granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
domenica, 13 gennaio 2008
adesso il disco degli atari ve lo dovete solo comprare.

atari

(myspace, audio, video, intervista, rece)

telegrafato da sand alle 15:40 | link | commenti (10) |
musica, scrivere, vita, tecnologia, web , fotografare, concerti, video, napoli, happiness, dischi, spazio

giovedì, 06 dicembre 2007
opposti.

spleenthe legendary pink dots

telegrafato da sand alle 11:58 | link | commenti |
musica, arte, fotografare, magia, concerti, fortuna, estemporanea

lunedì, 03 dicembre 2007
fino a quando puoi sentire il suono dentro. (CarlaBozulich@Napoli, 23/11/2007)

carla bozulich 04

Durante il concerto Carla e Tara si sorridono sempre, si vede che sono molto amiche.

Carla ci tiene a sottolineare che non è stata Tara a farle l’occhio nero, è solo uno stupido gossip questo, ma è stato un completo sconosciuto venuto fuori dal nulla a picchiarla, a Parigi, così come racconta sul suo sito.

Alla fine del concerto lei è molto provata, frastornata, cerca i suoi cd da vendere e non vuole nemmeno lasciarsi fotografare, perché non si sente molto bella oggi, con quel livido che le copre parte della faccia che si fa nera, e verde; si vede che la musica è una cosa che lei sente molto, durante l’ultima canzone s’è quasi commossa. Il suo concerto è stato molto intenso.

Partito sfilacciato e desolato si è fatto via via più pieno, in crescendo, ma rimanendo tuttavia spigoloso, duro, e se fosse durato un po’ di più sarebbe diventato ancora più bello, ma a quanto pare Carla non può sopportare oltre un peso emozionale di questo genere, e così si ferma.

La canzone con cui finisce, da sola, è una cover di cui non ricorda nemmeno tutte le parti strumentali, confessa, e mi sembra di capire che parli di una ragazza che gira con una pistola in una borsetta, e di una mattina in cui lei si sveglia ed è sorpresa di ritrovarsi viva nella stanza di un hotel; forse perché ha passato la notte in strada, a battere. Ma forse è solo la mia immaginazione.

A vent’anni comunque anche Carla era una prostituta, lo era perché solo così poteva procurarsi i soldi per farsi di eroina, ma il più delle volte era così fuori di sé che non riusciva nemmeno a farsi pagare un pompino o una scopata, i clienti le gettavano giusto pochi spiccioli; sono cose che ha raccontato lei stessa, queste.

Poi, come sempre succede, un ragazzo si è innamorato di lei e ha deciso di salvarla; così l’ha portata in un centro di riabilitazione e le ha regalato le sinfonie di Mahler (quello amato da Bukowski, e ascoltato dai vecchietti alla fine di Coffee&Cigarettes di Jim Jarmusch), non vestiti o anelli.

Tutto quello che Carla poteva fare era ascoltare quella musica, e disintossicarsi; e anche se una volta uscita di lì non avrebbe più ritrovato quel ragazzo ad aspettarla, ormai lei era una musicista.

Le sue canzoni sono dolenti, scavano dentro; la sua è la voce di una Patti Smith più aspra, più dolorosa; nella sua musica c’è oscurità e luce, blues e perdono.

Durante il concerto un martelletto percuote le corde della sua chitarra, e le parole soffiate in un microfono giocattolo vengono risucchiate dai pick-up attraverso l’amplificatorino e cacciate di nuovo via, poi, più forti che mai.

Mentre canta Carla sembra rivolgersi a un dio, talvolta è un organo molto spirituale a sorreggere la sua voce, che sale alta, ma poi lei abbassa subito lo sguardo, perché forse lei è una che ne ha viste troppe per sperare in un aiuto che non provenga che da se stessa; e questo lo dice la croce rovesciata borchiata dietro la sua chitarra.

Eppure quel sorriso sul palco, i suoi occhi alla fine del concerto, dicono anche che alla fine lei ce l’ha fatta, a salvarsi, e non importa se un giorno dal nulla uscirà di nuovo un tizio che vorrà picchiarla, lei saprà sempre come difendersi.

 

 carla bozulich 06

Vicino a me è seduta una ragazza: “la donna dalle scarpe rosse”, come si è firmata nel bigliettino che ha lasciato sul palco, per Carla, ma donna forse è dire troppo, dato che mi ha specificato subito di essere (ancora) una minorenne, quando le ho chiesto – a ragione – se per caso lei facesse l’Accademia delle Belle Arti, dopo che lei mi aveva chiesto quali fossero i miei studi.

Questa ragazza ha la frangetta bionda, e gli occhi grandi, scarpe rosse e pantalone verde, tutto di velluto, un piccolo orologio rotondo al collo, e due borse, una delle quali è un innaffiatoio di metallo verde pisello: a dire la verità è un po’ scomoda, dice, perciò porto anche l’altra.

Questa ragazza si gira indietro a guardare tutti negli occhi perché ha un gomitolo di lana rossa con sé, e cerca a chi può tirarlo, questo gomitolo, perché spiega che se io vado alla feltrinelli ci trovo un libro di Nietzsche, i Ditirambi di Dioniso, e Nietzsche in questo libro parla di Arianna e Teseo, e alla fine Arianna dice a Teseo: sono io il tuo labirinto.

Un po’ come canta Vinicio, penso subito io, ma senza per questo dirlo.

E forse è veramente così, forse in questo mondo ognuno vuole solo perdersi in un labirinto, il suo personale labirinto. È una cosa che a pensarci può far paura, ma può allo stesso tempo nascondere l’estasi; il labirinto non è mica l’abisso, una via d’uscita si trova sempre.

