granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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misteri

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
domenica, 13 gennaio 2008
adesso il disco degli atari ve lo dovete solo comprare.

atari

(myspace, audio, video, intervista, rece)

telegrafato da sand alle 15:40 | link | commenti (10) |
musica, scrivere, vita, tecnologia, web , fotografare, concerti, video, napoli, happiness, dischi, spazio

sabato, 08 dicembre 2007
quella mezzora scarsa in più è ancora meglio. (del disco ufficiale)

ma perché nelle note di copertina c’è scritto:

 

radiohead                                                                 are:

colin greenwood, jonny greenwood, ed o’brien,

philip selway                                         thom yorke

 

 

cosa significa quel “+ thom yorke”?

telegrafato da sand alle 15:19 | link | commenti (4) |
musica, vita, magia, happiness, dischi, spazio, estemporanea

venerdì, 13 luglio 2007
fino a quando puoi continuare a chiamarti giovane sonico.

Be’, alla fine ci sono andato.

A vedere i Sonici per la sesta volta, nell’anfiteatro romano di Ostia Antica, di nuovo, i Sonici performanti DayDream Nation per intero… quando li avevo già visti fare la stessa cosa poco più di un mese fa al Primavera Sound di Barcellona (prima mondiale tra l’altro, Lee Ranaldo disse che certe canzoni non le suonavano da 18 anni). Ma quello era un concerto grande, il tipo di concerti che adesso è difficile che mi emozioni, mancava l’intimità e mi sono dovuto addirittura mettere dei pezzetti di carta a mo’ di tappo nelle orecchie, per evitare che le chitarre soniche mi sfondassero i timpani. Ero in prima fila.

A Ostia in realtà li avevo già visti, stesso teatro antico, la seconda volta che li ho visti, se non sbaglio, con loro che suonavano musiche da Goodbye 20th Century (album mai sentito, talaltro) con l’aiuto di un percussionista aggiunto e quell’eclettico genietto di Jim O’Rourke. O Jim se n’era già andato? O ancora doveva entrare? Boh, la memoria mi fa cilecca.

Comunque quel concerto fu molto bello, anche grazie alla location (ecco perché ci sono tornato), atmosferico, ambient, chitarre perlopiù pulite, pezzi sconosciuti… però poi nei bis suonarono Schizophrenia e anche se quel pezzo non lo conoscevo ancora ricordo che quell’attacco mi colpì molto, e adesso ogni volta che lo sento mi ricordo di quel momento e mi vengono i brividi.

Leggetevelo, il testo di Schizophrenia.

 

La prima volta sonica invece fu a Jesolo, Beach Bum Festival, con amici guidai una notte intera solo per vedere i Sonici, cioè, per vedere principalmente loro: 900km in una notte, ecco, queste sono cose che fai solo quando sei veramente giovane, e non ti metti lì a pensare quanto sia stupido spendere così tanto (in soldi, tempo e fatica) per andare a vedere un concerto. Poi ti fai grande e credi che d’altronde i concerti, la musica, non siano altro che una cosa da ragazzi e che adesso non c’è più tempo, perché adesso bisogna lavorare e farsi una vita. Ieri a Ostia c’era una ragazzo che ha urlato tutto il tempo improperi contro il pubblico pagante e seduto, siete delle merde alzatevi io vengo da Salerno tutto da solo qui ci sono i Sonic Youth alzatevi lote, come se loro non avessero il diritto di stare seduti e godersi lo spettacolo come meglio credessero senza che qualche imbecille gli andasse addosso dicendo addio addirittura alle scarpe volate sul palco. Nemmeno i giovani sonici di oggi sono più quelli di una volta.

Io comunque anche ieri ero in prima fila, attaccato alla transenna, è per questo che sono riuscito a toccare la chitarra di Thurston Moore (mio eroe!), è stato tranquillo, perché la prima fila è tranquilla, basta essere muniti di zaino con dentro giubbino che attutisca i colpi alla schiena, giovani pischelli che non siete altro. Inoltre nella tasca del giubbino è dove va nascosta la macchina fotografica per evitare che te la sequestri il servizio d’ordine: vedete, vi svelo i segreti di un concertista esperto.

Ieri poi c’era anche un’altra che urlava, una tizia sulla trentina che dava dei ridicoli a quelli del servizio d’ordine perché s’erano messi i guanti di lattice come precauzione per non toccare la gente: Prima che vi beccate l’AIDS vi hanno già menato, urlava la tizia con il suo aristocratico accento romano invece di godersi il concerto. Alla signorina in questione forse è sfuggito che magari anche qualcuno del pubblico non avrebbe gradito il contatto coi buttafuori, eh.

