dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
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hanno letto queste pagine *loading* persone!!!
La tipa mi telefona la sera stessa, sul cellulare, anche se nel modulo prestampato io avevo lasciato scritto il mio numero di casa. Ciao, ti chiamo per il colloquio che hai sostenuto questa mattina, dice, …secondo te com’è andata?
Cioè, non solo questa azienda ti chiama a casa per offrirti un fantastico lavoro, ma fa decidere anche a te l’esito del colloquio. Be’, non saprei, non ho capito bene di che tipo di lavoro si tratta… però penso che sia andata bene, dico, pensando in verità che guarda che io in quel modulo non ci ho scritto tutto quello che avresti voluto leggere tu.
Il modulo è un modulo molto povero, basti dire che non c’è da riempire nemmeno il campo “titolo di studio”… un’azienda che non ti chiede il curriculum, incredibile!
Peccato che non si sappia ancora come si chiami l’azienda e di che tipo di lavoro si tratti: centralinista, formazione del personale, risorse umane… ha sparato tale Emilia nella prima telefonata esplorativa: C’è qualcuno che cerca lavoro, in questa casa?
Ma chi ha bisogno di dettagli come questi, quando si cerca un lavoro.
Bravo, dice la tipa di cui sopra, è andata proprio così, sei stato accettato, puoi venire stesso domani per il secondo colloquio.
No, guarda vengo lunedì, dico alla pimpante tizia, illusa che tecniche di persuasione del genere possano avere un qualche effetto su di me, povera.
Il primo colloquio, la mattina stessa, si è svolto dopo aver appunto compilato lo stupido modulo, la cui parte retrostante riportava svariate righe di 4 aggettivi (scegli quale tra questi quattro aggettivi ti rappresenta di più, e quale tra questi quattro ti rappresenta di meno! mi raccomando, solo due aggettivi!), e dopo aver fatto un po’ di anticamera con persone la cui disperazione gliela leggi in faccia (a uno ho anche dovuto spiegare cosa significa “attualmente”). Una cosa come questa è la loro unica possibilità, probabilmente, e ciò è molto triste.
Mi riceve un tizio di tipo ventitre anni che vedendo che ho fatto il traduttore Laureato?, chiede, sorridendo nervoso, ma senza assolutamente approfondire, in seguito al mio sì, la faccenda, non gli interessa. E subito inizia a fare domande “psicologiche”: descriviti con tre aggettivi, e io: calmo, ascoltatore, eclettico! Un po’ imbarazzato, glielo dico pure che “ascoltatore” non è un aggettivo, in realtà, ma così su due piedi non mi viene niente di meglio, comunque a lui non importa, e continua: Ti piacerebbe gestire una filiale così da solo? (no) Ti piace andare in vacanza gratis? (sì) Lavoro part-time o full-time? (dipende) A ogni mia risposta il tizio fa dei disegnini sul mio modulo, atteggiandosi come un berluschino qualsiasi.
Ma non sono passati nemmeno dieci minuti ed ecco che il colloquio si chiude, nella più totale segretezza, nessuna domanda è possibile: me ne vado e non so nemmeno che tipo di lavoro dovrei fare!
Il tizio mi accenna solo che si tratta di un apparecchio igienico-sanitario (un cesso?) sviluppato dalla N.A.S.A. (!!!) e che mi richiamerà in serata per comunicarmi l’esito del colloquio, positivo o negativo che sia. Che gentile. Se sarò stato selezionato parlerò proprio con il direttore che mi parlerà proprio del lavoro, della retribuzione e via dicendo.
Risultando positivo il primo colloquio (che fortunello!) si passa quindi al secondo colloquio.
Nella sala d’attesa ci sono ulteriori disperati (tra cui spicca un quindicenne con giacca nera dotata di cerniera lampo al posto dei bottoni), la musica tunzeggia allegramente e, oltre alla centralinista bionda pronta per Maria De Filippi, c’è un nuovo tizio in occhiali da sole e capello gelatinato, pronto per Uomini e Donne anche lui: sembra proprio un tronista (non è mica un’offesa, eh?).
