dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
Geakaren in dei ghiacciati canti...
BijouRibon in leggerezza....
sand in siamo fottuti, irrim...
oOkendraOo in dei ghiacciati canti...
royboulevard in siamo fottuti, irrim...
UnaMusa in dei ghiacciati canti...
madonnalover in leggerezza....
sand in leggerezza....
Nadinoir in leggerezza....
zoestyle in savianite.
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L’uccellino giace riverso nella bacinella colma d’acqua, di prima mattina. Annegato.
Non è riverso sul dorso ma ha il becco affondato nell’acqua, è per questo che ha il capino asciutto.
È rimasto al sole per chissà quanto, ma basta girarlo ed ecco le zampe, rigide; la gola, rosa, è gonfia, forse perché piena d’acqua.
Questo uccellino ha passato tutto il giorno precedente a zampettare nel piccolo giardinetto, nascondendosi tra fiori e piante grasse, sfuggendo miracolosamente ai gatti di passaggio, e al mio cane (ma non alla bacinella dove si abbevera, a quanto pare); ancora troppo piccolo forse è caduto dal nido, non ancora pronto a volare. Sembrava si fosse formato completamente, ma evidentemente doveva avere qualcosa che non andava nelle alette.
Saltellava, volava, ma solo per pochi centimetri e sempre basso. Forse se fossi riuscito a prenderlo, se mi fossi impegnato di più, magari avrebbe resistito, strappato alla Natura avrebbe potuto imparare a volare poi, forse, dimostrando così che certe volte non è un fatto di selezione naturale, ma solo di tempo. E invece non ce l’ha fatta, e non ha passato la notte.
Un segno come questo mi avrebbe dovuto dare subito da pensare, un uccellino morto nell’acqua, voglio dire. C’è gente che ci avrebbe costruito tutta la simbologia di un film, sopra, o come minimo scritto un’elegia da postare sul blog. Tuttavia il fatto non mi ha dato da pensare più di tanto.
Eppure, adesso, a fine giornata mi ritrovo con mobili sbagliati nella mia stanza.
Ci sono due letti nuovi, e l’ennesima libreria da riempire, ma le misure non sono quelle giuste e l’armadio non si apre. Che cosa vuol dire?
Oltre al fatto che c’è gente che fa il suo lavoro distrattamente, certo.
La signorina è venuta in camera con il suo metro laser a misurare e progettare e il risultato è che l’operaio appena entrato, un metro classico, di quelli di alluminio, in tasca, qua staremo un po’ stretti, subito dice, ed è proprio così, il progetto per forza di cose deve essere cambiato e i letti sono vicini, troppo vicini, per il momento, tanto vicini che basta girarsi, per toccarsi, e adesso non c’è altra alternativa che tagliare a metà la libreria, perché così non va, modificarla, rimpicciolirla, diminuire quindi la possibilità di acquisto libri, cd, e quant’altro. (come se fosse vero)
La morte dell’uccellino mi ha ricordato il parto di una gatta nel mio giardino anni fa, invece; questa gatta aveva partorito quattro, cinque, sei gattini. Erano grigi a strisce nere e bianche, ce n’era anche uno totalmente grigio che sembrava un persiano, bellissimo e cieco. Forse fu proprio questo, il primo a morire.
Mi alzavo la mattina e ne trovavo un altro morto, in quella scatola che avevo messo a disposizione della gatta; era inverno e tra il freddo e la mancanza di cibo (non tutti riuscivano a raggiungere la mammella materna) quei gattini morirono tutti, la cosa andò avanti per tre, forse quattro, mattine.
Mi ero ormai abituato a toccare quei corpicini gonfi e irrigiditi, era solo la Natura che seguiva il suo corso alla fine.
È strano vedere, toccare, un animale morto, e ancora più strano pensare che potresti fotografarlo…
Ma a inizio secolo c’era la consuetudine di fotografare i morti, sapete?
Sono cose che si chiamano ricordi, memorie, cose morte.
La vecchia è palesemente senza dentiera, ma è vestita da ragazzina.
