dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
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A vederla arrivare capisci subito che Juliette Lewis è una Natural Born Rocker, altro che attrice.
E non c’è nemmeno bisogno di vederla in azione sul palco, dove si trasforma in una sorta di adrenalinica Iggy Pop con una voce sporca che ricorda un po’ quella di Janis Joplin (anche se in verità tra le influenze dichiarate, oltre allo stesso Iggy, per lei molto “avantgarde”, Juliette cita: Tina Turner, Chrissie Hynde, Nina Simone, Billie Holiday e Grace Jones).
Chioma selvaggia, fuseaux neri, maglietta a rete, reggiseno argentato, occhi animati dal sacro fuoco. Ci chiediamo quale attrice hollywoodiana si sarebbe presentata così, struccata e di una sciatteria così sensuale, a un’intervista con i media.
Ma Juliette è così e basta: sincera, tanto da rasentare l’ingenuità. Dopo qualche sorso di tè una delle prime cose che dice, col sorriso sulle labbra e senza che nessuno gliel’avesse chiesto, è che non si droga più da quindici anni. Quale altra “very important person” si sarebbe mostrata così nuda, davanti a tutti?
Forse qualcuno potrebbe accusare Juliette di narcisismo, ma il modo in cui si è presentata appunto fuga ogni dubbio.
«Nella mia vita io sono stata tante cose: sono stata cattiva, sono stata una suora, mi sono fatta di droghe, mi sono ripulita… Ho vissuto parecchie vite, non sono “nata cattiva” come canto in Natural Born Killers, anzi sono molto connessa con le altre persone, provo empatia con loro… Però sono sicuramente un tipo strano, pazzo… A scuola ero quella che rimaneva da sola nel cortile, all’inizio volevo essere proprio come tutti gli altri, ho provato a conformarmi, ma poi ho abbracciato la vera me stessa, oggi sono un artista e sono ciò che sono…», risponde Juliette quando le chiediamo, un po’ provocatoriamente, se è veramente una cattiva ragazza, come vediamo nei suoi film.
Ma d’altronde in quanti film lei fa veramente la cattiva?
«Giusto Natural Born Killers: un film molto “avanti”, per Oliver Stone sicuramente… ma per me è un film sciocco [forse proprio perché l’ha ingabbiata in uno stereotipo?, ndr], anche se riconosco che è molto intenso, all’epoca avevo solo 19 anni e mi lasciai semplicemente andare… Poi c’è Cape Fear: in cui il mio personaggio è un misto di malizia e di innocenza, ma non è cattivo… E infine Kalifornia: in cui ero estremamente innocente, ma circondata dal male…».
Assodato che Juliette non è “cattiva”, resta ancora un’attrice?
A quanto pare no… e sì.
«Se adesso mi chiamasse Marty [Scorsese, ndr] io direi: NO! …come faccio? Sono in tour… però ho un mese libero a dicembre, forse potrei fare un film a dicembre, sì… Comunque ho appena finito di girare quattro film in America [appunto, in America, qui in Italia chi li ha visti? ndr], uno è il debutto di Mark Ruffalo da regista, io sono una sorta di “angelo dark”, suono il basso, mi drogo… un film molto intenso, oscuro, difficile… In un altro film ho recitato con Jennifer Aniston [e qui sarebbe potuto partire il pettegolezzo, visto che hanno avuto un fidanzato in comune: il fortunato Brad Pitt… ndr]».
Il presente e il futuro di Juliette oggi è tutto nella musica, una cosa che ha sempre voluto fare.
«Quando ero piccola me ne stavo sempre davanti a uno specchio a ballare e cantare, era una cosa che mi piaceva, mi emozionava… era una cosa molto fisica, che mi eccitava… mi piaceva “recitare” una parte… ma non quella della rockstar, piuttosto quella dell’artista… Ora tutto questo è un sogno che è diventato realtà».