La ragazza mi ha parlato poi di un’eventuale scuola di fotografia da frequentare a Roma (anche se Mimmo Jodice non ne ha mai frequentata alcuna), ha la mia stessa macchina talaltro, o di un trasferimento a New York (anch’io!), o una laurea triennale in lettere classiche (anche se ha fatto lo scientifico), se proprio tutto andasse male.

E questa ragazza mi ha detto di chiamarsi Chiara, anche se a questo punto penso che avrebbe potuto benissimo chiamarsi Alice. Ma mi chiedo, chissà, se non sia stata tutta un’allucinazione dovuta alla febbre. E al mal di denti.

telegrafato da sand alle 19:14 | link | commenti (2) |
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lunedì, 27 agosto 2007
non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani.

Lo sceriffo Bell dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy (sentilo questo nome, è un sasso) non riesce a capacitarsi di come in questo mondo possano andare in giro ragazzi con i capelli verdi e l’osso al naso, se lo avesse mai detto a suo padre non ci avrebbe mai potuto credere. Eppure è così.

In questo mondo c’è gente che vende droga, e la cosa ancor più incredibile è che i ragazzini la comprano; e se quarant’anni fa il problema nelle scuole era qualcuno che masticava una gomma durante la lezione al giorno d’oggi i problemi si chiamano stupro e assassinio. Columbine sta lì a ricordarcelo.

Cioè, però non c’è bisogno mica di leggere un romanzo per queste cose, basta aprire un giornale: proprio oggi capita che due ragazze della generazione kappa (povero vecchio Kafka, che si rivolta nella tomba) si truccano e si mettono in posa dopo che la cugina è stata assassinata. Giornalisti, prego, accomodatevi.

Certo quello incarnato dall’oscuro Chigurh nel romanzo di McCarthy è il male assoluto, un male che uccide così, senza ragione, anche – soprattutto, forse – se non è obbligato a farlo, un male che al massimo può concederti un testa o croce, ma a volte è proprio la banalità odierna del male a spaventare: un male che, se non assoluto, appunto agisce così, per noia, non giustificato nemmeno da un’eventuale scelta “morale” di vita (io sono il male e per questo uccido), perché il mondo dello spettacolo, no, non può essere una giustificazione, o una scelta, ma una semplice aberrazione mentale, nella sua assoluta stupidità.

E noi costretti a leggere di queste cose cosa possiamo fare, tentare di evitare, di girare lo sguardo magari, di vivere un’altra vita, ma come si fa se il mondo in cui si vive è questo.

La rassegnazione dello sceriffo Bell la dice lunga, non c’è morale o coraggio che tenga, non ce la si fa a vivere in un mondo così.

Un mondo dove si rapina perché non si ha niente da fare magari, è Ferragosto e tutti i tuoi amici sono al mare e tu no, astinente e drogato allo stesso tempo, sei restato nella città assolata e deserta perché non hai soldi. E allora rapini il primo che ti capita a tiro, dammi tutti i soldi, non ti faccio niente, non voglio nient’altro, e non gli lasci nemmeno i soldi del parcheggio (il colmo sarebbe stato trovare la multa, al ritorno, tu che prendi sempre la metro), come se questi venticinque euro e dispari di questa tua prima e maldestra rapina ti servissero veramente a qualcosa, oltre a regalarti un pensiero in più, se solo fossi capace di pensare.

E allora tu che puoi fare se non cercare di non far incazzare più di tanto uno così e poi andartene, ma non sulla sua stessa strada però, almeno questo. Pensi che magari avresti potuto fare pure altro, anche se aver tolto cento euro dal portafoglio prima di scendere è già tanto, perché non c’è niente di giusto nel dover cedere i propri soldi a un altro così, senza nemmeno la minaccia di una pistola. Se avessi avuto ancora la barba magari tutto questo non sarebbe successo, ti viene anche da pensare.

Ma in quello stesso momento non puoi far altro che minimizzare il danno, sperare che non ti rubi le macchine fotografiche che porti nello zaino, gli occhiali che ti nascondono il viso, o quello stupido cellulare che hai in tasca, in quel momento non puoi far altro che pensare che non sia costretto a scappare o fare chissàche. E allora è vigliaccheria questa, caro sceriffo Bell?

Probabilmente tu avresti capito, il mondo è allo sfascio, mi avresti semplicemente detto guardandomi con quei tuoi occhi tristi e offrendomi un caffè.

 

E allora in un mondo così il massimo che puoi fare è ritirarti nel tuo paradiso privato, al riparo dall’inferno del tuo scontento. Così la sera viaggi a lungo, su un tavolato deserto, manco fossi veramente un cowboy come Moss.

Le curve sono alte e numerose, la tua meta è un piccolo paesino sulla montagna, è lì che suona Vinicio: Calitri. Dopo tutto è ancora Ferragosto.

Lui è un grande artista, fa concerti ovunque e ben pagato, ma la sua grandezza sta nel tornare al paese d’origine, sempre e comunque. È lì solo che è possibile la sua vacanza.

E quest’anno l’occasione del ritorno è prendere la cittadinanza di questo paese (questo sì, un paese per vecchi), un paese a cui però lui già appartiene però, come coloro che gli hanno dato materialmente i natali attestano in platea.

Vinicio come si dice in questi casi non si risparmia, e il tutto senza bere né mangiare: legge, suona con la Banda della Posta, e con la banda dei ragazzi poi, e nessuno di loro ha i capelli verdi, o l’osso al naso, no.

