dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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C’è stato un tempo, il tempo di Robert Capa e Lee Miller, in cui i fotoreporter viaggiavano con l’esercito, e coraggiosamente testimoniavano la verità dell’orrore, ora in prima linea, fotografando i soldati e la loro disperata paura, ora nelle retrovie, fotografando chi della guerra finisce sempre per soffrire la parte peggiore, i civili.
Adesso di fotoreporter di guerra ce ne sono sempre meno, perché l’esercito vuole tenersi per sé i propri segreti, e la propria crudeltà, e se giornalisti ci sono essi sono embedded ovvero, quasi impiegati statali, riescono – sono tenuti – a raccontare solo ciò che si vuole che si sappia.
Ma tuttavia, a volte, la Verità, con un colpo di coda, riesce a farsi largo lo stesso, attraverso la stupidità umana: ricorda le foto di Abu Ghraib, scattate per gioco, ma così paurosamente vere.
Poi ci sono i fotoreporter freelance, quelli che vanno sul posto per documentare ciò che accade, scattano e nei nostri occhi, grazie a loro, entra un istante, terribile, di realtà. Essi viaggiano da soli, non sono al servizio di nessuno, se non di qualche agenzia di stampa, stampa libera, si spera.
Il loro è un mestiere pericoloso, eppure il più delle volte non vestono protezioni, se non un giubbetto con su scritto “press”, e tanti per questo sono rimasti uccisi, o feriti, in scenari di guerra. Perché se non ti avvicini abbastanza, le tue foto non saranno mai belle abbastanza.
Gli eserciti non si fanno più tanti scrupoli ad ammazzarli, e anche se ci sarà eco mediatica che importa, questa eco sembra non valere nulla agli occhi di certi potenti; e allora, ancora una volta, ci si chiede in che mondo stiamo vivendo se possono ancora accadere fatti del genere.
Addio Kenji Nagai, morto con il dito sul pulsante dello scatto e i sandali ai piedi.
Ti sia lieve la terra.

Ma Saviano che torna a Casale e lo chiamano buffone?
E quelli che dicono che a Casale la camorra non esiste?
La cosa paradossale è che davvero così, io Casale l’ho frequentata perché ci avevo degli amici, e lì davvero non succede mai niente… perché la camorra è una cosa strisciante, che opera per vie nascoste… e fornisce anche certi vantaggi…
Ma mi chiedo dove si possa mai andare a finire se giovani di trent’anni, in giacca e cravatta, e immancabili occhiali da sole, davanti allo Stato si permettono di dire che la camorra non esiste, e che è solo un’invenzione dei giornalisti… Che società, che società…
«Pagatemi una cena e canterò per voi».
(dylan thomas)
Magari potete votarla qui, con un bel yeah!
Il tema del concorso è il lavoro e gli strumenti che usiamo per lavorare…
Be’, forse il bowling non è proprio un lavoro, sì, ma magari Jeffrey “The Dude” Lebowski non sarebbe proprio d’accordo con voi. Da un certo punto di vista anche il bowling è un lavoro, un lavoro divertente e rilassante… e per fare del vostro meglio avete bisogno delle scarpe giuste no?
Dai, fatemi fare strike. :)
(grazie)
20 anni, ecco il lasso di tempo che ci separa dagli eventi ci cui ci parla questo film.
Non sono poi tanti, no?
Ma c’è stato un tempo in cui in un paese dell’est-Europa era illegale abortire, difficile farlo quindi, pericoloso, quasi mortale. Forse queste situazioni non sono poi così lontane nel tempo e nello spazio, in verità. Sono cose che si ripetono, sicuramente, e se prima cose come queste erano regolate dalla legge, oggi sono regolate da dogmi sicuri e mentalità sbagliate, niente cambia quindi. (continua)
Quando anche se arrivavi in ritardo entravi lo stesso, perché poi tanto rimanevi allo spettacolo successivo e così ti vedevi il film due volte.
(da bambino la visione era quasi sempre così, anti-cronologica)
Adesso ci sono le maschere che vengono a scacciarti.
(anche se sei abbastanza furbo riesci a svicolare in un’altra sala, per un altro film)
Ieri per un ritardo di venti minuti non mi hanno fatto entrare, solo perché il computer non riportava più lo spettacolo in questione e quindi non potevano stamparmi il biglietto, assurdo.
La cosa ridicola è che in questi venti minuti iniziali c’era solo pubblicità, mica il film, perciò in teoria non mi stavo perdendo proprio niente.
Evidentemente se non ti sorbisci mezzora di pubblicità perdi il diritto a vederti il film.
Ma fateci entrare gratis allora, e la prossima volta saremo puntualissimi.
(i’m not there)