Perché Juliette oggi abbia scelto di dedicarsi più alla musica che al cinema, anche se essere una musicista è molto più stancante, ce lo spiega subito.
«Ho fatto film per quindici anni, ho iniziato molto giovane, ma ho sempre voluto essere una musicista: andare in tour per tutto il mondo, vedere posti sconosciuti… Sono molto molto molto seria riguardo la mia carriera musicale, è un impegno serio per me, non un hobby come molti possono pensare… Certo essere una musicista è molto più stancante che essere un’attrice: l’ambiente è diverso, ci sono molte decisioni da prendere, perché qui è come se fossi io la regista, decido io i suoni, dirigo gli altri, racconto storie… c’è molta pressione, stai sempre su un palco, non sei mai a casa, non dormi… poi devi essere molto responsabile, devo stare attenta alla voce… Ma mi piace scrivere canzoni, amo tutto questo, mi sento libera».
In effetti Juliette si mostra molto protesa in avanti, in continua evoluzione, dal punto di vista musicale.
«Adesso è solo Juliette Lewis, senza The Licks, che avevano un suono molto più “old school”, basato sulle chitarre… Invece oggi il suono è molto diverso, dinamico, una cosa completamente differente: ci sono parecchie belle melodie, varie fragranze… Voglio andare avanti, progredire, il suono del nuovo disco [un po’ deludente ahinoi, nonostante la produzione del marsvoltiano Omar Rodriguez-Lopez, ndr] è molto più personale, una sorta di avventura… Io sono sempre in movimento, questo disco è una naturale evoluzione, ci ho messo dentro tutte le mie contraddizioni, le mie emozioni… Il titolo “Terra Incognita”, in latino, l’ho preso da un libro, è perfetto: voglio andare in terre sconosciute, sono stata in così tanti posti andando in tour: Turchia, Australia, Finlandia… Sono un’esploratrice…».
Insomma, a Juliette brillano proprio gli occhi quando parla di musica. Eppure anche quando parla di cinema e ricorda alcuni dei grandi registi con cui ha lavorato è tutta un brillare e un sorridere. D’altronde perché scegliere di essere musicista o attrice se puoi essere tutte e due le cose?, si chiede lei stessa.
«Scorsese è il migliore, un bambinone, sprizza elettricità da tutti i pori, è capace di lavorare dalle sette di mattina alle dieci di sera, e sempre con la stessa energia, sta lì a guardarti recitare solo per il gusto di guardarti, ama così tanto il Cinema, è uno che ti ispira molto… E poi c’è Woody Allen, che nei suoi film sembra sempre così goffo e buffo, mentre nella vita vera è così composto, super-intelligente, è un regista che ti lascia molto libera… Un regista italiano che apprezzo molto è Federico Fellini: è magico, è uno che cattura la poesia della vita, qualcosa di mai visto… Giulietta Masina nei suoi film sembra una fata…».
La dolce Juliette s’innervosisce [si fa per dire, ndr] solo quando, in chiusura d’intervista, arriva l’(in)evitabile domanda sulla famigerata Scientology.
«Oh, la stampa è così stupida, così stupida… Hubbard è uno scrittore, e anche molto intelligente, io leggo i suoi libri e per me hanno senso, mi piace ciò che scrive… Scientology è una religione molto avanzata: puoi essere cristiano, ebreo, buddista e allo stesso tempo aderire a Scientology… una cosa perfetta per me, che non sono una seguace o che… Io sono una persona molto indipendente, ho le mie opinioni… Per me Scientology è comunicazione e superamento delle nostre paure più stupide…».
Evvabbè Juliette, vallo a raccontare a tutte quelle persone per cui la più grande paura è proprio Scientology che si rifiuta di comunicare con loro civilmente.
Ma come si fa a non perdonartela questa, sei troppo carina e, a modo tuo, ingenua, per sospettare malafede. E poi quanti (cinici) artisti del tuo calibro al giorno d’oggi si metterebbero in gioco come te arrivando addirittura a commuoversi una volta invitati a dividere lo stesso palco di Cat Power e i Pretenders?
