granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
venerdì, 08 giugno 2007
asylum.

In attesa di vedere il film, in uscita oggi, copio/incollo qui la recensione che feci di Follia di McGrath all’epoca, quando questo era ancora un blog colorato:

«Sono l’Addolorata, diceva la sua schiena, sono un’acqua scura, sono dolore, la mia anima è lacera, sanguina, toccherai la mia ferita? Un attimo di silenzio. Non lo farà, si disse, non mi dissezionerà proprio qui, proprio ora; e infatti non lo feci. La lasciai tornare in silenzio alla poltrona. Alla fine parlò lei».

Follia di Patrick McGrath è un libro molto triste, parla di una donna pallida e bellissima, bionda, una Marilyn come tante forse, annoiata dal gelo della vita, guidata dall’ istinto, la forza interiore, il lato animale, ma anche così debole, il sesso della madre terra che la chiama, il sesso come energia primordiale, la femminilità usata per riempire quel buco che si ha dentro senza importarsene se per questo si verrà chiamata puttana, o strega, e non ha importanza il dolore che sarà comunque presente per sempre, qualunque cosa, qualunque persona sarà adatta allo scopo. Scappare alle urla interiori, fuggire al dolore che brucia le carni, alla noia, al freddo, alla disperazione di notti buie e scure, notti bianche... Che importanza ha? Scappare da quello che si è fatto della propria vita, scappare a quello che siamo diventati, scappare allo specchio.

Follia è un libro che parla d’amore, di quell’amore assoluto, forte, che alla fine (perché c’è sempre una fine) non sappiamo più cos’è, cosa è diventata la nostra vita perduta dietro un’altra persona, la persona amata. Quell’amore che mangia le teste, il nostro cuore che si stringe e sanguina, quell’amore che ci fa impazzire. L’ossessione per l’essere amato... o per noi stessi? L’amore è prima cosa egoismo.

Sposata a uno psichiatra che più di tutti dovrebbe capirla, aiutarla, Stella ne è al contrario raggelata, mai un abbraccio, mai un bacio. Ma non si può mettere da parte il corpo perché noi siamo prima corpo, poi mente, prima fame, poi pensiero. Animali che pensano, ecco quello che siamo, in cerca d’amore, sempre, qualcuno che ci stringa, qualcuno che ci abbracci, qualcuno che ci guardi, dentro. Stella trova l’amore in un malato mentale che ha ucciso la moglie, a forza d’amarla. Ma chi è il vero pazzo? Uno che disseziona l’anima umana pretendendo di capire tutto senza capirci nulla o uno che disseziona il corpo umano fino ad ucciderlo? È una sublimazione, in ogni caso.

Stella, completamente abbrutita, animalità, decide di perdere tutto e fugge via. L’amore consuma il sé, l’amore cancella le cose, e nient’altro ha più importanza, la vita e la morte diventano concetti così relativi e opposti quando qualcosa ti sta bruciando (mangiando) dal di dentro, gli altri non hanno più importanza, e nemmeno tu vali più niente, solo il tuo cuore, quello che provi, il dolore, le urla, la tua anima. È quello che senti.

L’ambiguità sta nel fatto che crediamo di conoscere noi stessi, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri, poter conoscere noi stessi, fosse così facile, conoscere le nostre cattiverie, meschinità, ardori, dolori, egoismi.... e invece la prima passione che arriva squarcia le nostre carni, lasciandole aperte, all’aria, lasciando colare via il nostro sangue, iniziamo a dissanguarci e l’unica domanda è: vogliamo fermarci o no?

 

telegrafato da sand alle 12:06 | link | commenti (15) |
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mercoledì, 23 maggio 2007
tristemente, la munnezza si ripropone.

munnezza (in the summertime)

C’è una strada qui, lunga. Grigia.

Le macchine parcheggiate lungo il marciapiede la riempiono, da ambedue i lati.

Ci sono le strisce blu, e poi ci sono i parcheggiatori abusivi.

C’è gente che passeggia, c’è folla.

C’è traffico, i clacson fanno rumore.

Una mamma spinge il passeggino, è giovane, avrà massimo ventitrè anni. Sorride, ha una bambina nel passeggino.

In questa strada accade che c’è gente che cammina ma che non si accorge di quello che succede.

C’è un ragazzo che si avvicina alla mamma, da dietro. Passo svelto, sguardo nervoso.

Succede che il ragazzo urta la mamma, le prende la borsa e inizia a correre.

Nessuno si muove, la mamma sta urlando, è a terra.

In questa strada succede che il ragazzo con la borsa sta scappando, e mentre corre inciampa vicino a dei cassonetti e cade a faccia a terra.

Accade che non ritirano la munnezza da giorni, in questa strada.

 

i sacchetti al loro posto, per favore.La munnezza è una cosa varia, e colorata.

Ci sono i sacchetti celesti con i fili gialli, e poi ci sono i sacchetti neri. Ci sono i sacchetti chiusi bene, e poi ci sono i sacchetti squarciati dai cani randagi.

I gatti randagi non hanno denti per mangiarsi la plastica, ma aspettano pazienti gli avanzi degli avanzi.

C’è la munnezza umida, e poi c’è la munnezza solida.

In teoria carta vetro e pile esaurite non dovrebbero esserci, ma in questa strada troviamo anche queste cose.

C’è la munnezza tecnologica: televisori sfondati, lavatrici non più funzionanti, telefoni rotti; e poi c’è la munnezza casalinga: materassi, vestiti, divani.

In questa strada accade che all’improvviso viene uno che appiccia la munnezza, e poi non si respira più.