In autogrill, ancora, cameriere e avventori litigano per mancata cortesia da ambedue le parti, e un tizio dice bugie alla moglie con l’amante che dorme in macchina.

Insomma, la gente è pazza.

 

Ma tornando a noi, il tour di Jesolo era quello di A Thousand Leaves, forse l’ultimo bell’album inciso dai Sonici (anche se l’ultimo che ho comprato è Murray Street, e non è certo da buttare), Sonici partiti letteralmente daccapo visto che nel tour precedente avevano subito il furto di due tir con tutta la strumentazione/attrezzatura, tra cui chitarre frutto di anni e anni di modifiche. Roba da ammazzarsi.

Si ricordano ancora accorati appelli di Lee su vari newsgroup alla ricerca del materiale scomparso.

(e tu, avresti comprato una chitarra sonica per poi restituirla?)

In quel concerto io ero al centro, il posto peggiore in pratica, perché è lì che si sviluppa il pogo, e non hai nessun appiglio, a meno che non ti aggrappi agli altri o inizi a pogare anche tu, certo. Ma non me ne fregava nulla perché sul palco c’erano i Sonici, le luci erano violacee, le sonorità pulite e psichedeliche.

Fu come essere rapiti da un vortice.

Alla fine Thurston si mise a giocare con una radiolina giocattolo e mandò la chitarra in feedback, e io nella mia innocenza giovanile me ne stupii. Comunque quel concerto mi sconvolse abbastanza.

Mi ricordo che dopo mi addormentai addirittura sul prato, perché avevo visto i Sonici, e degli altri chi se ne importava.

 

Poi, dopo aver detto addio al ventesimo secolo, venne il tour di Murray Street, appunto, e qui c’era anche Jim O’Rourke, sono sicuro. Si era a Valle Giulia, Roma, e lui e Thurston arrivarono a bordo di una Panda nera, che fighi. Salutai anche Thurston, che in quella Panda ci stava appena.

Steve Shelley poco prima del concerto uscì a controllare il prezzo delle magliette false, per regolarsi di conseguenza riguardo il prezzo delle magliette originali. Le magliette false le facciamo solo in Italia?

A Ostia per una maglietta falsa volevano 15 euro, quando prima te la cavavi anche con diecimila lire.

La gente è davvero impazzita, ve l’ho detto.

Anche quel concerto lo vidi in prima fila e ho anche delle foto analogiche abbastanza buone che stanno lì a dimostrarlo. Dormii a casa di un’amica e il giorno dopo partii per Arezzo con mio fratello e degli amici che m’erano venuti a prendere a Roma; i Sonici avrebbero suonato il giorno dopo ad Arezzo Wave. Fantasticai addirittura di farmi dare un passaggio direttamente da loro. Ah, beata gioventù.

Quel concerto lo vidi da più lontano, perché arrivare in prima fila a concerti così grandi è davvero una faticaccia e poi ero stato in prima fila giusto il giorno prima quindi non faceva niente.

Comunque vedere, anche da lontano, Kim Gordon che si dimena sulle note di Drunken Butterfly è una cosa che proprio non si dimentica. E anche il campeggio del fu Arezzo Wave è una cosa che non ti dimentichi per tutta la vita: se sei sopravvissuto a quel campeggio allora puoi sopravvivere davvero a tutto. Ricordo che c’era una punkabbestia che se andava in giro nuda e completamente strafatta a chiedere di essere scopata. Vabbè.

 

E poi eccoci qui, ai giorni nostri, con la tournè che i nostri eroi, seguendo un’odierna moda comune, hanno dedicato alla completa riproposizione di un loro vecchio album: DayDream Nation, appunto.

Cazzo, ma il mio preferito è il “commerciale” Dirty , l’album che contiene la canzona sonica più bella di sempre: Theresa’s Sound World. Riuscirò mai a sentirla dal vivo? Difficilmente si raggiungerà più una tale perfetta armonia tra distorsione e pulizia. E che dire di Purr? E Sugar Kane? E Wish Fulfillment?

La copertina poi? È da anni che ne cerco una maglietta.

Insomma, avete capito.

Comunque di Barcellona già ho detto, e anche di ieri non c’è poi molto da dire.

L’esecuzione dell’album è pedissequa e fedele, i Sonici si prendono poche libertà e quindi non ci sono molte sorprese.

Anche i bis (supportati da Mark Ibold) non forniscono brividi supplementari, dato che i pezzi sono quelli dei due album più recenti, album che mi sono quasi sconosciuti. Però qualche atmosfera free e qualche fraseggio sghembo emozionano, bisogna ammetterlo.