Vinicio, vaccaro nell’anima anche lui, suona e canta canzoni di un tempo lontano, dedica le sue parole a un paese spazzato via dalla ferrovia, è la malinconia a prenderlo adesso, ma poi Vinicio ride, soprattutto, è felice, bambino gioioso, perché è lui il vero uomo vivo di questa serata: forse non sa davvero dove andare, ma che importa, questa sera è a casa.

 

E poi un giorno ti svegli alle due del pomeriggio, e ti senti la testa come se avessi trincato vino tutta la notte precedente, la bocca impastata è proprio quella, mentre in realtà non hai fatto altro che divertirti, e ridere… ridere, quanto poco lo facciamo oggi.

C’è stato un tempo che davvero avresti bevuto tutta la notte, pazzo e felice, il tempo in cui attraversasti il confine con un sacchetto di marijuana nascosto tra la biancheria sporca, ma adesso sei grande e la tristezza di ciò ha preso anche te, una tristezza che alcuni chiamano maturità, ma dov’è la differenza?

Quella cosa che ti spinge a chiederti nel cuore della notte, o appena alzato, e adesso che faccio?

E così quando incontri qualcuno che quella tristezza dentro non ce l’ha, o l’ha superata, è come se te ne stupissi, e lo guardi, e un po’ di quella felicità ritorna da te, sotto forma di delirio, e gioia insensata.

Eugene Hütz è uno che è scappato di casa per via della nube tossica di Chernobyl, una fuga strana la sua, visto che a scappare con lui sono i suoi stessi genitori (li hai ringraziati abbastanza, Eugene?), accompagnandolo verso la sua nuova vita, una fuga strana, sì: New York è la sua nuova casa, la grande mela. Una mela che a morderla può rivelarsi rivelatrice come quella di Newton, o al curaro come quella di Turing, sta solo a noi deciderlo; e chi glielo avrebbe mai detto al giovane e bruttarello Eugene che un giorno, dopo aver lavato perfino vetri al semaforo ed essere stato ingiustamente in carcere (duri a morire, i pregiudizi), si sarebbe ritrovato alle tre e mezza del mattino in uno sperduto paese dell’Irpinia a scendere da un pullman con una bottiglia di vino in una mano e una chitarra nell’altra per poi intonare L’italiano di Toto Cutugno?

Nessuno, certo, avrebbe mai potuto dirglielo. Eppure è stato proprio così.

Il concerto era già finito da ore, ma lui ha preso la chitarra e sarebbe stato lì fino all’alba, amico tra gli amici, se solo non l’avessero spinto a forza sul tourbus, alla volta del prossimo incendio da appiccare. Perché è di questo che si parla quando si parla di un concerto dei Gogol Bordello: un fuoco folle e forse purificante, sicuramente pagano, dionisiaco.

Lo zingaro punk aveva bevuto molto, chiaro, ma non è questo il punto.

Il punto è che alla fine è questo che fa di te quello che sei, vivere.

 

 

 

«Sai quando sono lassù, quando non sono sulla Terra? Poco prima di lasciare questo posto del cavolo, ci scende addosso un velo di luce color angelo che poi scompare alle nostre spalle. E sai cos’è? È un’aureola. Non sto scherzando. Questo pianeta ha un’aureola, te lo garantisco, e questo significa che qui non può mai sbagliare nessuno. Quindi se una cosa ti sembra giusta, falla. Ok? Qualsiasi cosa che tu senta il bisogno di fare andrà bene».

 

(A.L. Kennedy, Stati di grazia)

 

 

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lunedì, 13 agosto 2007
Della serie “facciamoci del maleâ€: Ma una città come Napoli davvero si merita un festival musicale? (Neapolis, 27-28/07/07)

emanuel (i'm from barcelona)Il concerto degli I’m From Barcelona del 27 luglio 2007, Napoli, in occasione della decima edizione del Neapolis Festival, rimarrà nella storia di questa disgraziata città, è meglio metterlo in chiaro da subito, a scanso di equivoci.

Ma evidentemente un gruppo così è troppo per una città come questa che ha le antenne drizzate solo per l’ennesima new sensation sanremese di turno: all’entrata, nel pomeriggio, una ragazza ci avvisa che ragazzi, è tutto chiuso, stanno montando ancora tutto, i Tiromancino suonano alle nove e mezza…(AAARGHHH)

Un segno che non lasciava presagire niente di buono, non c’è che dire.

Bisognava dirlo all’accorta ragazza che a noi del corpulento Tiromancino non frega proprio nulla di nulla ma poi si è pensato: a ognuno il suo.

Degli I’m From Barcelona, si diceva… Immaginate un pigiama party dove tutti cantano e si divertono spensierati fregandosene di tutto il mondo fuori e avrete una seppur vaga idea del concerto di questi fantastici svedesi: non si sa perché (saranno state le stravaganti mise delle stravaganti coriste?) ma è questo che è venuto da pensare ieri, al loro concerto, mentre il piedino batteva il tempo e il corpo si dimenava all’impazzata.

Una macchina che spara bolle di sapone a ripetizione (you will know us from the trail of the bubbles, afferma il cantante), coriandoli lanciati come fuochi d’artificio, mega- e mini- palloncini volanti… La cornice del concerto degli barcelloneti-wannabe è pazza e colorata come loro, come se non bastasse già il loro puro spirito pop e i loro coretti pazzerelli a farci divertire come pazzi.

Sul palco pare di contarne 17 e magari non ci crederete ma ognuno di loro davvero dà il suo contributo allo spettacolo: dal simil-ballerino, ai fiati(sti), fino alle scenografiche coriste al cui abbigliamento fuori dal comune s’è già accennato… Questo senza parlare del leader, certo, uno sghembo pel-di-carota con baffetti che va avanti e indietro, addirittura giù per il palco, in mezzo al pubblico, suonando la chitarra, cantando e dirigendo le danze.