In questa strada accade che non si può più uscire di casa.

 

telegrafato da sand alle 16:36 | link | commenti (4) |
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mercoledì, 18 ottobre 2006
noi siamo un gruppo indie, quindi faremo un concerto molto triste. (meet the valderrama 5!)

I Valderrama 5 sono la più grande band del mondo, questo ormai dovreste saperlo.

Assistere a un loro concerto (9 membri – è proprio il caso di dirlo – effettivi) è un’esperienza mistica, e mi dispiace per quelli che non hanno ancora avuto questa fortuna.

Non perdeteveli se passano dalle vostre parti.

Qualche parola buttata a caso: masturbazione, nudismo, esibizionismo, travestitismo, carta stagnola, barman, tanga a elefantino, neomelodico, delirio, Angus Young, panciotto, droga e rock’n’roll.

Per il resto è inutile spiegarsi, bisogna esserci.

Comunque una rece di un loro concerto la trovate qui.

Se abitate nel profondo Nord è un po’ difficile che riusciate a vederli però, e un po’ mi dispiace.

Ma è a questo che serve internet no?

A farsi un giro su quella cloaca maxima che è myspace, in questo caso utile però.

Ecco lo spazio dei Valderrama 5, dove potete ascoltare qualche canzoncina:

http://www.myspace.com/valderrama5

La cosa migliore resta andare sul loro sito comunque, anche se ultimamente è poco aggiornato potete scaricarvi il dischetto completo e lasciarvi prendere dalla gioia di vivere!

http://www.valderrama5.com/

 

Everybody has got a tendency to spend their time blue
Why don’t you try to have fun with your friends, just like I do
We have a problem just if we decide so, that’s what I say
There are so may great things in this world like Valderrama’s hair


Tornando ai live, i Valderrama 5, oltre a rinverdire gli spettacolari fasti di band come Guns’n’Roses e Motley Crue ma – attenzione! –  in versione lounge/cocktail però, fanno tanto ma tanto cabaret a sfondo sessuale tipo vecchi film di Pierino (ormai sdoganati perfino dalla prestigiosa cinemateca francese, quindi non storcete il naso).
Famosissimo in effetti il loro debutto Women Don’t Apple Damage che altro non è che un concept album sul tanga, indumento intimo femminile (ma non solo) che può provocare seri problemi… anche economici!

Leggendo la loro storia capirete perché: qui. (ma a quando la fine della storia?)
Ma è da avere assolutamente anche il loro ep Islas, un fantastico accoppiamento estivo tra Beatles e Beach Boys, con perle quali Sweet Intostino (a voi capire di cosa si tratti).
Resto della discografia: Forever Asses, Paran-Oil e l’ultimissimo Guess Who’s… Bigamous?

Da avere. Tutta.

 

 

(quando diventeranno più famosi di Gesù Cristo ricordatevi di chi ve ne ha parlato per primo, eh)

 

 

 

N.B.: i Valderrama 5 sono anche grandi fan del magggico Gennaro d’Auria (il mago che ascolti e subito ti senti felice), cosa volere di più?

telegrafato da sand alle 20:05 | link | commenti (4) |
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giovedì, 29 giugno 2006
Traccia bonus, inedita et incompiuta. (ovvero qualche film dall’anno scorso)

sunset boulevard
(Prefazione minima: parlando in generale dei film, una cosa che mi ha colpito è che nel Concorso “Euromed”, ovvero film arabi/egiziani/iraniani/albanesi/serbi/bosniaci, insomma “extracomunitari”, come piace dire ad alcuni simpaticoni, c’era sempre quest’idea da cartolina dell’Italia come meta agognata e terra dei sogni… Ora io mi chiedo: questa povera gente che sogni potrà mai trovare qui, se sogni non ne sono rimasti neanche per noi? Vabbè, malinconia portami via.)
 
 
 
Giovedì 9 giugno 2005
 
Ore 16.00: This Is An Adventure (Making of The Life Aquatic) (USA 2005, 52 min./colore)
Arrivo di buon’ora (ma davvero?) per il mio primo giorno di festival soprattutto per questo documentario: il film in questione (Le avventure acquatiche di Steve Zissou) è uno dei più divertenti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Ma purtroppo questo documentario è una mezza delusione. Troppo sfocato? Mancanza di sottotitoli in italiano? Chissà. Comunque l’ho visto pure già un po’ iniziato.
Ore 17 (circa): Le formiche di Domenico Cantore (Italia 2004, 60 min./colore)
Ovvero quando ti vergogni di essere napoletano (in tutti i sensi). Eppure l’idea non è male: un piccolo nucleo di terroristi pianifica l’omicidio di un ingegnere implicato nella costruzione di un impianto per lo smaltimento dei rifiuti, così recita il catalogo. Peccato che il tutto sia girato come Un posto al sole in versione neomelodica. Insomma, il peggio del peggio. Sono così imbarazzato che me ne esco dopo dieci minuti.
Orario imprecisato: Guerre Stellari (l’ultimo capitolo, le info le conoscete tutti no?)
Entro giusto in tempo per rendermi conto che i polpettoni soap li sanno fare pure al di là dell’oceano (però sono più bravi), ed esco per avviarmi al prossimo film. Però mi becco cinque minuti di primo piano (gigantesco) della mia amata Natalie Portman al massimo del suo splendore. Mica fichi.
Ore 18.30: Formaggio e Marmellata di Branko Djuric (Slovenia 2003, 90 min./colore)
Il primo dei vari film dei nostri vicini di mare che mi capiterà di vedere in questi cinematograficamente lunghi giorni. Questi sono film che hanno un sapore diverso, lo sguardo è più puro, qualcuno direbbe più povero, io preferisco dire più sincero. Ricordiamoci del nostro neo-realismo. C’è una coppia, lui bosniaco, lei slovena, che deve mandare avanti la casa: lei si scopre incinta, lui è uno scansafatiche sempre in pigiama, lei torna dai genitori che non lo vedono di buon’occhio, lui inizia a cercare lavoro. Si troverà immischiato in loschi affari di gente che specula sul sogno (di cui si parlava sopra) della povera gente di andare in Italia, coi soliti banditi “tarantiniani” (ormai un aggettivo a sé). Il regista all’inizio ci ha avvertito che questa è una storia che potrebbe succedere in qualunque sud del mondo. Ripeto, ricordiamoci del nostro neo-realismo. Commovente.
 