I tipi mi fanno aspettare un po’ ed ecco che, proprio mentre mi sto spazientendo (e dire che mi avevano raccomandato puntualità!), mi riceve proprio il direttore: proprio il pallido ragazzetto che mi ha fatto il primo colloquio!
Il “direttore” mi sorride come se non mi avesse mai visto prima e comincia a decantarmi un fisso mensile di 900 euro, una segretaria personale che attingerà giornalmente al loro database (ma come lo avranno mai ottenuto?) per fissarmi 3 appuntamenti giornalieri da gestirmi autonomamente, e una vacanza ogni 4 mesi! Ehi, questo è un lavoro da sogno!
L’unica cosa che chiedono è un impegno del 110%: perché Lucio, come tu ben sai se le cose si fanno così tanto per fare è inutile… Sì, certo che lo so, giusto, giusto.
Peccato che ancora non sappia di cosa si tratti, in tutto questo blaterare infatti il prodotto da vendere è un fantasma, perché, sì, almeno questo mi sembra di averlo capito: si tratta di fare il venditore.
A questo punto il direttore, senza lasciarmi nemmeno la fatica di dire “sì”, mi convoca per il corso (gratuito!) di quattro giorni da cominciare due giorni dopo, ma io gli dico che ci voglio pensare, ché fare il venditore porta-a-porta non è proprio la mia massima aspirazione, sai com’è.
Ma il direttore è genuinamente interdetto, evidentemente tale offerta di lavoro non contempla rifiuto, e mi convoca lo stesso per il corso, anche se gli faccio capire che probabilmente non ci andrò.
Tornando a casa già mi cominciano a venire i sensi di colpa: mah, però 900 euro al mese… mò ci provo, mi compro almeno l’obiettivo per la macchina fotografica… lavoro un po’, smetto quando voglio…
Poi, dopo aver letto sulla lettera di convocazione il nome della ditta in questione (K.S.&G. Italia – Concessionaria Kirby), decido di fare una piccola ricerca su internet e… si spalanca l’abisso.
«Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere».
(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Perché si può dire che tutta la mia vita è basata sul senso della vista: leggere, scrivere, fotografare.
Eppure c’è chi nasce cieco o, peggio, ci diventa.
Adesso c’è in edicola questo numero di colors, dedicato ai ciechi e agli ipovedenti. La copertina è tutta bianca, la figura in rilievo, le scritte in braille: l’interno senza colori, le foto in bianco e nero.
In allegato un cd con tutta la rivista letta, una voce robotica, da ascoltare al computer; c’è anche della musica, balcanica. E allora, forse, la soluzione sarebbe sentire… ascoltare?
«Lo yogurt è blu». «Le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate». «L’acqua del laghetto è bianca». Queste sono alcune affermazioni di bambini ciechi tibetani che nella loro vita non hanno mai visto i colori. Io conosco il mondo dei colori, dei volti e dei paesaggi. E conosco il mondo dei ciechi. E spesso mi domandano: «Se potessi, quale di questi mondi sceglieresti?». La risposta non è facile. Da bambina ho spesso creduto che il mondo dei ciechi fosse un buco nero. Talvolta chiudevo gli occhi e con un brivido pensavo: «Così vive un cieco, isolato, sempre dietro a un muro». Quando ho cominciato io stessa, lentamente ma inesorabilmente, a perdere la vista, non riuscivo a conciliare la parola “cieco” con la mia situazione: non era diventato buio! Al contrario, dovendo immaginare quello che non vedevo, il mondo intorno a me diventò ancora più colorato e vivace. Riesco a spiegarmelo solo così: il senso della vista è un senso della distanza. Osserva, giudica e valuta. Vedere tiene lontani. Con i sensi che mi sono rimasti sono costretta ad andare vicinissimo, a “toccare” l’avvenimento, il problema o l’ostacolo. E spesso un ostacolo, quando ci si avvicina, si rimpicciolisce.