Lo sghembo baffetto dedicherà anche una canzone a una certa Britney, una delle sue eroine ci confesserà, e dal lisergico flusso di una delle sue canzoni sorgerà addirittura una Like A Prayer della cantante più affarista di tutte nel business moderno, avete capito tutti chi è, giusto?

E tutti insieme a cantare, perché davvero il vero pop non ha confini…

I nostri nuovi amici svedesi, come testimoniato dalla scaletta prontamente agguantata (e simpaticamente autografata), ci sciorinano quasi tutto l’album per più di un’ora di spettacolo e, lo diciamo chiaro e tondo, se avessimo pagato questi quindici euro solo per loro saremmo stati più che contenti, felici, appaciati, estasiati, esaltati, folli di felicità, anche se il Neapolis fosse finito proprio cinque minuti dopo la loro performance, ma così non è stato, dato che di gruppi buoni ce ne sono stati e prima e dopo questi grandiosi (s’è capito che sono piaciuti?!?) di cui si è parlato fino adesso e che hanno colpito addirittura quelli convenuti al festival per tutt’altro (ma chi sono questi?).

 

i'm from barcelona 14Ma passiamo a parlare proprio dei primi a esibirsi sul palco neapolitano: The Gentlemen’s Agreement del buon Raffaele Giglio che, permetteteci di dirlo, in quanto ad arrangiamenti pop non ha nulla da invidiare a certi altri gruppi… stranieri. Sì, perché, noi crediamo fermamente che se questi gentiluomini napoletani fossero nati in terra anglo-americana saremmo tutti qui a strapparci i capelli da testa per i loro piccoli gioielli di pop campagnolo, e invece.

Invece questi contadini gentili si esibiscono alle sei di pomeriggio davanti a un piccolo et sparuto gruppo di persone, le solite persone sempre presenti ai loro sempre più frequenti concerti, c’è da dire, purtroppo.

Come dicevano i latini? Nemo propheta in patria…vabbè.

Rispetto a certi gig autunno/invernali il trio country-pop sembra aver indurito leggermente il tiro comunque, proponendo anche canzoni più “rock” rispetto a certo pop intimista con puntate negli anni ’20 (qualcuno ha detto Charlie Chaplin?) addirittura.

Bravi Giglio e soci quindi, ma non dimenticate cavaquinho e Chet Baker eh!

 

i'm from barcelona 11E altri profeti non apprezzati in patria, almeno non quanto meriterebbero, sono quei Player 1 e Player 2 meglio conosciuti sotto il nome di Atari… e c’è bisogno di ripeterlo anche in quest’occasione?

Se questo gruppo fosse nato in più fortunate lande straniere, già tutti i fantomatici giornali italici et stranieri starebbero qui a gridare al nuovo miracolo di rock’n’dance… e invece.

Invece i grandiosi Atari si esibiscono, e stupiscono ancora una volta, davanti a un misero gruppetto di persone perché, certo, poco prima si è esibito quel gruppo italiano famoso di cui qui è inutile parlare (perché sapete già tutti quanto siano belli, bravi e fighi, no? e non dimenticate di fittare il capolavoro filmico del cantante, mi raccomando!) e la gente che ha pagato quindici euro preferisce tornare di corsa a casa sul divano davanti alla tivvù, piuttosto che godersi altri tre gruppi per divertirsi un altro po’. Tutto normale a Napoli, no?

Ma non facciamoci il sangue amaro per cose che sono difficili da cambiare… ché tanto noi si è qui a godersi gli Atari che oltre a loro vecchi cavalli di battaglia ci propongono anche nuovi pezzi dimostrando che sono sempre più prossimi al passo importante: il disco italiano di pop elettronico definitivo, that’s it.

E dire che tutto questo lo fanno solo in due: un bassista/cantante e un batterista/tastierista/cantante che a un certo punto suona anche un joystick (!!!)… come faranno mai?

 

frida (i'm from barcelona)Subito dopo di loro è il turno dei Who Made Who, il cui rock-funk futuristico riporta alla mente altre grandi realtà (i Trans-Am?) e che sono molto bravi a coinvolgere il pubblico napoletano (sempre più misero, sigh), e non solo perché il trio si presenta su questo palco sotto le (non-)mentite spoglie della più famosa maschera partenopea conosciuta all’estero come Mr. Punch alias Pulcinella!

Fluide linee di basso si intrecciano a chitarristici fraseggi futuristi, il tutto supportato da una batteria ora dance ora rock ora addirittura tunz-tunz: è questo il caso della fantastica cover di Satisfaction di Benny Benassi!!!

E se l’orecchio non ci inganna i nostri scatenati punchinelli danesi ripropongono addirittura quella canzone di Mr. Oizo ascoltata in un fortunato spot della Levi’s di qualche anno fa. Delirio.

 

Il compito di chiudere questa prima giornata del festival napoletano spetta ai Digitalism che, a causa dello smarrimento degli strumenti da parte di qualche fottuta compagnia aerea (maledetta!), sono costretti a un forzato et sfortunato dj set che allinea uno dietro l’altro i più fortunati successi indie-dance dell’ultima stagione… peccato che ormai non sia rimasto più nessuno a ballare e le loro viniliche tunes si perdano nel vuoto cosmico generale. Pazienza.

 

I'MFROMBARCELONA@napoli_27_07_07Da segnalare, infine, gli altri due gruppi che si sono esibiti il pomeriggio e che, causa sole caldo e mancanza di gente, non hanno (forse) avuto l’attenzione che meritavano: The Holloways, inglesi, e i Disco Drive, italiani.