Ha una maglietta azzurra con un disegno fatto di strass, strass bianchi e rosa, un qualcosa che parla di mare e spiaggia, vacanze, e poi dei jeans. È seduta a un tavolino del bar sotterraneo di questa libreria, ma non sta leggendo niente, non sfoglia nemmeno un giornale. Guarda fisso davanti a sé, ogni tanto rumina qualche parola, è da questo che si nota l’assenza di denti, e di dentiera, la bocca rientra perché non c’è niente che la trattiene.
La vecchia è vecchia, ma ha rossetto sulle labbra, rossetto appena messo con l’aiuto di un piccolo specchietto portatile, i suoi occhi, rugosi, sono truccati, e non ha nemmeno un capello bianco; i capelli sono tutti castani, o rossicci, di quel colore che più si addice a signore che hanno ormai superato l’età della gioventù, ma non sono ancora così vecchie, tuttavia.
L’attenzione della vecchia è tutta rivolta al tavolo accanto, ma la sua è un attenzione dissimulata, di quelle attenzioni che si fa finta di non avere, ma proprio per questo più intense, e preoccupate.
Al tavolo accanto c’è un ragazzo, forse non ha nemmeno vent’anni, o forse li ha da poco compiuti.
Questo ragazzo ha capelli scuri e anche la sua maglietta è azzurra, anche lui ha dei jeans, ed è tutto concentrato su una cartina, una di quelle cartine che i turisti, ignorando la bellezza di una passeggiata senza direzione, si precipitano a comprare non appena arrivati in città.
Il ragazzo studia la mappa, osserva, e dice, ma non ha interlocutori, è come se parlasse tra sé e sé, come se studiasse il modo migliore per arrivare a una meta inesistente; ha altri libri con sé, legge, studia, completamente assorto, rapito. Sembra che parli alla vecchia, lei lo sente ma non l’ascolta, abituata ormai a quelle cose; c’è un rapporto tra loro; dal suo modo di comportarsi lei sembra essere la madre, ma l’età dell’uno e dell’altra dicono più: questi sono nonna e nipote.
La vecchia vuole andarsene, è irrequieta, ravvivare il trucco non la distrae per più di due minuti, e tutti questi libri non le dicono nulla, continua a rimuginare e a richiamare il ragazzo ma, anche lui, non pensa che a sé, e a quelle strade pronte a portarle chissà dove, chissà quando.
Il ragazzo poi si alza, va a rimettere a posto ciò che ha preso e la vecchia si alza con lui, lo segue; lei ha scarpe da tennis immacolate e appoggia il giubbetto di jeans sulle spalle, ricurve, proprio come una ragazzina, il braccio piegato all’indietro a mostrare la flaccidità della pelle.
Il ragazzo torna indietro, come se volesse, ancora, cercare e trovare, lontano dalla vecchia senza denti che lo segue, così intenta nel controllo di un incontrollabile giovane uomo. Incomprensibili, l’uno all’altra.
Il ragazzo sale le scale e i suoi occhi sono quelli di un pazzo, scuri e penetranti mostrano e allo stesso tempo nascondono profondità sempre più prossime alla superficie, pronte all’esplosione, perché in casi come questi l’implosione non è mai una possibilità.
Il giorno dopo, non lontano da quegli stessi tavolini, c’è un signore che scrive, ha giacca e cravatta, pantaloni e occhiali eleganti; ha un libro con sé, legge e sottolinea. Il suo scrivere è fitto, lui è solo.
La sua penna e il suo quaderno dai colori antiquati parlano di un’età senza computer, quando l’inchiostro ancora macchiava le mani, a differenza di un oggi in cui una qualunque tastiera di plastica oppone troppa poca resistenza alle aspirazioni letterarie di chiunque.
Il signore non si toglie nemmeno la giacca, e la musica stupida, il chiacchiericcio inutile, non lo disturbano, forse perché è preferibile, necessaria, l’immersione, per scrivere di un qualcosa.
Oggi il giornale dice che un ragazzo, nemmeno vent’anni, ha fatto una strage, una strage, così dice il giornale; un così bravo ragazzo che ha ucciso tutta la sua famiglia, una famiglia fatta di sole due donne, colei che lo mise al mondo, e colei che mise al mondo lei.