 
Venerdì 10 giugno 2005
 
Ore 16: Il volo di Theo Angelopoulos (Grecia 1986, 120 min./colore)
Èil primo dei film che vedrò della retrospettiva dedicata al regista greco. Un film che parla di partenze o, meglio, fughe: un anziano insegnante che fugge dalla sua vita, una giovane che fugge da se stessa. Le loro strade s’incontrano e si farà un pezzetto di strada insieme… Ma partire è sempre un po’ morire, è scontato dirlo.
Ore 18.30: Amo il cinema di Ossama Fawzi (Egitto 2004, 125 min./colore)
Sicuramente uno dei film più belli del festival, film autobiografico che racconta l’iniziazione cinefila di un ragazzino nell’Egitto degli anni ’60. Un film corale (oltre al ragazzino ruolo predominante hanno il padre bigotto e la madre artista repressa, nonché i vari parenti) bellissimo ed emozionante che ricorda molto il Woody Allen di Radio Days, con il cinema al posto della radio però, ma anche un certo Francois Truffaut, per le varie e divertenti monellerie di Naeem, il ragazzino protagonista.
Ore 20.45: La mia vita a Garden State di Zach Braff (USA 2004, 109 min./colore)
Film neo-generazionali come Donnie Darko e Le regole dell’attrazione iniziano a fare i primi proseliti, e dal punto di vista delle storie e dal punto di vista delle soluzioni filmiche, e questo Garden State né è la dimostrazione lampante. Il film alla fine è carino, storia bella anche se scontata, qualche simpatica trovata e la piccola Natalie Portman nelle panni di una smorfiosetta amabilissima come al solito, peccato che poi si scada troppo nel buonismo stile MTV.
Ore 22.30 End Of The Century: The Story Of Ramones di Jim Fields e Michael Gramaglia (USA 2003, 110 min./colore)
We Are A Happy Family, yeah, recitava il titolo di uno dei dischi dei grandi Ramones. Peccato che vedendo questo documentario (non film!) altro che happy family, qua pare si odiassero tutti: Dee Dee drogato ed egocentrico come non mai e Johnny il fascista che ruba la ragazza al sensibile Joey, il più dolce di tutti. Un documentario molto bello, a tratti toccante, perché alla fine questa è la storia di come un ragazzo timido e brutto, sofferente di sindrome ossessivo-compulsiva, riuscirà a diventare una grande rock’n’roll star. Sei il più grande di tutti Joey, rimarrai per sempre nei nostri cuori. Sul fatto che un dvd del 2003 ormai acquistabile in tutte le feltrinelli/fnac d’Italia venga spacciato per film in anteprima (!!!) meglio calare un velo pietoso. Peccato che l’affacendatissimo proiezionista non ci abbia fatto vedere anche i contenuti speciali. Gabba Gabba Hey!
 