Quest’ultimi si presentano con una line-up parzialmente rinnovata rispetto a un paio d’anni fa quando li apprezzammo (e pure molto) in altri lidi: cambiato il bassista, e aggiunta una batteria, propongono il loro energico punk-funk d’esordio, ma con venature più noize-wave, sembra.

I nostri faticano a coinvolgere la trentina di persone accorse, già debilitate dal caldo infame, perché le loro canzoni a tratti sembrano fredde, semplici basi dance che scorrono piatte, eppure a volte qualche buona idea fa capolino, e per un attimo si viene coinvolti, chissà forse il disco sarà (molto) meglio?

Degli inglesi che dire, in cappello di paglia e bermuda, presentano il solito rock inglese, un onesto indie-rock inglese che non è niente di che, ma che si apprezza, se non si chiede molto per passare una mezzoretta così… Bravi(ni) sì, ma basta con questa esterofilia, ché ormai certe cose le sappiamo fare pure noi, e anche meglio… o no?

 

 

the horrors 01Abbastanza omogeneo invece il secondo giorno del Neapolis, tutto all’insegna del più classico dei rock, più o meno normale… questo senza tener conto delle superstar d’oltremanica della serata, ovviamente: The Horrors!

Ecco, se per i barceloneti svedesi abbiamo immaginato un pigiama party per questi cinque allampanati inglesi facciamo lo sforzo di immaginare tutti insieme un film horror, ma un horror di quelli buoni, anni ’50, non le stronzate patinate che si producono al giorno d’oggi.

Le nostre eroiche creature della notte sembrano arrivare dritte dritte da uno di questo film, magrissimi e neri sembrano proprio dei Jack Skeleton (Timmy, pensa a loro per il tuo prossimo film!) in carne d’ossa, e quando escono sul palco, complice una luna piena mai così bianca, l’effetto è straniante.

Esce prima la band e poi il cantante che, capelli sul viso a nascondere un naso adunco e gatto nero et pipistrelli tatuati sul braccio, per tutto il concerto non farà altro che dimenarsi come un ossesso, un epilettico che non potrà non ricordare certi “balli” portati in voga dal più famoso impiccato di Manchester.

A un certo punto il tizio comincerà anche a tirare una catena trovata “casualmente” a bordo palco, e se la metterà addosso a mo’ di sciarpa, pericolosamente, quasi a simulare l’uscita da chissà quale oscura prigione; e poi, ancora, dopo aver mangiato un pezzo di carta e versato dell’acqua in un cappello, scenderà in mezzo al pubblico, seguito da un preoccupatissimo e sempre più incazzato (con lui) servizio d’ordine, tutto proteso ad abbracciare un gazebo che stava lì ad aspettare nessun altro che lui, certo.

E poi ad accompagnarlo nella sua lucida follia il tastierista, uno dal taglio di capelli che più vittoriano non si può, uno che quando non è impegnato a stuprare a caso la sua tastiera imitandone la caracollante camminata farà simpaticamente finta di essere uno di quei zombie non ancora del tutto morti che solo una pallottola in testa può fermare, come insegna Dylan Dog.

E infine il bassista, immobile e dallo sguardo da pazzo, e il chitarrista, uscito direttamente dai più gloriosi anni ’80, l’unico ad avere uno sprazzo di giallo nei capelli; del batterista invece è difficile dire qualcosa, nascosto com’è dietro la sua batteria, ma siamo sicuri che non è da meno dei suoi scuri sodali. Certi tipi così non puoi certo confonderli, e infatti già poco prima del concerto si erano visti aggirarsi tra il pubblico, ignorati da tutti, eppure non capita tutti i giorni vedere un tizio alto due metri andarsene in giro con una borsetta a forma di bara: che poi cosa ci avrà dentro? Fialette di sangue vergine e ossa umane in polvere?

La mezzora scarsa degli orrori ambulanti è devastante, non c’è respiro tra un pezzo e l’altro, è tutto un unico magma sonoro denso e abbagliante come una luce strobo che il nostro ululante amico girerà direttamente sul pubblico, un punk fine ’70 (cuozzi al rogo -  punk al pogo, recita una gran maglietta vista in prima fila) che più marcio (ancora di più che sul disco, assai “pulito” da un certo punto di ascolto) non si può, mica come certi fighettini inglesi di oggi, l’orrore (l’orrore!) non si ferma e i pezzi in verità si distinguono solo per scampoli di parole colte per caso, come un parassita che si nasconde sottopelle, ma va più che bene così.

Quando si assiste a un concerto del genere è difficile emozionarsi per altro e il discorso dei quindici euro fatto per i barcellonesi del Regno di Svezia vale anche per quest’orrore inglese, ma ancora una volta il pubblico napoletano (a proposito, tra le frangette indie-rockers sembra essere di gran voga il ventaglio ultimamente) non apprezza più di tanto; pubblico composto in maggioranza da punkettine dark, per di più, un pubblico che ti saresti aspettato lì proprio per gli orrorifici inglesi, ma nessuna supposizione fu più sbagliata visto che appena scemata l’ultima rumorosa nota di paura subito lì tutti a urlare il nome dei “divi” italiani di turno… Alberto, Albertoooo… Luca, Lucaaaa… Roberta, Robertaaaa…        

 

I Verdena, partiti come quasi-cloni dei ben più apprezzabili Motorpsycho, sembrano essersi affrancati da questo fastidioso paragone: il loro suono è massiccio e potente, sorprende, le canzoni all’inizio sembrano pure godibili… All’inizio, sì, perché poi come si fa a sopportare un’ora e passa di una musica che di originale non ha più niente da dieci anni e più?