Alla prossima, Juliette… ma non dimenticare lo stage-diving, però!
Per vincere questa battaglia bisogna pensare, agire, come se si fosse già morti.
Ed essere morti significa immergersi nell’oceano delle onde che restano onde per sempre, quindi inutile aspettare che si calmino le acque. Le acque non si calmeranno mai.
L’ultima puntata di Report, I Vicerè, dedicata alla situazione in cui versa Catania (e io che pensavo che a Napoli ce la passassimo male!) è, senza scendere nei dettagli, una puntata terrificante, nel senso che mette paura, una paura assoluta, per le varie implicazioni che la lucidissima inchiesta lascia intendere. In un paese normale dopo la messa in onda di un’inchiesta del genere come minimo il governo in carica dovrebbe porsi delle domande, magari qualcuno dovrebbe addirittura dimettersi, e invece non è accaduto proprio nulla, qui in Italia; forse s’intraprenderà giusto l’ennesima causa contro la sempre ottima Milena Gabanelli, chissà. In questi giorni poi, manco a farlo apposta, m’è capitato di vedere Frost/Nixon-Il duello, film che narra di vicende forse, anzi sicuramente, più importanti di quelle italiane (non foss’altro perché la politica americana si ripercuote su tutto il mondo), vicende che sappiamo tutti come sono andate a finire: le dimissioni di Richard Milhouse Nixon. Il film però, piuttosto che sul Watergate vero e proprio, è incentrato più su una serie di interviste televisive che Nixon rilasciò a David Frost dopo essersi dimesso, interviste che partirono blandamente e finirono poi con un Nixon che, in un sussulto di dignitosa umanità, ammette di aver tradito i cittadini americani e, con gli occhi lucidi che lasciano intravedere il baratro esistenziale in cui è sprofondato il fu presidente, chiede scusa al popolo americano tutto. E in Italia invece, cosa accade? In Italia siamo oltre l’umano, tutto resta sempre uguale, niente si muove. Evidentemente i cittadini italiani non si meritano nessuna risposta.
- La scena di Gufo II e Spettro di Seta II che fanno sesso con in sottofondo Halleluja con tanto di fiammata metaforica finale (alla Gola Profonda, per intenderci) è semplicemente ridicola, mi sono sentito io in imbarazzo per Snyder.... spero per lui che l’effetto ridicolo sia voluto, come a dire «Guarda a questi patetici feticisti che gli tocca fare per godere un po’…» - Non è un po’ ipocrita mostrarci il pisello blu di Manhattan per tutto il film e non far vedere nemmeno un seno (arf arf) della fantastica Spettro di Seta II? Insomma, il nudo va bene solo se computerizzato? - Ma possibile che dopo Matrix i combattimenti debbano essere tutti visivamente uguali, ormai? Nessuno è capace di inventare/immaginarsi più niente?
- La fine “stravolta” non è mi è piaciuta per niente: perché dare la colpa al povero Doc Manhattan? Forse che sti mericani non avevano i soldi per costruire un supermostro gigante alieno?! Mah! E dire che per il resto, incredibilmente, il film è abbastanza fedele (forse pure troppo, perdendo in originalità e ritmo) al fumetto…
- Il grande Rorschach per la caratterizzazione fisica/psicologica mi ha ricordato un po’ il grande Clint Eastwood… in effetti il suo vigilante ricorda un po’ l’ispettore Callaghan, anche per com’è vestito… o no?