 
Sabato 11 giugno 2005
 
Ore 12.30 (circa): Alta Tensione di Alexandre Aja (Francia 2003, 85 min./colore)
Qualcuno ha addirittura parlato di surrealismo e Buñuel per questo film, ma io non credo ci sia tanto da esaltarsi. Qualche buona scena sanguinolenta c’è pure (vedi il progressivo insanguinarsi dell’armadio a causa dell’omicidio che avviene fuori campo… davvero terrificante) e c’è anche parecchia sporcizia alla Texas Chainsaw Massacre, quanto basta, però l’impressione finale è che il tizio o abbia finito i soldi o a un certo punto, non sapendo come chiudere, abbia fatto finire il film nel modo più semplice (e stupido) possibile, e tanti saluti alle incongruenze (e non solo quelle finali: la tizia ha un lettore mp3 e non un cellulare per chiamare aiuto?!). Qualcuno obietterà che il genere horror non richiede coerenza e io sono pure d’accordo, però qui si raggiunge il colmo. Un’ultima cosa: tanti complimenti alla canzoncina italiana scelta… ottimo gusto davvero.
Ore 14.00: 9 Songs di Michael Winterbottom (Gran Bretagna 2004, 88 min./colore)
Un “film” che si potrebbe definire ridicolo se non fosse così noioso, algido, raggelato e raggelante. Il vero scandalo sta nel fatto che siamo costretti a vedere questo gran “capolavoro” annunciato su un dvx (questo ha mandato la casa di produzione… sarà legale?), per di più anche difettoso, altro che sesso esplicito. Un film che alla fine si riduce nel vedere questi due tizi (peccato mancassero anche i sottotitoli, sono sicuro della genialità delle loro conversazioni…) che o scopano o vanno ai concerti, ma il problema è che il film non regge né dal punto di vista sessuale (che palle! se uno vuole vedersi qualche buona scopata tanto vale fittarsi un pornazzo!) né dal punto di vista musicale (qualche cosa buona c’è pure, ma per la maggior parte è semplice mainstream). Da buttare, veramente. Credo che qui in Italia non lo distribuiranno mai e se i soliti intelligentoni diranno che è perché siamo bigotti, pazienza. Comunque per chi ci tiene a vederlo può sempre chiedere alla casa di produzione il dvx (magari non difettoso, ché purtroppo io mi so’ perso qualche fantastica scopata…).
Ore 15 (circa): Danny The Dog di Louis Leterrier (Francia/Gran Bretagna/USA 2005, 103 min./colore)
Un gran bel film d’azione che non disdegna i (buoni) sentimenti però. La storia di un ragazzino rapito da piccolo («Bisogna prenderli da piccoli…», insegna il bastardo di turno) e allevato come un cane a difendere il padrone (il bastardo di cui sopra) non appena questi gli toglie il collare. Ma la musica salva («I sogni non mi sono mai piaciuti», ripete il solito bastardo), e il ragazzo rinasce alla vita grazie all’aiuto di un vecchio e di sua figlia che gli insegnano a vivere partendo dall’abc. Una favola moderna che acquista quel qualcosa in più grazie al magnifico Jet Li, un dolcissimo Buster Keaton delle arti marziali.
Ore 16.30: L’addormentato di Yasmine Kassari (Belgio 2004, 95 min./colore)
Un uomo deve partire alla volta di un paese lontano per poter tornare con quella dignità che nel suo paese di origine non gli è permessa, una donna deve addormentare il feto che porta in grembo nella speranza che il padre ritorni da suo figlio. L’emigrazione in questo film è una videocamera, un videoregistratore, una videocassetta… per mantenere un contatto.
Ore 23 (circa, visione casalinga) La scuola del grande maestro di Takis Proietti Rocchi (Italia 2005, 9 min./colore)
Come se non bastasse un’intera giornata al cinema, me ne torno a casa e mi sparo questo simpatico corto distribuito gratuitamente su dvd dal regista stesso (complimenti per lo spirito d’iniziativa!). Si tratta di uno strano meta-film (vincitore nel 2005 del primo DAMS Film Festival di Roma, tra l’altro) che racconta la storia di un regista che gira un film sulla storia del Grande Maestro (di arti marziali) e che deve vedersela con certi produttori rompiscatole. Girato in un giapponese inventato e con attori che indossano tutti buffe maschere di animali come se fosse la cosa più normale del mondo, questo corto si presenta fresco e simpatico e ricco di trovate originali. Davvero carino.

telegrafato da sand alle 12:44 | link | commenti (11) |
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Cronaca semi-dada di un Film Festival chiamato Napule.

diane arbusC’è un romanzo dello scrittore surrealista francese André Breton, un romanzo chiamato Nadja, in cui i personaggi quando vanno al cinema ne usufruiscono in una maniera assai peculiare: entrano ed escono dalle sale a piacimento, guardando solo spezzoni di film, pochi minuti, mai un film intero, saltando da un genere all’altro, arrivando a spostarsi addirittura di cinema in cinema, tutto questo perché i surrealisti erano persone che andavano alla ricerca di quello che poteva essere considerato un vero e proprio “sogno”. Immagini viste e assimilate alla rinfusa, senza nessun particolare ordine logico se non quello dato dal caso: ecco un diverso modo di andare al Cinema che oggi è andato completamente perduto, se mai è esistito al di là del romanzo poi!
E questo fatto è paradossale, considerando tutti i multi-sala/plex sorti nelle periferie delle grandi metropoli in cui viviamo: certo verrebbe a mancare la dimensione urbana della passeggiata (quindi nuovi stimoli!) alla ricerca di una nuova sala di proiezione, ma oggigiorno sarebbe molto più semplice saltabeccare da un film all’altro, da un genere all’altro, e le possibilità di costruirsi una propria onirica esperienza aumenterebbero vertiginosamente… se solo la maschera di turno non ci invitasse ad abbandonare la sala una volta finito il film. Un biglietto, un film: è la legge.
«Sì, e allora?», si chiederanno a questo punto i miei (pochi) fedeli lettori; «Cos’è tutto questo sproloquio?», e pure avete ragione a chiedervelo.
 
Andate più su allora, a rileggervi il titolo di questo maldestro tentativo di pezzo giornalistico: “dada” è la parola chiave. Quest’anno io, modesto (modestissimo!) cineblogger truffautore, ho avuto l’occasione di provare il brivido dell’accredito stampa e, tornato bambino (da-da… da-da…), ho passato 7giorni7 chiuso in un multisala, sette giorni di visioni selvagge libero di entrare e uscire da ogni sala, tutte le porte si aprivano per me, ormai quelli dello staff del Warner Village di Via Chiaia (approfitto per salutarli: ciao!) avevano fatto l’abitudine alla faccia di uno sfaccendato come me che arrivava lì verso le 10 di mattina, massimo le 11, e se ne tornava a casa, stanco ma contento, verso le 20-20.30, ma talvolta anche verso le 23-24, complice il fratello minore che lo andava a prendere. Alla faccia dello scrocco!
 
Il tutto si è svolto dal quattro di giugno fino all’undici, e io che pensavo fosse difficile e faticoso (noioso?!) seguire 4-5 film di seguito… ma poi ci ho preso gusto e ne volevo sempre di più. Ritirato accredito e relativo catalogo (naturalmente a pagamento, per i comuni mortali) in un hotel parecchio chic, io coi jeans stracciati sotto le scarpe, c’è voluto giusto un attimo a capire come si sarebbero svolti i miei successivi giorni da disoccupato.
 