Quasi impossibile se non sai tutte le canzoni a memoria come le ragazzine urlanti in prima fila, o non ti dedichi a fotografare la schiena della rosa-crinita Roberta.

 

the horrors 09La serata si chiude con i toscani Negrita, che propongono il loro onesto rock ancor più vecchio di quello verdenico… ma essendo stati già penalizzati, e nella durata del concerto e nel volume, non vogliamo infierire oltre, anche se non possiamo nascondere che il fatto che c’è gente venuta solo per loro ci stupisce assai!!! Diciamo solo che a fine concerto s’è tirato comunque un sospiro di sollievo, come a dire: anche per quest’anno è finita.

A certi festival devi sorbirti certi gruppi  che non ti sogneresti mai di andare a vedere anche se fossero l’ultima live band del pianeta, questo si mette sempre in conto; gruppi come quelli che hanno suonato nel pomeriggio di questo secondo giorno del Neapolis per esempio, gruppi italiani emergenti che propongono tutti un certo tipo di rock, un rock – un punk, a volte – bello e carino pure, ma che non è proprio la nostra tazza di tè.

 

the horrors 02C’è da dire che però qualche gruppo ha parecchia grinta da vendere… Grinta espressa dalla voce della cantante degli O.D.R. (che significherà questo acronimo?) per esempio, cantante che a tratti ricorda la prima Courtney Love, quella giovane e incazzata non ancora siliconata; grinta espressa anche dalle chitarre (niente note basse!) potenti degli Styles, in cui per un attimo sentiamo addirittura reminescenze di certi folletti americani, possibile?

Dei Joeblow purtroppo (?) niente da dire, visto che ce li perdiamo in attesa di entrare… Anche se le ultime note dell’ultima canzone ci dicono che non ci siamo persi poi molto, è solo crossover.

 

A queste band vanno aggiunti poi i ben più famosi e affermati EPO, forse proprio il gruppo napoletano più famoso del momento, il cui visibilmente emozionato cantante non si sottrae nemmeno all’oggigiorno obbligatorio appello anti-camorra.

Anche il rock degli EPO è un rock onesto, debitore di certi lontani anni ’90 (a ognuno il revival che gli pare), oggi ci sono parecchie band che fanno un rock onesto non c’è che dire, eppure nella loro musica c’è mestiere e passione e chi apprezza questo tipo di musica non rimane certo deluso dalla voce calda e passionale del succitato Ciro Tuzzi.

 

the horrors 14 (color)Le ultime personali considerazioni vanno spese infine per gli altri due gruppi inglesi che hanno suonato a serata inoltrata: i 1990s (senza “The” e senza apostrofo, come precisano perentoriamente dal loro oggigiorno indispensabile myspace) e i White Rose Movement.

I primi si distinguono per un cantante disegnato da Picasso e il saper coinvolgere il pubblico che non li conosce per niente con dei coretti molto coinvolgenti, i secondi per una new wave classicamente ’80 (pare che dagli anni ’80 ne siano usciti vivi veramente in parecchi a discapito di quello che afferma una certa persona) e una canzone dal ritornello veramente catchy, nonché per un cantante incrocio quasi-perfetto tra il già evocato Ian Curtis e un kraftwerk preso a caso.

 

E anche per quest’anno è andata, alla prossima.

telegrafato da sand alle 13:35 | link | commenti (9) |
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venerdì, 13 luglio 2007
fino a quando puoi continuare a chiamarti giovane sonico.

Be’, alla fine ci sono andato.

A vedere i Sonici per la sesta volta, nell’anfiteatro romano di Ostia Antica, di nuovo, i Sonici performanti DayDream Nation per intero… quando li avevo già visti fare la stessa cosa poco più di un mese fa al Primavera Sound di Barcellona (prima mondiale tra l’altro, Lee Ranaldo disse che certe canzoni non le suonavano da 18 anni). Ma quello era un concerto grande, il tipo di concerti che adesso è difficile che mi emozioni, mancava l’intimità e mi sono dovuto addirittura mettere dei pezzetti di carta a mo’ di tappo nelle orecchie, per evitare che le chitarre soniche mi sfondassero i timpani. Ero in prima fila.

A Ostia in realtà li avevo già visti, stesso teatro antico, la seconda volta che li ho visti, se non sbaglio, con loro che suonavano musiche da Goodbye 20th Century (album mai sentito, talaltro) con l’aiuto di un percussionista aggiunto e quell’eclettico genietto di Jim O’Rourke. O Jim se n’era già andato? O ancora doveva entrare? Boh, la memoria mi fa cilecca.

Comunque quel concerto fu molto bello, anche grazie alla location (ecco perché ci sono tornato), atmosferico, ambient, chitarre perlopiù pulite, pezzi sconosciuti… però poi nei bis suonarono Schizophrenia e anche se quel pezzo non lo conoscevo ancora ricordo che quell’attacco mi colpì molto, e adesso ogni volta che lo sento mi ricordo di quel momento e mi vengono i brividi.

Leggetevelo, il testo di Schizophrenia.

