile inglese, e giù a dire stupidaggini, tutto rosso in faccia.
Thurston poi mi passò anche Steve, e un po’ parlai anche con lui. Erano nel loro studio a Hoboken, New Jersey, lì dove avevo spedito la cassetta che adesso stavano ascoltando.
Thurston mi chiese anche dove abitavo, e se volevo andare a vederli a Barcellona (da un certo punto di vista quest’anno un cerchio s’è chiuso), perché loro avrebbero suonato lì, e se volevo, sì, potevo andarli a vedere. Io confusissimo dissi di no, in un attimo pensai che dovevo prendere l’aereo, non sapevo come arrivare, non sapevo che fare, sarei dovuto andare lì da solo, e insomma mille paranoie così.
Ero giovane e fesso allora, così come oggi sono grande e fesso.
Che poi non capii se mi stava invitando a stare da loro o solo a vedere il concerto.
O magari a fargli da supporto con il gruppo? Ma il nostro gruppo già non esisteva più.
Comunque lui non insistette più di tanto e prima di salutarmi disse solo: Take it easy, Lucio.
Attaccato il telefono andai in bagno e stetti mezzora a ridere da solo davanti allo specchio.
Fu davvero fantastico.
Dopo quella telefonata per un po’ ripresi anche a suonarla, la chitarra, scrissi pure un’altra lettera a Thurston, ma non mi ha mai risposto.
Mi chiedo perché quando comincio a fare “bene” le cose finisce che le abbandono sempre.
«C’erano infinite cose commoventi, dolorose o bizzarre che avrei voluto fotografare, ma non potevamo fermarci…»
(lee miller)
Sviluppato finalmente il primo rullino scattato con la mitica Holga: un rullino di prova, niente di che, eppure sono molto soddisfatto di certe foto!
E dire che non ho nemmeno rivestito la mia cara macchinetta di nastro isolante nero per evitare eventuali infiltrazioni di luce moleste. A guardare queste foto davvero uno si chiede a che serva spendere tanti soldi in attrezzature fotografiche se poi è possibile ottenere tali meravigliosi risultati con una macchinetta di plastica da 20euro e un rullino da 5euro. Si paga lo sviluppo (circa 3euro) e voilà, giudicate pure voi, tra qualche giorno posterò qualche foto (è che il mio maledetto scanner mi sta facendo penare, *sigh*).
Personalmente non riesco a smettere di guardarle.
Ho anche fatto un paio di foto bucoliche… o dovrei forse dire pinkfloydiane? Vedrete.
Alla fnac intanto ieri era pure il giorno del bookcrossing e così ne ho approfittato per accaparrarmi tre libri di fotografia, lasciando in cambio giusto una copia del libro in cui è presente anche un mio scritto, scritto di certo non geniale, come ricordava giustamente il buon Elia Spallanzani in qualche commento più giù.
I libri che ho avuto la fortuna di trovare sono un’assai voluminosa (2002 foto!!!) antologia fotografica di Nobuyoshi Araki compilata da lui medesimo, il meglio del meglio in pratica, anche se tutto scollato (fogli che volano di qua e di là, ma per un libro del valore di 78euro non pagato nemmeno una lira chissenefrega?), un antologia (scollata anche questa) di ritratti di Lee Miller, allieva di Man Ray (e da questi ripetutamente fotografata) e amica di Picasso è una fotografa famosa per la foto surrealista che la ritrae nuda nella vasca da bagno di Hitler e per i suoi fotoreportage di guerra (che coincidenza, una sua foto “artistica” di una nazista suicida illustra la copertina de Le uova del drago di Pietrangelo Buttafuoco, libro che ho regalato proprio in questi giorni a mio padre), e infine un piccolo libretto (dalla copertina un po’ rovinata) chiamato Bordello dove sono presenti una serie di fotografie retrò scattate in vere case chiuse, così pare.
Tra tutti questi visi femminili (la fotografa è Vee Speers) mi piace immaginare possa esserci anche Miss Sugar, la conturbante protagonista de Il petalo cremisi e il bianco, libro finito di leggere da poco e che mi è piaciuto abbastanza, anche se mi avrebbe lasciato senza dubbio a bocca asciutta riguardo le sorti di certi personaggi, se non avessi poi letto la successiva serie di racconti, Natale in Silver Street, scritta sempre da Michel Faber…
È in preparazione anche un film tratto da questo mattone (non foss’altro per la mole: quasi 1.000 pagine!) che si rifà ai romanzi vittoriani, film la cui protagonista sarà la dolce Kirsten Dunst, e la cosa non può che rendermi felice visto che mentre divoravo tutte quelle pagine era proprio lei che immaginavo nelle vesti della protagonista: è davvero perfetta!
Speriamo di non rimanere delusi…
Comunque da quegli scaffali avrei potuto prendere anche altri libri, se solo avessi voluto, per esempio una massiccia guida alla musica hip-hop compilata dai tizi di All Music, ma non mi piaceva veramente, oppure, perché no, un altro libro fotografico nel cui titolo faceva mostra di sé l’invitante parola lingerie… ma non ho voluto fare troppo la figura del pervertito di fronte alla vecchietta che sfogliava l’ennesimo libro su Padre Pio. Queste vecchiette spuntano dappertutto, quando meno te lo aspetti. Gliele farei proprio vedere certe foto bondage del suddetto Araki…
Che poi alla fine uno mica può prendersi dei libri così senza pagare proprio niente, eh.