Svegliatomi la mattina presto, verso le sette, manco il tempo di lavarmi e di andare in bagno (è capitato) che, mangiato un biscotto e bevuto un caffè, si era già in metrò e funicolare (funiculì funiculà, recita il vecchio adagio) col solo ausilio del proprio iPod (è in casi come questi che si capisce l’utilità delle cose superflue), alla volta della mia giornata filmica: mentre la metro/funicolare in questione era piena zeppa di profumate ragazze pancia in fuori allevate alla scuola di Cicciopanzo e consorte Filippo dirette à la plage, il cinefilo nascosto sotto le mentite spoglie di cineredattore web e (quasi) giornalista pubblicista si avviava a immergersi nel buio della sala con barba lunga e occhi ancora impiastricciati dalle immagini del giorno prima, saltando da un film all’altro, spesso già iniziato… eh sì, dura la vita.
Ritornato a casa solo otto-dieci ore dopo, arricchito da minimo tre film ma con solo una misera frittatina (o pizzetta) nello stomaco, avrei trovato la casella mail intasata dai comunicati dell’ufficio stampa del festival nel caso avessi dimenticato qualcosa. Che cari.
 
Ma ciancio alle bande, passiamo al festival!
Se troverete queste parole troppo confuse, cercate di perdonarmi… è che talvolta si scriveva al buio!

telegrafato da sand alle 12:03 | link | commenti |
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lunedì, 01 maggio 2006
l'inutile trilogia. (esercizio paraletterario in tre atti del tutto inadatto alla trasposizione cinematografica)

I tre giorni dell’Ikea.
 
 
Felice Macchia ha trentatre anni, gli anni di Cristo, ma, se mai avesse una croce, la sua sarebbe una croce componibile Ikea. La sua stanza non contiene mobili, la sua stanza (la sua casa) è fatta di nomi. Gli spigolosi nomi dei mobili Ikea. In salotto, Felice ha i videogiochi e la tv al plasma, e ogni sabato invita gli amici a casa a fare i tornei. Qualche volta fittano un film da BlockBuster. La cena è sempre la stessa, il sabato sera: pizza e coca.
Qualche volta Felice vorrebbe uscire, andare in discoteca; ma i biglietti costano cari, e non tutti i suoi amici se lo possono permettere. Felice non ha di questi problemi.
Felice, la mattina, si alza tardi, si lava e fa una colazione abbondante. Poi va in giro. Per Milano.
Felice non ha un lavoro né una storia sentimentale, ma è felice lo stesso. Ma da quando ha conosciuto una ragazza su Internet ha un qualcosa che gli manca però. Gli manca una ragazza che si sveglia la mattina e la vede accanto a lui, lì, nel suo letto. Tra le lenzuola. È così, anche se Felice probabilmente non ha mai formulato un pensiero di questo genere. Eppure quel vuoto è lì e lo prende la sera, prima di andare a dormire, e la mattina presto.
Poi capita che Felice passa nottate intere a parlare con questa ragazza, anzi no, come si dice, a chattare con questa ragazza. Una ragazza chiamata Felicita, o almeno così dice Internet, senza accento.
Felicita Macchia, che bel nome sarebbe, pensava Felice il giorno che s’avviò all’appuntamento. Erano mesi che chattavano, sembravano piacersi. E poi Felicita stava a Napoli, l’appuntamento era al da poco inaugurato Ikea di Afragola (fragole?): l’Ikea più grande d’Italia, ne sarebbe valsa la pena.
L’appuntamento era alle cinque del pomeriggio, ma sfortunatamente Felice riuscì a parcheggiare solo alle venti da poco passate; era rimasto bloccato nel traffico quasi cinque ore, era domenica.
Appena entrato all’Ikea più grande d’Italia Felice cercò il reparto notte quindi, d’altronde il sole era tramontato da un pezzo. Voleva riposarsi un attimino e così si addormentò, nascosto in un angolino.
Lo ritrovarono dopo tre giorni che ancora dormiva.
Di Felicita nemmeno l’ombra, naturalmente.  
 
 
 
 
Cavoletti.
 