«Lo yogurt è blu» e «le mele, in particolare quelle aspre, sono argentate»… Se oggi potessi scegliere, sceglierei questo mondo.
Sabriye Tenberken, co-fondatrice di Braille Without Borders e co-direttrice della prima scuola per ciechi in Tibet
Ho iniziato a insegnare fotografia con la convinzione che tutto quello che ha a che fare con la vista fosse positivo e sufficiente. Ma parte del mondo non può essere vista perché non possiamo illuminarla.
Un rabbino una volta mi ha detto che il Talmud parla dei ciechi come di sagi nahor, parole che in aramaico significano «grandi occhi». Come mi spiegò il rabbino, forse i ciechi vedono meglio dei vedenti; forse c’è la vista al di là degli occhi…
Estratto dal libro Seeing Beyond Sight di Tony Deifell, insegnante di fotografia per studenti ciechi
Solo un cieco può fare una foto onesta.
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p.s.: nel Museo della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze ci sono delle riproduzioni “da toccare” di alcune fotografie, molto suggestive… io all’inizio non avevo mica capito cosa fossero…
“I NON LUOGHI”: a Napoli un Festival delle Arti Video e della Cinematografia
Una rassegna gratuita di video d’arte, cortometraggi e documentari su “I Non Luoghi” delle Città, i1 21 dicembre 2007 dalle ore 16:30 nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli, Largo Santa Maria
Il 21 dicembre 2007 alle ore 16:30 si terrà a Napoli nella sede della Sala Consiliare della Provincia di Napoli in Largo Santa Maria
È la prima volta che Napoli ospita un festival multimediale che descrive in “non luoghi” della città, ovvero tutti quegli spazi - stazioni, aeroporti, centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico -, vissuti come un territorio appunto “di passaggio”, come luoghi da attraversare in un percorso che porti da un momento della propria vita ad un altro. Ciò che infatti trasforma uno spazio in un luogo è proprio la capacità di ospitare le storie degli uomini.
Il compito di illustrare “sul campo” il sottile confine che separa un luogo da un non luogo sarà affidato ad una visita guidata lungo le stazioni dell’arte della linea 1 della metropolitana, il cui percorso si snoderà fra le fermate Materdei – Museo – Dante a partire dalle ore 10:00.
Alle ore 16.30 il festival sarà inaugurato dal convegno d’apertura “Luoghi E Non Luoghi”, che discuterà della definizione di non luogo e presenterà gli artisti che partecipano all’evento; interverrà il consigliere provinciale di Rifondazione Comunista Salvatore Napolitano.
La rassegna di video d’arte, curata da Giorgia Sabatini, critica d’arte e organizzatrice di eventi, intende esplorare il rapporto delicato tra habitat e comunità, tra lo spazio in mutamento e chi questo spazio lo vive. Infine, una rassegna di cortometraggi e documentari proporrà un gioco in cui ri-conoscere gli innumerevoli “non luoghi” indagati e rappresentati dal cinema.
«Il festival dei video d’arte e della cinematografia “I Non Luoghi” - afferma Chiara Biasco, membro dell’Associazione “

«Nella lettura, l’amicizia è subito ricondotta alla sua purezza iniziale. Con i libri, nessun complimento. Se passiamo la serata in loro compagnia, è perché ne abbiamo davvero voglia. Loro, almeno, li lasciamo spesso a malincuore. E quando li abbiamo lasciati non veniamo disturbati da nessuno di quei pensieri che guastano un’amicizia: Cosa hanno pensato di noi? Non abbiamo per caso mancato di tatto? Saremo piaciuti? Né dalla paura di essere dimenticati a favore di qualcun altro. Tutte le ansie legate all’amicizia scompaiono sulla soglia di quell’amicizia pura e tranquilla che è la lettura».