 

La prima volta sonica invece fu a Jesolo, Beach Bum Festival, con amici guidai una notte intera solo per vedere i Sonici, cioè, per vedere principalmente loro: 900km in una notte, ecco, queste sono cose che fai solo quando sei veramente giovane, e non ti metti lì a pensare quanto sia stupido spendere così tanto (in soldi, tempo e fatica) per andare a vedere un concerto. Poi ti fai grande e credi che d’altronde i concerti, la musica, non siano altro che una cosa da ragazzi e che adesso non c’è più tempo, perché adesso bisogna lavorare e farsi una vita. Ieri a Ostia c’era una ragazzo che ha urlato tutto il tempo improperi contro il pubblico pagante e seduto, siete delle merde alzatevi io vengo da Salerno tutto da solo qui ci sono i Sonic Youth alzatevi lote, come se loro non avessero il diritto di stare seduti e godersi lo spettacolo come meglio credessero senza che qualche imbecille gli andasse addosso dicendo addio addirittura alle scarpe volate sul palco. Nemmeno i giovani sonici di oggi sono più quelli di una volta.

Io comunque anche ieri ero in prima fila, attaccato alla transenna, è per questo che sono riuscito a toccare la chitarra di Thurston Moore (mio eroe!), è stato tranquillo, perché la prima fila è tranquilla, basta essere muniti di zaino con dentro giubbino che attutisca i colpi alla schiena, giovani pischelli che non siete altro. Inoltre nella tasca del giubbino è dove va nascosta la macchina fotografica per evitare che te la sequestri il servizio d’ordine: vedete, vi svelo i segreti di un concertista esperto.

Ieri poi c’era anche un’altra che urlava, una tizia sulla trentina che dava dei ridicoli a quelli del servizio d’ordine perché s’erano messi i guanti di lattice come precauzione per non toccare la gente: Prima che vi beccate l’AIDS vi hanno già menato, urlava la tizia con il suo aristocratico accento romano invece di godersi il concerto. Alla signorina in questione forse è sfuggito che magari anche qualcuno del pubblico non avrebbe gradito il contatto coi buttafuori, eh.

In autogrill, ancora, cameriere e avventori litigano per mancata cortesia da ambedue le parti, e un tizio dice bugie alla moglie con l’amante che dorme in macchina.

Insomma, la gente è pazza.

 

Ma tornando a noi, il tour di Jesolo era quello di A Thousand Leaves, forse l’ultimo bell’album inciso dai Sonici (anche se l’ultimo che ho comprato è Murray Street, e non è certo da buttare), Sonici partiti letteralmente daccapo visto che nel tour precedente avevano subito il furto di due tir con tutta la strumentazione/attrezzatura, tra cui chitarre frutto di anni e anni di modifiche. Roba da ammazzarsi.

Si ricordano ancora accorati appelli di Lee su vari newsgroup alla ricerca del materiale scomparso.

(e tu, avresti comprato una chitarra sonica per poi restituirla?)

In quel concerto io ero al centro, il posto peggiore in pratica, perché è lì che si sviluppa il pogo, e non hai nessun appiglio, a meno che non ti aggrappi agli altri o inizi a pogare anche tu, certo. Ma non me ne fregava nulla perché sul palco c’erano i Sonici, le luci erano violacee, le sonorità pulite e psichedeliche.

Fu come essere rapiti da un vortice.

Alla fine Thurston si mise a giocare con una radiolina giocattolo e mandò la chitarra in feedback, e io nella mia innocenza giovanile me ne stupii. Comunque quel concerto mi sconvolse abbastanza.

Mi ricordo che dopo mi addormentai addirittura sul prato, perché avevo visto i Sonici, e degli altri chi se ne importava.

 

Poi, dopo aver detto addio al ventesimo secolo, venne il tour di Murray Street, appunto, e qui c’era anche Jim O’Rourke, sono sicuro. Si era a Valle Giulia, Roma, e lui e Thurston arrivarono a bordo di una Panda nera, che fighi. Salutai anche Thurston, che in quella Panda ci stava appena.

Steve Shelley poco prima del concerto uscì a controllare il prezzo delle magliette false, per regolarsi di conseguenza riguardo il prezzo delle magliette originali. Le magliette false le facciamo solo in Italia?

A Ostia per una maglietta falsa volevano 15 euro, quando prima te la cavavi anche con diecimila lire.

La gente è davvero impazzita, ve l’ho detto.

Anche quel concerto lo vidi in prima fila e ho anche delle foto analogiche abbastanza buone che stanno lì a dimostrarlo. Dormii a casa di un’amica e il giorno dopo partii per Arezzo con mio fratello e degli amici che m’erano venuti a prendere a Roma; i Sonici avrebbero suonato il giorno dopo ad Arezzo Wave. Fantasticai addirittura di farmi dare un passaggio direttamente da loro. Ah, beata gioventù.

Quel concerto lo vidi da più lontano, perché arrivare in prima fila a concerti così grandi è davvero una faticaccia e poi ero stato in prima fila giusto il giorno prima quindi non faceva niente.

Comunque vedere, anche da lontano, Kim Gordon che si dimena sulle note di Drunken Butterfly è una cosa che proprio non si dimentica. E anche il campeggio del fu Arezzo Wave è una cosa che non ti dimentichi per tutta la vita: se sei sopravvissuto a quel campeggio allora puoi sopravvivere davvero a tutto. Ricordo che c’era una punkabbestia che se andava in giro nuda e completamente strafatta a chiedere di essere scopata. Vabbè.

 

E poi eccoci qui, ai giorni nostri, con la tournè che i nostri eroi, seguendo un’odierna moda comune, hanno dedicato alla completa riproposizione di un loro vecchio album: DayDream Nation, appunto.

Cazzo, ma il mio preferito è il “commerciale” Dirty , l’album che contiene la canzona sonica più bella di sempre: Theresa’s Sound World. Riuscirò mai a sentirla dal vivo? Difficilmente si raggiungerà più una tale perfetta armonia tra distorsione e pulizia. E che dire di Purr? E Sugar Kane? E Wish Fulfillment?

La copertina poi? È da anni che ne cerco una maglietta.