 
Mi sembra sia giunta pure l’ora, l’orologio biologico ticchetta ticche e tacche di continuo, mica si ferma, ho ventinove anni e quello se ne frega.
Mi chiamo Elena, Elena Arditori, e mi piacerebbe un bambino a cui cantare la ninna-nanna, lo confesso. Probabilmente sono un’aliena; sempre meglio di alienata comunque.
Il mio lavoro non mi piace e il mio cognome da adito a spiacevoli et fastidiose allusioni come se non bastasse già il nome: Elena di Troia qua, Elena di Troia là. Simpaticoni.
Sì, perché io ci ho provato, ad avere un bambino: in effetti, al momento ho raggiunto un tale numero di uomini da poter organizzare un torneo di calcetto a tre squadre. Ma mica è colpa mia.
Io cerco amici prima che amanti, ché amiche femmine manco a sperarne, il problema è che poi quelli si innamorano e si finisce a letto: io e i loro problemi erettivi.
Peccato, tra tutti questi, non averne trovato uno decente con cui mettere su, non dico una casa, ma almeno una canadese con eventuale spazio-culla annesso. Avessi almeno un fratello che mi presentasse gli amici!
E invece no, manco questo, mamma mi ha fatto figlia unica.
Così i fratelli, anche quelli, me li devo cercare fuori casa, purtroppo poi viene fuori, al solito, la tiritera del sesso, anche con loro, ché son donna piacente io: basta chiedere alle squadre di calcio di cui sopra.
Mamma, scusa, non potevi farmi un fratello vero che perlomeno con lui ci sarebbe stato il divieto dell’incesto?
Almeno avrei avuto una certezza su cui contare nella vita!
Siamo sempre alle solite, invece: uomini che dicono pure di amarmi, ma a trentacinque anni vivono ancora dai genitori. Bah.
Dove posso mai trovare un uomo adesso che anche Valentino al telegiornale ha dichiarato di essere gay? Mon Dieu Valentino caro, non potevi tenerti il segreto e lasciarci il dubbio scusa? Personalmente io ci sarei stata benissimo guarda: io, te e il dubbio. Più i tuoi soldi e i tuoi vestiti, è chiaro.
Nel frattempo eccomi qui, ancora in ufficio, ogni giorno. Pareti bianche e luci al neon, loculo stretto e un telefono sulla scrivania: in teoria sarebbe un lavoro, in pratica è il suicidio fatto routine.
Io non aspiro allo status di babysitter, ma  piuttosto a quello di mantenuta!
Chi la vuole la parità maschile-femminile, io donna di Palermo sono, voglio fare la casalinga: un paio di figli più obblighi coniugali e basta, non chiedo altro.  
Mmm… giornata di scoramenti e malumore oggi e il primo che viene a chiedermi se ho le mie cose gli apro la testa e gli mangio il cervello. Sempre se lo trovo, naturalmente. 
Voglio un bambino, e un uomo con cui farlo possibilmente. Chiedo forse troppo? Dicono che su Internet si trovi di tutto, le carezze a quanto vanno? Mi accontenterei pure di qualcosa in saldo.
In speranzosa attesa mi cambio nome, poi si vedrà. Mi chiamerò Felicita, senza l’accento, ché di quella vera neanche a parlarne, va da sé.
È pur sempre un inizio, cavoletti!
 
 
 
 
Opera Dei Pupi.
 
 
- cioè che hai fatto, non capisco, ti sei addormentato per tre giorni all’ikea?!
- eh sì, è capitato.
- ma come è capitato, nessuno ti ha visto?
- ero in un angolino.
- un angolino dell’ikea senza nessun inserviente gialloblu? tu sei folle.
- no, son felice.
- seeeee e io sono elena di troia.
- piacere felice macchia.
- ma guarda che tu sei proprio suonato.
- cosa?
- niente niente. ci prendiamo un caffè?
- non bevo caffè.
- ma dove vivi tu non bevi caffè dormi all’ikea e non capisci quello che dico. ma che fai tu nella vita?
- vado in giro.
- eh beato te, noi comuni mortali si lavora e, personalmente, cerco un tipo da sposare.
- senti ma perché all’ikea non c’eri, tu, all’appuntamento?
- ho perso il treno.
- non potevi prenderne un altro?
- no, poi ho optato per il mio jet personale sai.
- sono felice per te.
 
 
 
 

telegrafato da sand alle 13:27 | link | commenti (2) |
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martedì, 14 febbraio 2006
il paradosso di san valentino.

per quelli che possono festeggiarlo non dovrebbe essere necessario festeggiarlo. 
"autoportrait au nu mort" (man ray)

telegrafato da sand alle 10:39 | link | commenti (2) |
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sabato, 07 gennaio 2006
buoni propositi/great expectations.

Selfish Cunt – “No Wicked Heart Shall Prosper”
 
Traccia numero 6, “Crackney Browns”: probabilmente non è la più bella canzone del disco, anzi sicuramente non lo è, ma forse è la più rappresentativa. Musica per organetto e urla. Sì, certo, negli altri pezzi non c’è ombra di organetto eppure riteniamo che sia tutto in questo minuto scarso l’essenza di questo disco: un tizio che urla e non sai perché (rabbia? frustrazione? tristezza?), perché forse nemmeno lui lo sa, e poi poche note ad accompagnarlo, inquietanti. Subito dopo parte “I love New York”ed ecco venire fuori l’anima musicale di questa band: una chitarra scorticata che macina uno di quei riff deraglianti che ci vuole poco che inizino a scavarti il cervello, una batteria elettronica e il solito tizio che urla. È la stessa canzone che hanno messo di sottofondo al loro sito, e non a caso crediamo, insieme alle immagini in loop del tizio urlante. Ma, vi avvisiamo, se cercate delle notizie sul loro sito, siete nel posto sbagliato: niente di niente. I tre ragazzi – sì, è un threesome – non hanno molta dimestichezza con la tecnologia, il loro campo di battaglia sono i numerosi concerti che tengono a Londra: ed è giusto che sia così, perché le aspiranti rock’n’roll star (o rock’n’ roll suicide?) non hanno tempo da perdere con stronzate come internet. Perché pare proprio che i Selfish Cunt siano la next big thing pronta a esplodere: “Best Live Band In Britain” ha già titolato l’NME nel febbraio del 2005 e, anche se di solito non c’è da fidarsi dell’NME sempre pronto a creare nuovi (falsi) miti, qui sembra esserci qualcosa di concreto. Questi non sono i soliti ragazzetti con i capelli a scodella d’ordinanza che vanno a sbronzarsi al pub sotto casa e poi scrivono la solita canzoncina pop sulla ragazza che li ha lasciati, no, la musica dei Selfish Cunt è musica selvaggia, sporca, marcia, oscura, i loro testi semmai parlano di sesso e non di amore, e di politica. “I love New York” appunto, e infatti qui niente brit-pop, ascoltando questo disco vengono in mente i fine anni ‘70 cantati e suonati a New York da gruppi come i Suicide (tornati proprio negli ultimi mesi sulle scene: assolutamente grandiosi nella loro pateticità da vecchi rincoglioniti) e, se il concetto non fosse ancora chiaro, “Britain Is Shit” declama Martin (il tizio che urla, appunto) alla fine del disco, alla stessa maniera punk in cui i Sex Pistols (che comunque sul brit-pop ci sputerebbero sopra) potevano urlare il loro No Future. Volendo fare nomi più moderni si potrebbero dire i primi Nine Inch Nails, quando Trent Reznor era ancora giovane e incazzato e soprattutto sapeva ancora scrivere una canzone anche solo con una batteria elettronica, e forse i grandiosi XIU XIU, per la follia invasata della voce: Martin prende a prestito “My Prerogative” per informarci che lo chiamano pazzo e cattivo ma lui se ne frega. Sì Martin, sei pazzo e a noi va bene così, tanto pazzo da fare anche la tua versione gay (“Yes”) di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, quei gemiti da orgasmo che magari oggi non sconvolgono più nessuno, ma solo se eterosessuali… E sappiamo che potresti pure picchiarci per questo paragone del cazzo… Ma non volercene, noi lo diciamo così, per scherzare. Go on, boy.
 