Thurston sembra essere quello che si diverte di più, si sbatte, alza la chitarra al cielo, la struscia contro il pavimento, storce i piedi, fa il metallazzo. Ha delle nike argentate e un jeans stracciato, gli occhiali da nerd, sì, lui è proprio rimasto un giovane sonico. Anche qui ha una radiolina con cui giocare che alla bisogna (providence) diventa anche mangiacassette; Thurston gira su vari canali per poi posizionare la frequenza su un canale morto: rumore bianco, that’s it. Perché è lì che non si prova più dolore, come ci insegna il caro Christopher Boone.

Ma secondo voi Thurston e Kim scopano ancora?

Kim è così austera, non è più l’adolescente introversa che si nascondeva sotto un cappuccio dei primi album. Le gambe sono muscolose, lo sguardo duro, il viso rugoso. Eppure anche qui non perde occasione di ballare. Forse è un po’ sgraziata, ma è cosa da dire questa riguardo la frontwoman di un gruppo che ha fatto delle dissonanze la propria bandiera?

Lei a suo modo rimane sensuale, e ha una gran voce.

Lee è quello con gli ampli dipinti, il beat del gruppo; ieri vendevano anche i suoi diari dei primi anni sonici. Lee canta spesso, e i suoi decisi ricami chitarristici fanno da contraltare alle spericolatezze di Thurston. A un certo punto imbraccia pure una chitarra acustica, e quasi non ci credo, voglio dire, una chitarra acustica a un concerto della Gioventù Sonica!?! Roba da non credersi.

Steve invece è quello più giovane, ma mi chiedo lo stesso come faccia a battere sui tamburi così per due ore. A lui l’ho rivisto anche ultimamente, accompagnava le spettrali canzoni suonate da una chitarra da due dollari. Quando gli ho detto che una volta ci avevo parlato per telefono perché Thurston mi aveva chiamato per complimentarsi riguardo un demo che gli avevo spedito, mi ha guardato ed è rimasto un po’ stupito, deve essere stato davvero buono, ha detto, perché non è una cosa che facciamo con tutti.

 

Come non vi ho mai raccontato del giorno che mi telefonò Thurston?

È una cosa che racconto proprio a tutti, capite.

È che tanto tempo fa avevo un gruppo, o una band, se vogliamo fare gli internazionali.

Io ci suonavo una rossa guitarra elettrica, e poi c’era il bassista e il batterista, che poi era (è) mio fratello.

Non è che avevamo proprio delle canzoni, ma ci mettevano in saletta (ah, i tempi della saletta sperduta in mezzo alla campagna, finita saccheggiata dai ladri) e suonavamo. Rumori, improvvisazioni, sperimentazioni, cose così. Più o meno ci divertivamo e i nostri sabati passavano così.

E poi un giorno scoprii che il bassista se ne sarebbe andato a Firenze a studiare psicologia (a proposito, questo lunedì si laurea alfine), e che quindi probabilmente il gruppo, quel gruppo fatto di chimiche alchemiche, non sarebbe esistito più.

Poi mio fratello si fidanzò e così davvero il gruppo finì.

Si parlò di cassette spedite su e giù per l’Italia, ma non se n’è mai fatto nulla.

Adesso con questo amico e un altro capita che ogni tanto ci vediamo per la cosiddetta serata F.A.C. dove l’acronimo sta per “Fake American Club”, ovvero il club dei finti americani nato da una mia idea: vediamo uno stupido film commerciale (possibilmente un’americanata, appunto), ci ingozziamo al Burger King o al McDonald, giochiamo a bowling. Viva Lebowski for ever, insomma.

Comunque di lì a poco io smisi anche di suonare la chitarra, io, che avevo appena comprato un mostro di amplificatore, forse perché il computer prese a mangiarsi la mia vita e/o forse perché dopo un po’ tutto mi annoia.

Però con quel gruppo avevamo fatte cose belle, e se avessimo continuato chissà dove saremmo arrivati. Perché anche se talvolta sopravviene la noia, certe esplosioni è davvero belle guardarle.

E così cominciai a sentire tutte le varie cassette registrate, prove e provini, e a scegliere le più belle, di quelle esplosioni. Cominciai a legarle l’un l’altra, queste cose, copiaincolla, ma senza pc perché, sapete, i masterizzatori non esistevano ancora.

Tanto è vero che quella spedita a Thurston fu una cassetta, una di quelle mitiche da novanta minuti, con tanto di copertina disegnata da me, a pennarello. Ci scrissi sopra anche indirizzo e telefono, forse anche l’e-mail, ma mai a pensare che qualcuno mi avrebbe chiamato. E invece.

Una sera arriva questa telefonata, mio padre risponde e, Lucio, vedi c’è uno che parla inglese che ti vuole.

Hallo, Lucio… Lucio… I’m Thurston, I am listening to your cassette… (mi fece sentire che effettivamente stava proprio ascoltando la mia cassetta) It’s cool.