Le parole che descrivono il fatto sono fredde, dettate dalla fretta e dall’indifferenza.
Ma d’altronde a cosa sarebbe servita, un po’ di compassione, o di comprensione, non avrebbe di certo cambiato le cose.
«È importante fare delle brutte fotografie. Sono le brutte che mostrano qualcosa di nuovo. Esse possono farvi conoscere qualcosa che non avevate visto, in una maniera che ve le farà riconoscere quando le rivedrete».
(diane arbus)
In attesa di vedere il film, in uscita oggi, copio/incollo qui la recensione che feci di Follia di McGrath all’epoca, quando questo era ancora un blog colorato:
«Sono l’Addolorata, diceva la sua schiena, sono un’acqua scura, sono dolore, la mia anima è lacera, sanguina, toccherai la mia ferita? Un attimo di silenzio. Non lo farà, si disse, non mi dissezionerà proprio qui, proprio ora; e infatti non lo feci. La lasciai tornare in silenzio alla poltrona. Alla fine parlò lei».
Follia di Patrick McGrath è un libro molto triste, parla di una donna pallida e bellissima, bionda, una Marilyn come tante forse, annoiata dal gelo della vita, guidata dall’ istinto, la forza interiore, il lato animale, ma anche così debole, il sesso della madre terra che la chiama, il sesso come energia primordiale, la femminilità usata per riempire quel buco che si ha dentro senza importarsene se per questo si verrà chiamata puttana, o strega, e non ha importanza il dolore che sarà comunque presente per sempre, qualunque cosa, qualunque persona sarà adatta allo scopo. Scappare alle urla interiori, fuggire al dolore che brucia le carni, alla noia, al freddo, alla disperazione di notti buie e scure, notti bianche... Che importanza ha? Scappare da quello che si è fatto della propria vita, scappare a quello che siamo diventati, scappare allo specchio.
Follia è un libro che parla d’amore, di quell’amore assoluto, forte, che alla fine (perché c’è sempre una fine) non sappiamo più cos’è, cosa è diventata la nostra vita perduta dietro un’altra persona, la persona amata. Quell’amore che mangia le teste, il nostro cuore che si stringe e sanguina, quell’amore che ci fa impazzire. L’ossessione per l’essere amato... o per noi stessi? L’amore è prima cosa egoismo.
Sposata a uno psichiatra che più di tutti dovrebbe capirla, aiutarla, Stella ne è al contrario raggelata, mai un abbraccio, mai un bacio. Ma non si può mettere da parte il corpo perché noi siamo prima corpo, poi mente, prima fame, poi pensiero. Animali che pensano, ecco quello che siamo, in cerca d’amore, sempre, qualcuno che ci stringa, qualcuno che ci abbracci, qualcuno che ci guardi, dentro. Stella trova l’amore in un malato mentale che ha ucciso la moglie, a forza d’amarla. Ma chi è il vero pazzo? Uno che disseziona l’anima umana pretendendo di capire tutto senza capirci nulla o uno che disseziona il corpo umano fino ad ucciderlo? È una sublimazione, in ogni caso.
Stella, completamente abbrutita, animalità, decide di perdere tutto e fugge via. L’amore consuma il sé, l’amore cancella le cose, e nient’altro ha più importanza, la vita e la morte diventano concetti così relativi e opposti quando qualcosa ti sta bruciando (mangiando) dal di dentro, gli altri non hanno più importanza, e nemmeno tu vali più niente, solo il tuo cuore, quello che provi, il dolore, le urla, la tua anima. È quello che senti.
L’ambiguità sta nel fatto che crediamo di conoscere noi stessi, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri pensieri, poter conoscere noi stessi, fosse così facile, conoscere le nostre cattiverie, meschinità, ardori, dolori, egoismi.... e invece la prima passione che arriva squarcia le nostre carni, lasciandole aperte, all’aria, lasciando colare via il nostro sangue, iniziamo a dissanguarci e l’unica domanda è: vogliamo fermarci o no?