 
(english)
 
 
Track number 6, Crackney Browns: probably it’s not the best song of the album, it’s surely not, but it’s the one that represents it best maybe. Music for a little organ and screamings. Yeah, there isn’t any organ at all in the other songs but it seems that the real essence of this album is all in this short minute: a screaming guy and you don’t even know why (rage? frustration? sadness?) he’s screaming, because he’s the first one to not know the reason probably, and then just few notes, disturbing. Then it starts I Love New York and here to you the musical soul of this band: a scraping guitar playing one of those derailing riffs which start to delve into your brain as soon as possible, a drum-machine and the usual screaming guy. It’s the same song playing in background on their website, chosen not by chance I believe, along with a images loop of the screaming guy. But, let me warn you, if you go to their website looking for some news, you’ll end up being in the wrong place: there is almost nothing. The three boys – yeah, it’s a threesome – aren’t so familiar with technology, their battlefield is the numerous gigs they play in London: and this is so right, because the aspiring rock’n’roll stars (or rock’n’roll suicides?) haven’t so much time to lose with such stupid things like the internet. Because it seems that Selfish Cunt are really the next big thing ready to explode: “Best Live Band In Britain” already titled NME in February 2005 and, even if you can’t always believe in the NME which is way much too able to create new (and false) myths, it seems we have really something good here. These are not the usual guys with regulation indie haircuts who go to the pub near home to get drunk and then write the usual pop song about their girlfriend who dumped them, no, the Selfish Cunt music is wild, dirty, rotten, obscure, in case their lyrics talk about sex and not love, and politics. I Love New York precisely, fuck brit-pop, listening to this album I recall the late ’70 played and sung in New York by bands such as the Suicide (who came back on the stage just this year: absolutely grandiose in their being so pathetically old and fucked up) and, just in case the concept is still not clear, Britain Is Shit declaims Martin (the screaming guy, that’s it) at the end of the album, in the same punk way that Sex Pistols (who would spit on the brit-pop, by the way) could scream their No Future. If you want more modern bands they resemble I can tell you the first Nine Inch Nails, when Trent Reznor was still young and pissed off and most of all still knew how to write a song even with just a drum-machine, and perhaps the grand Xiu Xiu, for the possessed insane voice: Martin borrows the song My Prerogative to inform us that they call him crazy and nasty but he really doesn’t care. Yeah Martin, you are crazy and we like it this way, so crazy to sing your own gay version (Yes) of Whole Lotta Love by the Led Zeppelin, whit those orgasmic moans which today don’t upset anyone anymore maybe, but just if they  are heterosexual moans… And I know you could even beat me up for this stupid comparison… But don’t take it seriously, I am just joking. Go on, boy

telegrafato da sand alle 16:21 | link | commenti (6) |
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venerdì, 23 settembre 2005
Ballard Journey Free Airlines.