Io sconvolto. Thurston Moore… Are you Thurston Moore? Yeah, you like it… cominciai a dire in un improbabile inglese, e giù a dire stupidaggini, tutto rosso in faccia.

Thurston poi mi passò anche Steve, e un po’ parlai anche con lui. Erano nel loro studio a Hoboken, New Jersey, lì dove avevo spedito la cassetta che adesso stavano ascoltando.

Thurston mi chiese anche dove abitavo, e se volevo andare a vederli a Barcellona (da un certo punto di vista quest’anno un cerchio s’è chiuso), perché loro avrebbero suonato lì, e se volevo, sì, potevo andarli a vedere. Io confusissimo dissi di no, in un attimo pensai che dovevo prendere l’aereo, non sapevo come arrivare, non sapevo che fare, sarei dovuto andare lì da solo, e insomma mille paranoie così.

Ero giovane e fesso allora, così come oggi sono grande e fesso.

Che poi non capii se mi stava invitando a stare da loro o solo a vedere il concerto.

O magari a fargli da supporto con il gruppo? Ma il nostro gruppo già non esisteva più.

Comunque lui non insistette più di tanto e prima di salutarmi disse solo: Take it easy, Lucio.

Attaccato il telefono andai in bagno e stetti mezzora a ridere da solo davanti allo specchio.

Fu davvero fantastico.

 

 

Dopo quella telefonata per un po’ ripresi anche a suonarla, la chitarra, scrissi pure un’altra lettera a Thurston, ma non mi ha mai risposto.

 

Mi chiedo perché quando comincio a fare “bene” le cose finisce che le abbandono sempre.

telegrafato da sand alle 12:58 | link | commenti (15) |
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lunedì, 23 aprile 2007
varie, fotografiche. (e una leggera sfiga)

«C’erano infinite cose commoventi, dolorose o bizzarre che avrei voluto fotografare, ma non potevamo fermarci…»

 

(lee miller)

 

 

Sviluppato finalmente il primo rullino scattato con la mitica Holga: un rullino di prova, niente di che, eppure sono molto soddisfatto di certe foto!

E dire che non ho nemmeno rivestito la mia cara macchinetta di nastro isolante nero per evitare eventuali infiltrazioni di luce moleste. A guardare queste foto davvero uno si chiede a che serva spendere tanti soldi in attrezzature fotografiche se poi è possibile ottenere tali meravigliosi risultati con una macchinetta di plastica da 20euro e un rullino da 5euro. Si paga lo sviluppo (circa 3euro) e voilà, giudicate pure voi, tra qualche giorno posterò qualche foto (è che il mio maledetto scanner mi sta facendo penare, *sigh*).

Personalmente non riesco a smettere di guardarle.

Ho anche fatto un paio di foto bucoliche… o dovrei forse dire pinkfloydiane? Vedrete.

Alla fnac intanto ieri era pure il giorno del bookcrossing e così ne ho approfittato per accaparrarmi tre libri di fotografia, lasciando in cambio giusto una copia del libro in cui è presente anche un mio scritto, scritto di certo non geniale, come ricordava giustamente il buon Elia Spallanzani in qualche commento più giù.

 

I libri che ho avuto la fortuna di trovare sono un’assai voluminosa (2002 foto!!!) antologia fotografica di Nobuyoshi Araki compilata da lui medesimo, il meglio del meglio in pratica, anche se tutto scollato (fogli che volano di qua e di là, ma per un libro del valore di 78euro non pagato nemmeno una lira chissenefrega?), un antologia (scollata anche questa) di ritratti di Lee Miller, allieva di Man Ray (e da questi ripetutamente fotografata) e amica di Picasso è una fotografa famosa per la foto surrealista che la ritrae nuda nella vasca da bagno di Hitler e per i suoi fotoreportage di guerra (che coincidenza, una sua foto “artistica” di una nazista suicida illustra la copertina de Le uova del drago di Pietrangelo Buttafuoco, libro che ho regalato proprio in questi giorni a mio padre), e infine un piccolo libretto (dalla copertina un po’ rovinata) chiamato Bordello dove sono presenti una serie di fotografie retrò scattate in vere case chiuse, così pare.

Tra tutti questi visi femminili (la fotografa è Vee Speers) mi piace immaginare possa esserci anche Miss Sugar, la conturbante protagonista de Il petalo cremisi e il bianco, libro finito di leggere da poco e che mi è piaciuto abbastanza, anche se mi avrebbe lasciato senza dubbio a bocca asciutta riguardo le sorti di certi personaggi, se non avessi poi letto la successiva serie di racconti, Natale in Silver Street, scritta sempre da Michel Faber

È in preparazione anche un film tratto da questo mattone (non foss’altro per la mole: quasi 1.000 pagine!) che si rifà ai romanzi vittoriani, film la cui protagonista sarà la dolce Kirsten Dunst, e la cosa non può che rendermi felice visto che mentre divoravo tutte quelle pagine era proprio lei che immaginavo nelle vesti della protagonista: è davvero perfetta!