(marcel proust)
come si dice in questi casi, riceviamo e – con estremo piacere – pubblichiamo:
CRITICAL*MASS: 22 dicembre 2007 ore 11.00 Piazza Plebiscito (Napoli)
Le città devono tornare a essere pensate e concepite a favore dell'essere umano. Scegliere di decrescere, nell'accezione più positiva di questo termine, di limitare al massimo i consumi inutili e nocivi, di riprendersi gli spazi comuni, facendo tornare l'individuo e non l'automobile il protagonista della vita cittadina.
Chi ha già avuto la possibilità di partecipare a Critical Mass è stato trasportato in un'altra dimensione, ha avuto l'opportunità di cambiare una serie di comportamenti stereotipati e indotti spesso in maniera occulta che fino a quel momento erano sembrati l'unica via percorribile.
All'interno della "Massa Critica" ci si accorge di un silenzio improvviso e irreale, assuefatti come siamo al costante inquinamento acustico prodotto dai motori. Grazie alla bicicletta, questa quiete si genera spontaneamente anche lungo un percorso cittadino solitamente invaso da lamiere, e spesso lascia attoniti, la gente si affaccia alle finestre per vedere cosa è successo.
Ci si rende conto, provandolo nella collettività, che gli spostamenti quotidiani possono essere effettuati in bicicletta, limitando così il più possibile il consumo scellerato di petrolio.
La massa aiuta. Il pedalare insieme, con questa protezione dal traffico aggressivo esercitata dal gruppo di biciclette, dà poi il coraggio e il desiderio di provare a utilizzare la bici, non più solo per lo sport o per svago, ma anche per i tragitti urbani.
Durante Critical Mass si cercano di rendere manifeste le ragioni e i diritti dei ciclisti con cartelli, bandiere e con l'aiuto di volantini che molti attivisti producono con testi sempre differenti.
Il danno subito dalla circolazione a motore per questo "traffico di biciclette" è quantificabile in pochi minuti di attesa, magari anche divertita dal passaggio di bici colorate e allestite per l'occasione. Nulla di paragonabile alle centinaia di ore stressanti spese ogni anno in fila tra un semaforo e l'altro.
Alla partenza della "coincidenza spontanea" di ciclisti e cicliste del 22 dicembre ore 11.00 Piazza Plebiscito, come ogni volta, non ci saranno leader né, soprattutto, una direzione prestabilita. Chi sarà in testa alla massa inventerà liberamente il percorso in maniera estemporanea.
Chiunque è la massa e può condurre la Critical Mass.
IL CAMBIAMENTO E’ POSSIBILE MA COMINCIA DA TE!
critical mass...
è una coincidenza, un improvviso incontro di ciclisti im/micro/polverati nel mezzo delle masse automobilistiche cittadine.
è una casualità nel pieno rispetto dell’entropia, della natura caotica del nostro universo che non può essere rinchiusa in corsie o in scatole di metallo. è di ogni ciclista: della mamma con il seggiolone, del techno-freakettone metropolitano, dello stradista con specialissima e pedalini a sgancio rapido, del bmx-biker acrobatico, dell’anziano in “graziella”, del ciclo-poeta-situazionista, del postino con il borsone e anche del giocolieri in monociclo...
non ha né leader né padroni, non è di nessuna marca e non è protetta da alcun tipo di copyright.
critical mass diverte e vince!
perché non è una manifestazione standard, non ha bisogno né di percorsi bollati né di celerini manganellati “di guardia”, è un semplice appuntamento di ciclisti che casualmente si ritrovano a percorrere tutti la stessa strada, magari lentamente... magari al centro della carreggiata... in una via solitamente trafficata... all’ora di punta...
perché più di una manifestazione è la dimostrazione pratica e reale di come un’altra città sia possibile, bella e divertente.
Nei Voom Portraits di Robert Wilson c’è pace. È affascinante guardare queste persone per minuti, per ore magari, spiare il loro essere a fondo, se possibile: la definizione dell’immagine è tale da dare una precisa sensazione di profondità.