E infatti quando vado a comprare i dolci (siamo a Napoli e le paste di domenica sono quasi obbligatorie) mentre scendo dalla macchina mi cadono inavvertitamente gli auricolari dell’iPod e ovviamente non me ne accorgo, perciò 5 minuti dopo troverò gli stessi spiaccicati sotto le ruote di chissà quale macchina di passaggio… poverini, erano gli auricolari di un cd walkman della Sony regalo di laurea ed erano anche meglio di quelli originali Apple.
Vabbè, pazienza… è tutta una ruota che gira… lo ying, lo yang, il karma… quella roba lì insomma, bla bla bla.
(mentre sfogliavo questi tre libri in sottofondo avevo il secondo album dei Pink Martini, Hang On Little Tomato, e devo dire che il loro essere musicalmente così fuori dal tempo ma simultaneamente calati in così tanti spazi ha reso la visione di queste foto ancora più completa: sapore anni ’20 per le foto delle prostitute parigine, malinconia per i ritratti della Miller, idiomi giapponesi per Araki)
La canzone si chiama Summer (tratta da One With The Sun) e loro sono gli Shy Child, ovvero il “nuovo” gruppo degli ex-El Guapo (poi SuperSystem) Pete Cafarella e Nate Smith, un gruppo che fa proprie portandole ancora oltre le ultime danzerecce tendenze dei SuperSystem: ecco allora di chi era la responsabilità della tanto vituperata (da alcuni, ma non da me) svolta dance degli avanguardisti El Guapo (Justin Destroyer I miss you!), trasformatisi appunto in SuperSystem!
Nei dischi degli Shy Child certe reminiscenze kraftwerkiane sono ancora più evidenti, anche se naturalmente loro sono molto meno ingessati e più selvaggi degli ingegneri del suono tedeschi, e non dico questo solo perché a uno dei due ormai lontani concerti degli El Guapo a cui ho assistito (senza dimenticare un altro dei SuperSystem) il buon Cafarella, come documentato dalle mie foto era 1megapixel, vestiva una stracciatissima maglietta dei maestri epoca Computer World, dico ciò perché certe sonorità (soprattutto nel primo Please Consider Our Time, a dire la verità un po’ più moscio del secondo) sono proprio quelle!
Sonorità al giorno d’oggi ovviamente svalutatissime perché in grado di essere riprodotte da qualunque quattordicenne con un minimo di estro e un pc da 600 euro a disposizione, ma non per questo da buttare o da evitare, ché non è mica da tutti scrivere tali orecchiabilissimi gioiellini techno-pop come questa Summer qui!
Cioè, come si fa a non andare fuori di testa con una canzone come questa o, ancora di più, con la tribalissima Technicrats?!?!? E Sunshine?!?
Bisogna solo essere rimasti fusi da qualche pasticca andata a male.
Insomma, se è questa la vostra tazza di tè (ma anche no), io ve li stra-consiglio, ché secondo me diventeranno dei grandissimi!
(terzo album, Noise Won’t Stop, in uscita a maggio, ma già disponibile nei migliori circuiti di filesharing)
voce di Robertina e musiche di Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo.
«Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra».
(robert altman)

L’altro ieri è morto Robert Altman, grande regista americano, ma si è saputo solo ieri sera.
Oltre a film Altman, che ha ottenuto l’Oscar (alla carriera) solo quest’anno, ha diretto alcune serie televisive, serie come Bonanza (la cui sigla, Rawhide, viene cantata dai Blues Brothers – film rivisto sabato scorso – sotto una pioggia di bottiglie tirate da inferociti cowboy; voglio suonare come quelle canzoni dei Blues Brothers, dissi sedicenne al mio maestro di chitarra) e Tanner 88 (andata in onda proprio quest’anno, sul satellite).
Ieri mattina, leggendo il giornale, mi sono tornate in mente le parole «…qui si parla del Corpo, e a ragione…», non so perché, forse per il nuovo spettacolo di Rezza/Mastrella che da poco ha lasciato Napoli, pensavo di aver scritto queste parole nella mia vecchia rece del suo spettacolo dell’anno scorso, invece rileggendo la mia rece di The Company, uno degli ultimi film di Altman, è lì che le ho trovate.
Proprio nei giorni scorsi poi, invogliato da una cover sentita al bel concerto dei The Gentlemen’s Agreement di pochi giorni prima, ho ripreso un vecchio disco di Chet Baker, grande trombettista (nonché cantante) bianco con il vizio dell’eroina, fu anche arrestato in un’area di servizio italiana per questo, i poliziotti lo trovarono intento a farsi una pera nel cesso e così passò oltre un anno in un carcere italiano. Chet lo cito in fine di recensione per la sua magnifica interpretazione, presente nel film in questione, di My Funny Valentine.
Inoltre Rete4 aveva già in programma M.A.S.H. verso le 3 di questa mattina, ancor prima di sapere della morte del regista, mentre invece Rai3 ha dovuto cancellare la terza puntata di Milonga Station (di cui ho parlato l’altro giorno) per trasmettere Nashville, come omaggio.
Infine per minimum fax, proprio in questi giorni, è uscito un libro che raccoglie tutta la produzione poetica di Raymond Carver, grande narratore di storie americane, storie su cui Altman stesso si è basato per uno dei suoi film più famosi, America Oggi.
In questo film c’è anche Tom Waits, di cui forse oggi compro il magnifico cofanetto alla fnac.