Speriamo di non rimanere delusi…

 

Comunque da quegli scaffali avrei potuto prendere anche altri libri, se solo avessi voluto, per esempio una massiccia guida alla musica hip-hop compilata dai tizi di All Music, ma non mi piaceva veramente, oppure, perché no, un altro libro fotografico nel cui titolo faceva mostra di sé l’invitante parola lingerie… ma non ho voluto fare troppo la figura del pervertito di fronte alla vecchietta che sfogliava l’ennesimo libro su Padre Pio. Queste vecchiette spuntano dappertutto, quando meno te lo aspetti. Gliele farei proprio vedere certe foto bondage del suddetto Araki…

Che poi alla fine uno mica può prendersi dei libri così senza pagare proprio niente, eh.

E infatti quando vado a comprare i dolci (siamo a Napoli e le paste di domenica sono quasi obbligatorie) mentre scendo dalla macchina mi cadono inavvertitamente gli auricolari dell’iPod e ovviamente non me ne accorgo, perciò 5 minuti dopo troverò gli stessi spiaccicati sotto le ruote di chissà quale macchina di passaggio… poverini, erano gli auricolari di un cd walkman della Sony regalo di laurea ed erano anche meglio di quelli originali Apple.

Vabbè, pazienza… è tutta una ruota che gira… lo ying, lo yang, il karma… quella roba lì insomma, bla bla bla.

 

 

(mentre sfogliavo questi tre libri in sottofondo avevo il secondo album dei Pink Martini, Hang On Little Tomato, e devo dire che il loro essere musicalmente così fuori dal tempo ma simultaneamente calati in così tanti spazi ha reso la visione di queste foto ancora più completa: sapore anni ’20 per le foto delle prostitute parigine, malinconia per i ritratti della Miller, idiomi giapponesi per Araki)  

 

telegrafato da sand alle 19:59 | link | commenti (17) |
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venerdì, 20 aprile 2007
ascoltate gente, ascoltate!

 

 

La canzone si chiama Summer (tratta da One With The Sun) e loro sono gli Shy Child, ovvero il “nuovo” gruppo degli ex-El Guapo (poi SuperSystem) Pete Cafarella e Nate Smith, un gruppo che fa proprie portandole ancora oltre le ultime danzerecce tendenze dei SuperSystem: ecco allora di chi era la responsabilità della tanto vituperata (da alcuni, ma non da me) svolta dance degli avanguardisti El Guapo (Justin Destroyer I miss you!), trasformatisi appunto in SuperSystem!

Nei dischi degli Shy Child certe reminiscenze kraftwerkiane sono ancora più evidenti, anche se naturalmente loro sono molto meno ingessati e più selvaggi degli ingegneri del suono tedeschi, e non dico questo solo perché a uno dei due ormai lontani concerti degli El Guapo a cui ho assistito (senza dimenticare un altro dei SuperSystem) il buon Cafarella, come documentato dalle mie foto era 1megapixel, vestiva una stracciatissima maglietta dei maestri epoca Computer World, dico ciò perché certe sonorità (soprattutto nel primo Please Consider Our Time, a dire la verità un po’ più moscio del secondo) sono proprio quelle!

Sonorità al giorno d’oggi ovviamente svalutatissime perché in grado di essere riprodotte da qualunque quattordicenne con un minimo di estro e un pc da 600 euro a disposizione, ma non per questo da buttare o da evitare, ché non è mica da tutti scrivere tali orecchiabilissimi gioiellini techno-pop come questa Summer qui!

Cioè, come si fa a non andare fuori di testa con una canzone come questa o, ancora di più, con la tribalissima Technicrats?!?!? E Sunshine?!?

Bisogna solo essere rimasti fusi da qualche pasticca andata a male.

Insomma, se è questa la vostra tazza di tè (ma anche no), io ve li stra-consiglio, ché secondo me diventeranno dei grandissimi!

 

(terzo album, Noise Won’t Stop, in uscita a maggio, ma già disponibile nei migliori circuiti di filesharing)

 

telegrafato da sand alle 10:26 | link | commenti (4) |
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mercoledì, 14 febbraio 2007
p.s. per romantici irrecuperabili: ascoltare "senza fine".

voce di Robertina e musiche di Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo.

telegrafato da sand alle 15:57 | link | commenti (5) |
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mercoledì, 22 novembre 2006
coincidenze, intrecci, arabeschi, ragnatele. (rimandi, collegamenti)

 

«Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra».