Dita Von Teese sembra di averla proprio lì davanti a te, dondolante seminuda e bianca su sfondo azzurro, seduta su un’altalena che sembra pendere da qualche nuvola: la sua espressione rapita ci dice che quei rombi aerei sono per lei orgasmo: il suo respiro si fa più affannoso, c’è un impercettibile movimento della mano sinistra, le unghie ovviamente laccate di rosso acceso. Un rombo di qualche aereo lontano e i suoi occhi si fanno liquidi, adoranti, remissivi.
Chi non si muove proprio è il ballerino russo Baryshnikov: la sua marmorea interpretazione del San Sebastiano è impressionante: le sue gambe sono di pietra, i suoi occhi di ghiaccio.
A completare la trinità (s)consacrata il vecchio scrittore cinese sul cui viso di calce appare la scritta: la solitudine è una condizione necessaria della libertà.
E poi, continuando per nicchie, ecco l’uomo vestito di bianco sul cui viso vanno a posarsi farfalle, una bellissima Isabelle Huppert che si muta in Greta Garbo, il non-morto sulla porta dell’inferno, il sardonico cannibale; e, ancora, Johnny Depp (che imita una foto di Man Ray), J.T. Leroy (la sua immagine mediatica almeno), Brad Pitt (blu, in mutande).
Gli animali (dei rospi il cui gracidio elettronico inganna anche un gattino vero, dei gufi bianchi, un’istrice) mi proiettano subito indietro nel tempo, invece, quando il veggente P.K. Dick immaginava un futuro in cui avere un animale domestico sarebbe stato un sogno, prima, e una ricchezza, poi, fisica e spirituale. Chissà se guardare questi animali all’infinito sarà poi la stessa cosa. Sembrano intrappolati, lì dentro, nella televisione, ma così vivi.
A differenza loro le persone sembrano che ci siano entrate volontariamente, lì dentro, per vivere una vita immobile, ed eterna. Mi chiedo se si parlino tra loro, se si scrutino; forse è possibile, questo allestimento presuppone il dialogo.
Sono ritratti creati da Robert Wilson, questi, piccoli sketch teatrali/televisivi ad alta definizione, con musiche originali di gente come Lou Reed, o Tom Waits.
In confronto la video-arte di Lorenzo Scotto di Luzio è gioco per bambini, marachella; anche se le espressioni del viso stressate/congelate dal flash di una macchina fotografica e montate in rapida successione su suonerie di cellulari sono notevoli.
Poi c’è la mostra di Luciano Fabro, la sua ultima decisa/allestita da lui medesimo, dato che è morto poco prima dell’inagurazione. È una mostra fatta di vuoti e silenzi, ma anche di specchi e parole.
C’è una guida che spiega tutto, e anche di più, ma io non sento quasi niente, perso in riflessi(oni), come quasi sempre.
A un certo punto è possibile decidere di entrare sotto/dentro un cubo, per estraniarsi.
Altre cose che mi hanno colpito:
- il signore mitico che vende libri su una bancarella (che bancarella non è, ma solo un pezzo di muro) e, novello intellettuale, dà consigli, a me, su cosa comprare, sa addirittura se un libro è vecchio o nuovo ed è così gentile da spostare i libri per lasciarmi meglio vedere i titoli e da offrirsi di ordinare i libri che cerco;
- la famiglia rom che vive nel vicolo stretto accanto al M.A.D.R.E., in un basso, e sta facendo pulizia; Campo ROM, campo nomadi…, grida quindi ridendo una ragazza al mio indirizzo appena li vedo, mentre un bambino, forse suo figlio, gioca con la guardia del museo;
- le suonerie che si sentono la mattina tardi nella metro di Scampia: tutte canzoni di neomelodici in pratica.
Cosa che mi ha reso felice:
- aver comprato Nel Niente sotto il Sole – Grand Tour 2006 (cd+dvd) di Vinicio Capossela a 10euro. Dio benedica le bancarelle!
ma perché nelle note di copertina c’è scritto:
radiohead are:
colin
philip selway + thom yorke
cosa significa quel “+ thom yorke”?