Per il resto che dire… bel film, ma non tanto quanto (non) mi aspettassi… anche se va riconosciuto a Snyder il merito di non aver fatto solo un film tutto effetti speciali, anzi, e di non aver ammorbidito la violenza presente nel fumetto… fumetto che tuttavia, ovviamente, è molto più profondo… vedi le varie sotto-storie completamente eliminate dal film, anche se durante il disastro finale le inquadrature insistite sul giornalaio e il ragazzo nero fanno pensare a una versione molto più lunga, già annunciata peraltro…

La scena più bella è quella del ballo, forse anche la più significativa, quando Frank torna a casa senza April e la lascia da sola, con il vicino che, rimasto bloccato con l’auto, la riaccompagnerà a casa più tardi. April sa già di essere incinta, e sa che lei e Frank non partiranno più per Parigi, e rimarranno nella loro linda casetta di periferia per sempre. (continua)
I dischi di mamma sono vecchi 45giri recuperati da un’impolverata valigia verde che giaceva da anni abbandonata nella casa del suo paese d’origine.
Li metti su e si sentono bene, come se il tempo non li avesse toccati. Ci sono Rita Pavone, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Luigi Tenco, Domenico Modugno, Gigliola Cinguetti; c’è anche qualche straniero/a che si cimenta con l’italiano: Paul Anka, Neil Sedaka, Françoise Hardy addirittura (sì, la canzone dei sognatori).
Ci sono solo due canzoni su questi vinili, e sulla copertina di solito c’è un ritratto del cantante, o della cantante. Quanto si era giovani. Il suono era beat, ma le parole malinconiche.
In una di queste canzoni si sente Adriano Celentano scrivere una lettera infarcita di raccomandazioni ai capelloni dell’epoca: non drogarti, non dimenticare Gesù, eccetera. Più o meno le stesse cose che dice oggi, strapagatissimo, in tivvù.
Ma che ingenuità in questi suoni, che purezza in queste parole.
l’aria fresca della notte
che si adagia sulla nostra pelle
è come balsamo per gli occhi
che ci fa vedere alberi
lì dove sono montagne di spazzatura.
Mi chiedo dove stiamo andando a finire.
Anni fa i compact disc (con tutto ciò che ne deriva) non esistevano, e non c’era nemmeno tutta questa spazzatura. Per noi le vacanze sono finite ancora prima di cominciare, forse.
“I NON LUOGHI”: a Napoli un Festival delle Arti Video e della Cinematografia
Una rassegna gratuita di video d’arte, cortometraggi e documentari su “I Non Luoghi” delle Città, i1 21 dicembre 2007 dalle ore 16:30 nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli, Largo Santa Maria
Il 21 dicembre 2007 alle ore 16:30 si terrà a Napoli nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli in Largo Santa Maria
È la prima volta che Napoli ospita un festival multimediale che descrive in “non luoghi” della città, ovvero tutti quegli spazi - stazioni, aeroporti, centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico -, vissuti come un territorio appunto “di passaggio”, come luoghi da attraversare in un percorso che porti da un momento della propria vita ad un altro. Ciò che infatti trasforma uno spazio in un luogo è proprio la capacità di ospitare le storie degli uomini.
Il compito di illustrare “sul campo” il sottile confine che separa un luogo da un non luogo sarà affidato ad una visita guidata lungo le stazioni dell’arte della linea 1 della metropolitana, il cui percorso si snoderà fra le fermate Materdei – Museo – Dante a partire dalle ore 10:00.
Alle ore 16.30 il festival sarà inaugurato dal convegno d’apertura “Luoghi E Non Luoghi”, che discuterà della definizione di non luogo e presenterà gli artisti che partecipano all’evento; interverrà il consigliere provinciale di Rifondazione Comunista Salvatore Napolitano.
La rassegna di video d’arte, curata da Giorgia Sabatini, critica d’arte e organizzatrice di eventi, intende esplorare il rapporto delicato tra habitat e comunità, tra lo spazio in mutamento e chi questo spazio lo vive. Infine, una rassegna di cortometraggi e documentari proporrà un gioco in cui ri-conoscere gli innumerevoli “non luoghi” indagati e rappresentati dal cinema.
«Il festival dei video d’arte e della cinematografia “I Non Luoghi” - afferma Chiara Biasco, membro dell’Associazione “