                                                                                           

                                                                                                  (robert altman)

 

 

 

L’altro ieri è morto Robert Altman, grande regista americano, ma si è saputo solo ieri sera.

Oltre a film Altman, che ha ottenuto l’Oscar (alla carriera) solo quest’anno, ha diretto alcune serie televisive, serie come Bonanza (la cui sigla, Rawhide, viene cantata dai Blues Brothers – film rivisto sabato scorso – sotto una pioggia di bottiglie tirate da inferociti cowboy; voglio suonare come quelle canzoni dei Blues Brothers, dissi sedicenne al mio maestro di chitarra) e Tanner 88 (andata in onda proprio quest’anno, sul satellite).

Ieri mattina, leggendo il giornale, mi sono tornate in mente le parole «…qui si parla del Corpo, e a ragione…», non so perché, forse per il nuovo spettacolo di Rezza/Mastrella che da poco ha lasciato Napoli, pensavo di aver scritto queste parole nella mia vecchia rece del suo spettacolo dell’anno scorso, invece rileggendo la mia rece di The Company, uno degli ultimi film di Altman, è lì che le ho trovate.

Proprio nei giorni scorsi poi, invogliato da una cover sentita al bel concerto dei The Gentlemen’s Agreement di pochi giorni prima, ho ripreso un vecchio disco di Chet Baker, grande trombettista (nonché cantante) bianco con il vizio dell’eroina, fu anche arrestato in un’area di servizio italiana per questo, i poliziotti lo trovarono intento a farsi una pera nel cesso e così passò oltre un anno in un carcere italiano. Chet lo cito in fine di recensione per la sua magnifica interpretazione, presente nel film in questione, di My Funny Valentine.

Inoltre Rete4 aveva già in programma M.A.S.H. verso le 3 di questa mattina, ancor prima di sapere della morte del regista, mentre invece Rai3 ha dovuto cancellare la terza puntata di Milonga Station (di cui ho parlato l’altro giorno) per trasmettere Nashville, come omaggio.

Infine per minimum fax, proprio in questi giorni, è uscito un libro che raccoglie tutta la produzione poetica di Raymond Carver, grande narratore di storie americane, storie su cui Altman stesso si è basato per uno dei suoi film più famosi, America Oggi. 

In questo film c’è anche Tom Waits, di cui forse oggi compro il magnifico cofanetto alla fnac.

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mercoledì, 01 novembre 2006
“sono un reazionario, ma per ridere”. [cit.] (onirorama eccetera)

Gli anziani soli nella metropolitana hanno sempre uno sguardo molto triste.

Ieri ce n’erano due, nel mio vagone, sono entrati insieme, vicini, ho pensato che fossero marito e moglie. Prima che potessi farlo io stesso qualcuno si è alzato e gli ha ceduto il posto.

La signora aveva degli occhiali molto grandi, con la montatura marrone tipica delle persone anziane e seduta di sbieco aveva gli occhi persi in chissà quali pensieri; il signore invece, un po’ più basso e tarchiato, aveva gli occhi di un azzurro bellissimo, chiaro, profondo, occhi tristissimi che non guardavano proprio niente, se non il pavimento o l’interno del propria anima.

Erano seduti tutti e due vicini, ma la signora è scesa prima, quindi niente marito e moglie, il signore invece è sceso con me, l’ultima fermata, in piedi mi sono accorto che aveva la gobba.

Nel mio vagone c’era un’altra signora che leggeva kenfollett, e un trentenne che leggeva hovogliadite, e io ho pensato vabbè, meglio stronzate che niente.

(ché poi da piccolo in realtà mi piacque molto i pilastri della terra, mentre invece l’unica cosa buona fatta da moccia è l’aver creato – anche se indirettamente – quel fantastico feticcio dell’amore adolescenziale in un lampione di ponte milvio, a roma, dalle parti della minimum)

Un altro ragazzo stanco e con la barba lunga seduto proprio di fronte a me ha dormito per tutto il viaggio, doveva essere un operaio o un muratore probabilmente, all’ultima fermata ha aperto gli occhi e s’è riscosso un attimo, ma non s’è alzato, non è uscito.

Avrei voluto dirglielo, guarda che è l’ultima fermata, ma non l’ho fatto.

C’è gente che non scende all’ultima fermata, ma riprende il giro, l’ho già visto, ma non ho mai capito perché.