Con chi parlo e con chi voglio parlare dovrebbero essere fatti miei, questioni private, domande irrisolte. Vorrei parlare con la mia famiglia, ma ho già detto abbastanza. Vorrei chiedere tante cose, eppure niente. Il non detto vince: è dove nascono i fantasmi. Quelli che nascondo di notte, e scrivo di giorno. L’inchiostro mi macchia le mani, le penne scrivono sui vestiti, è un peccato, si diventa come pittori, ma non si hanno poi tanti colori. Blu, nero. È per questo che uso anche il viola, lo uso per scrivere i sogni sul mio diario, quello personale. È troppo piccolo, però, e mi trovo scomodo a scriverci sopra. La mano non entra nel foglio. La prossima volta un quaderno moleskine e via, li facessero blu però. Oppure una computisteria, per computare i pensieri, più meno diviso moltiplicato. Le operazioni fondamentali insomma. Sono troppo sincero, ma è difficile essere sinceri, tanto più che ho appena letto che dire sempre la verità è il nuovo modo di mentire. Sto essendo troppo sincero, direi, se non fosse così scorretto grammaticalmente. I prof saranno contenti, leggendo questo testo con quel tono affabulatorio un po’ alla baricco del circolo pickwick? Mai letto un suo libro eppure ho anche fatto il provino alla scuola holden (10.000 euro). Secondo me dovrebbero esserci toni diversi, ma tant’è, dovrei leggermelo da me. Impossibile. A scuola non riuscivo mai a leggere, ad alta voce (nemmeno a mangiare con gli altri, se è per questo), mi veniva da ridere, balbettavo, nervoso, poi si diventava rossi.
Anche gli esami, non li preparavo mai a voce, ripetevo sempre tutto a mente, prendevo appunti, facevo schemi a matita, architetture di parole-chiave sulla pagina, rimandi, collegamenti, i miei libri sono come campi di battaglia; parole fissate in testa come post-it gialli, incollati sul cervello, mai avuto bisogno di memoria fotografica come quel mio amico che doveva vedere la pagina per poter parlare. Quel mio amico sarà diventato sicuramente un pilota aeronautico, suo padre era un generale, viveva all’aeroporto, mi prestava i libri sugli ufo (strano per l’aeronautica, a ripensarci adesso, ma tanto erano pieni di bufale, forse era proprio questo l’intento), e poi giocavamo a basket nei primi pomeriggi d’estate, tra maschi, quando la scuola stava per finire, erano campi privati, io avevo comprato il pallone.
Mi piacerebbe parlare coi miei compagni di corsa creativa, ma quando suona la campanella sono già tutti andati via. Mi giro e sono l’ultimo ad andarmene. Mi piace essere l’ultimo, meglio che essere primi che stanno tutti lì a guardarti. Si sta più tranquilli così.
È difficile parlare con le persone, perché credi che vogliano sempre chiederti qualcosa, anche io sono così… timido… eppure quando voglio aprirmi, fare quattro stupide chiacchiere, c’è sempre imbarazzo. A 10 anni io non leggevo Anna Frank, probabilmente stavo ancora a colorare le figure sui libri illustrati… avrei voluto dire.
Mi piacerebbe parlare col me stesso di trentanni per vedere come me la sono cavata (un momento… ci sono quasi, adesso), ma ci hanno fatto sopra l’ennesimo stupido film generazionale che non andrò a vedere e quindi questa idea è da saltare a piè pari senza ripensamento o rimpianto alcuno. Mai piangere sul latte versato, comprarne un'altra bottiglia piuttosto. Semplice. Quando avranno inventato la macchina del tempo manderanno sicuramente qualcuno a spiegarci tutto, comunque.
 
Ecco, adesso che ho anche giustificato il pezzo, ci vedo meglio. Però lo rileggerò dopo. Meglio lasciarlo a riposare, come si fa con la pasta fresca, come si fa con i dolci. Eppure mai visto fare pasta fresca in casa mia, se non ricordo male. Dolci, quelli sì, solo a contare le varie torte di compleanno. Una volta, doveva essere il compleanno per i miei 9 anni, festeggiato con mio cugino, (nato il mio stesso giorno, lo stesso anno: un continuo confronto in pratica), una volta, dicevo, avevo chiesto ai miei genitori la torta a forma di tegolino: giunto al momento topico scoprii che la torta non era quella sognata e scoppiai a piangere, disperato come solo i bambini di 9 anni sanno essere. Maledetto pasticciere.
 
I sogni sono una cosa importante: è per questo che li scrivo con la penna viola sul mio diario, non certo perché lo diceva freud. Niente maiuscole, no, tanto questo stupido word nemmeno li riconosce, i nomi. Ah, la bellezza dell’ignoranza, la felicità… lasciamo che le parole scorrano, fluide, libere, e quello che viene viene. Eppure sogno così poco o, almeno, ricordo i miei sogni così poco. Il mio sogno sarebbe di sognare sogni lucidi, sogni in cui sei cosciente e fai quello che vuoi: vivi, scopi, mangi, ridi. Esistono tecniche precise, come per ogni cosa, dovrei comprarmi una dream machine forse, per essere sicuro e soddisfatto, ma non credo sarebbe la stessa cosa. Le macchine desiderano e desiderano prenderti, poi tu non ci sei più.
Meglio andare al cinema, quindi: letteratura, immagini, musiche, personaggi, amori, parole. Ogni volta che succede qualcosa di brutto tutti lì a dire: “È come un film”, chissà perché. Il Cinema è la cosa più vicina al Sogno, credo. Te ne stai lì bello bello al buio, in poltrona, e guardi, guardi uno schermo di luce che ti racconta delle storie. È come tornare bambini. Magari scrivi anche al buio, per appuntartele quelle storie, come spillette sulla giacchetta, non tiratemela per favore, voglio stare qui un altro po’, se vi siete annoiati siete liberi di smettere.
 
È quando il tormento può dileguarsi che la guarigione può avere inizio. Bellissimo. Brividi lungo la schiena, titoli di coda. La gente si alza, non ascolta e corre via, al parcheggio, torna a riposare. Gli inservienti cercano i portafogli perduti tra le poltrone.
Io penso che potrei continuare all’infinito (questa non è una bugia, come direbbero i surrealisti), con questa musica in sottofondo, se solo volessi, se solo riuscissi… a concentrarmi.
 
 
Ma, così come non tutto è da spiegare, tutto è da finire e va finito.

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venerdì, 19 agosto 2005
something from the past.

So at the present time I seem to be thinking rationally again in the style that is characteristic of scientists. However this is not entirely a matter of joy as if someone returned from physical disability to good physical health. One aspect of this is that rationality of thought imposes a limit on a person's concept of his relation to the cosmos. For example, a non-Zoroastrian could think of Zarathustra as simply a madman who led millions of naive followers to adopt a cult of ritual fire worship. But without his "madness" Zarathustra would necessarily have been only another of the millions or billions of human individuals who have lived and then been forgotten.
 
(John F. Nash, Jr. - Autobiography)

telegrafato da sand alle 17:27 | link | commenti (12) |
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