Insomma, avete capito.

Comunque di Barcellona già ho detto, e anche di ieri non c’è poi molto da dire.

L’esecuzione dell’album è pedissequa e fedele, i Sonici si prendono poche libertà e quindi non ci sono molte sorprese.

Anche i bis (supportati da Mark Ibold) non forniscono brividi supplementari, dato che i pezzi sono quelli dei due album più recenti, album che mi sono quasi sconosciuti. Però qualche atmosfera free e qualche fraseggio sghembo emozionano, bisogna ammetterlo.

Thurston sembra essere quello che si diverte di più, si sbatte, alza la chitarra al cielo, la struscia contro il pavimento, storce i piedi, fa il metallazzo. Ha delle nike argentate e un jeans stracciato, gli occhiali da nerd, sì, lui è proprio rimasto un giovane sonico. Anche qui ha una radiolina con cui giocare che alla bisogna (providence) diventa anche mangiacassette; Thurston gira su vari canali per poi posizionare la frequenza su un canale morto: rumore bianco, that’s it. Perché è lì che non si prova più dolore, come ci insegna il caro Christopher Boone.

Ma secondo voi Thurston e Kim scopano ancora?

Kim è così austera, non è più l’adolescente introversa che si nascondeva sotto un cappuccio dei primi album. Le gambe sono muscolose, lo sguardo duro, il viso rugoso. Eppure anche qui non perde occasione di ballare. Forse è un po’ sgraziata, ma è cosa da dire questa riguardo la frontwoman di un gruppo che ha fatto delle dissonanze la propria bandiera?

Lei a suo modo rimane sensuale, e ha una gran voce.

Lee è quello con gli ampli dipinti, il beat del gruppo; ieri vendevano anche i suoi diari dei primi anni sonici. Lee canta spesso, e i suoi decisi ricami chitarristici fanno da contraltare alle spericolatezze di Thurston. A un certo punto imbraccia pure una chitarra acustica, e quasi non ci credo, voglio dire, una chitarra acustica a un concerto della Gioventù Sonica!?! Roba da non credersi.

Steve invece è quello più giovane, ma mi chiedo lo stesso come faccia a battere sui tamburi così per due ore. A lui l’ho rivisto anche ultimamente, accompagnava le spettrali canzoni suonate da una chitarra da due dollari. Quando gli ho detto che una volta ci avevo parlato per telefono perché Thurston mi aveva chiamato per complimentarsi riguardo un demo che gli avevo spedito, mi ha guardato ed è rimasto un po’ stupito, deve essere stato davvero buono, ha detto, perché non è una cosa che facciamo con tutti.

 

Come non vi ho mai raccontato del giorno che mi telefonò Thurston?

È una cosa che racconto proprio a tutti, capite.

È che tanto tempo fa avevo un gruppo, o una band, se vogliamo fare gli internazionali.

Io ci suonavo una rossa guitarra elettrica, e poi c’era il bassista e il batterista, che poi era (è) mio fratello.

Non è che avevamo proprio delle canzoni, ma ci mettevano in saletta (ah, i tempi della saletta sperduta in mezzo alla campagna, finita saccheggiata dai ladri) e suonavamo. Rumori, improvvisazioni, sperimentazioni, cose così. Più o meno ci divertivamo e i nostri sabati passavano così.

E poi un giorno scoprii che il bassista se ne sarebbe andato a Firenze a studiare psicologia (a proposito, questo lunedì si laurea alfine), e che quindi probabilmente il gruppo, quel gruppo fatto di chimiche alchemiche, non sarebbe esistito più.

Poi mio fratello si fidanzò e così davvero il gruppo finì.

Si parlò di cassette spedite su e giù per l’Italia, ma non se n’è mai fatto nulla.

Adesso con questo amico e un altro capita che ogni tanto ci vediamo per la cosiddetta serata F.A.C. dove l’acronimo sta per “Fake American Club”, ovvero il club dei finti americani nato da una mia idea: vediamo uno stupido film commerciale (possibilmente un’americanata, appunto), ci ingozziamo al Burger King o al McDonald, giochiamo a bowling. Viva Lebowski for ever, insomma.

Comunque di lì a poco io smisi anche di suonare la chitarra, io, che avevo appena comprato un mostro di amplificatore, forse perché il computer prese a mangiarsi la mia vita e/o forse perché dopo un po’ tutto mi annoia.

Però con quel gruppo avevamo fatte cose belle, e se avessimo continuato chissà dove saremmo arrivati. Perché anche se talvolta sopravviene la noia, certe esplosioni è davvero belle guardarle.

E così cominciai a sentire tutte le varie cassette registrate, prove e provini, e a scegliere le più belle, di quelle esplosioni. Cominciai a legarle l’un l’altra, queste cose, copiaincolla, ma senza pc perché, sapete, i masterizzatori non esistevano ancora.

Tanto è vero che quella spedita a Thurston fu una cassetta, una di quelle mitiche da novanta minuti, con tanto di copertina disegnata da me, a pennarello. Ci scrissi sopra anche indirizzo e telefono, forse anche l’e-mail, ma mai a pensare che qualcuno mi avrebbe chiamato. E invece.

Una sera arriva questa telefonata, mio padre risponde e, Lucio, vedi c’è uno che parla inglese che ti vuole.

Hallo, Lucio… Lucio… I’m Thurston, I am listening to your cassette… (mi fece sentire che effettivamente stava proprio ascoltando la mia cassetta) It’s cool.

Io sconvolto. Thurston Moore… Are you Thurston Moore? Yeah, you like it… cominciai a dire in un improbabile inglese, e giù a dire stupidaggini, tutto rosso in faccia.