 

Io ieri sono andato a vedere una mostra dedicata alla collezione di 78 giri di un anziano signore napoletano, Salvatore Friscia, questo signore (82 anni) nella sua vita ha collezionato 6000 dischi originali, 6000 vinili capite, li ha presi in giro per il mondo, e adesso questa sua collezione è stata mostrata nella Chiesa di San Severo al Pendino, vecchia chiesa sconsacrata (ma adesso rimodernata e devota alle mostre, appunto) dove tempo fa assistetti a un fantastico concerto di Antony and The Johnsons, quando era una drag queen accompagnata da una body artist nuda e non era ancora diventato famoso, il concerto era gratis e a inviti per gente aristocratica e bacucca e io mi ci imbucai all’ultimo, parlai anche con Antony, mi chiese se ero gay… è incredibile quanto i capelli lunghi e un viso sbarbato possano cambiare una persona.

Comunque, tornando alla mostra, è stato bellissimo perdersi in quell’archivio di canzoni che parlano di un tempo passato che non c’è più. Un archivio fatto alla buona, senza nemmeno i nomi precisi e con un risultato dal punto di vista sonoro (punto di vista sonoro? si può dire?) pessimo, eppure magnifico.

Mi ci sarei stato per ore lì, con quelle cuffie.

Fred Buscaglione! Natalino Otto!! Il Trio Lescano!!!

Addirittura una giovanissima Sofia Lorén.

Questi signori, guidati dalla sola passione, hanno riversato parte di questi vinili su “banda magnetica” (musicassetta?!?) e successivamente hanno riportato il tutto su computer. Fruscii, rumori, voci e fiati che uscivano a fatica dal magma sonoro. Eppure, eppure.

Anche i volantini scritti e tradotti alla buona (con un infame et ridicolo traduttore automatico, probabilmente) erano pieni di errori, ma non fa niente.

I signori promotori dell’iniziativa, con cui ho amabilmente conversato per un po’, hanno inoltre detto che avrebbero voluto regalare un demo audiovisuale a tutti i visitatori, ma la fottuta siae ovviamente non gliel’ha permesso.

Tra le migliaia di dischi comunque ce n’erano anche alcuni della serie del Fonografo Italiano, io alcuni di questi dischi ce li ho pure, la versione in cd intendo, perché qualcuno dall’udito fine ha creduto che tramandarli ai posteri sarebbe stata cosa buona e giusta e ha fatto bene, e così io a poco e niente ho comprato quelli a tema jazzistico (ba-ba-baciami piccina/sulla bo-bo-bocca piccolina) e poi certi tanghi romantici e struggenti cantati da tale Anacleto Rossi.

Nutrita, tra questi dischi, anche la collezione dedicata al ventennio fascista, con la versione originale di una canzone all’epoca censuratissima, ma non ho capito bene perché però, nel titolo è nominato il Piave.

Bellissimo anche un libro dal sapore inconsapevolmente dada pieno di collage fatti dallo stesso Salvatore Friscia… articoli di giornale, vignette, foto.

Ho anche ascoltato la voce di un Guglielmo Marconi alle prese con i primi esperimenti di registrazione sonora su cilindri di cera. E ascoltandolo m’è venuto in mente un certo Tom Waits… la cui voce roca risuona ancora una volta magnificamente nel suo ultimo magnifico cofanetto triplo fatto di canzoni fracassone, strillone e bastarde.

(«È fatto di brani duri e teneri. Rumbe e sirene, tarantelle sugli insetti, madrigali sull’annegamento. Canzoni orfane impaurite e dirette, che parlano di estasi e di malinconia. Canzoni che sono cresciute in modo difficile. Canzoni di origini dubbie ritrovate dal destino crudele e ora lasciate sole a desiderare qualcuno che si prenda cura di loro. Fate vedere che non avete paura e portatevele a casa. Non mordono, hanno solo bisogno di attenzione».)

Caro Tom, vieni in Italia, ti prego.

Che poi Tom Waits mica è l’unico, c’è gente illuminata che addirittura s’è messa a stampare 78giri in onore degli albori… bisogna essere pazzi per fare ciò, ma d’altronde ognuno si scegli la pazzia che gli è più congeniale no?

Ieri, oltre a fonovaligie e grammofoni, c’erano anche altri cimeli esposti e grazie a questi ho scoperto che a Napoli c’è un negozio, Il Trovarobe, che conserva e vende tutti questi oggetti dall’apparenza retrò, oggetti di modernariato si dice, credo, quando qualche fighetto markettaro si sveglia e decide di farci dei soldi su. Ma qui è tutto vero e originale, e badate che tutto questo non ha niente a che fare con certi stupidi, et vomitevoli, revival anni ’80 (un pomeglio con i revival anni ’60, come quelli dei dj Rano&Natale).

Il negozio era chiuso ieri, purtroppo, ma sicuramente ci tornerò… a quanto pare a Napoli, oltre alla munnezza e ai morti ammazzati (ci mandano l’esercito!!! ma forse è meglio dotarlo di scorta), qualcos’altro c’è… ieri mi sono addirittura quasi sentito a mio agio (ahahah) a camminare per quelle strade in cui si inizia già a sentire un sapore natalizio.

It’s wonderful, It’s wonderful… Lo spettacolo d’arte varia…

Un pomeriggio, quello di ieri, reso ancor più retropassatistico dal fatto che lì dove ho scattato la mia foto vincente, ovvero Via dei Tribunali, la rai ci stava girando una fiction, l’ennesima, quella su Giuseppe Moscati, protagonista Beppe Fiorello (il fratello meno famoso), pare di intendere.

E allora bancarelle con pesce fresco (finto?) e capocolli appesi (che i soliti scugnizzi hanno ben saccheggiato, sembra), comparse in costume e auto d’epoca. Al centro della scena c’è un giocoliere che lancia in aria torce infuocate, è un ragazzo che m’è capitato di vedere nei vari strit festival napoletani, è bravissimo in quella disciplina che fa uso di una sfera trasparente, contact si chiama, se non ricordo male. Lo faceva anche un giovane David Bowie in un film fantasy, se non ricordo male neanche questa volta.

Roba di artisti di strada insomma, that’s it.

Sono rimasto sul set a curiosare per un po’, cercando di scattare qualche foto, ma il regista non si muoveva – una farmacista carina mi ha informato che erano lì dalle 5 della mattina – la luce se n’è andata e così me ne sono andato anch’io.

Al ritorno non c’era più nessuno.

Ah, ovviamente è superfluo dire che alla collezione vinilica di cui sopra il comune di Napule non è interessato, a noi ci basta l’annuale arte contemporanea a piazzaplebiscito, certo… una vergogna più che un peccato, di sicuro.

Che tristezza.

 

Il mio lato onirico invece è molto ciarliero in questi giorni, sogno e addirittura ricordo ciò che ho sognato. Be’, più o meno.

Stanotte ho sognato di fantasmi, un fantasma di una ragazza morta da cui scappavo insieme a mio fratello, forse qualcuno voleva farci un film sopra, non ricordo bene, ma io ne ero davvero impaurito. E poi un bagno rosa caramella…

L’altro giorno invece ho sognato di essere amico del mitico Vinicio Capossela (2 magnifici cofanetti in arrivo anche per lui!), Vinicio – che vedrei bene pure a lui tra quei vinili e quegli aggeggi – era appena tornato da un trionfale (si dice sempre così) concerto a New York, e noi andavamo in giro insieme, mi faceva vedere la sua stanza, parlavamo, gli scattavo delle polaroid.

Anche stanotte ho sognato di scattare delle polaroid, vuol dire che devo proprio comprarmela questa cartuccia (13euri!!!)… spero tanto che la mia vecchia macchina funzioni ancora.

Poi ancora prima ho sognato che certe ragazze che conosco dormivano nella mia stessa stanza, sotto pesanti coperte, chiacchieravamo; poi uscivo fuori e c’era un carretto con tante fette fresche, rosse e verdi, di meloni, io ne prendevo e cominciavo a mangiarne…

Ma il sogno più bello è stato quello del giorno prima: ero nel paese di nascita di mia madre, credo, eppure quando uscivo e andavo in piazza codesta piazza era quella di un vecchio paese austriaco (o del nord-italia?) visitato parecchi anni fa, quando c’era ancora un camper (non ancora bruciato dalla camorra nel parcheggio in cui se ne stava a riposare placidamente inutilizzato) e la famiglia tutta faceva ancora le vacanze insieme (più o meno felicemente), e in questa piazza arrivava un auto d’epoca, tipo una Topolino, da cui scendevano tutti tipi vestiti all’antica, sì, l’auto e i vestiti erano proprio come quelli filmici di ieri, questi tipi che con fare strano e buffo alla Jacques Tati (di Playtime? ma allora tutto torna…) tiravano fuori un tavolino su cui cominciavano a disporre la propria mercanzia: vecchie macchine fotografiche a pellicola da cui io rimanevo affascinato…

(questa fotografia sta proprio diventando un’ossessione)

Il giorno prima ero stato a un matrimonio e la cosa che più mi aveva colpito, affascinato, intendo oltre ai dolci ovviamente, era stata vedere questo fotografo e questo cine-operatore, ambedue sui sessant’anni credo, usare queste vecchie, eppure bellissime, attrezzature: l’uno una vecchia Bronica con il mirino in alto, l’altro un’enorme e immagino pesantissima telecamera che minimo doveva risalire alla metà degli anni ’90…

Comunque uno dei tizi del sogno era un poeta estemporaneo che avevo incontrato, anche lui sì, a uno dei strit festival napoletani, un tizio chiamato Saverio se non sbaglio, i suoi capelli crespi si sono visti anche al mauri