dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.
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e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'
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Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale, va in visita in Turchia e al momento di togliersi le scarpe per entrare in moschea rivela due calzini due belli che bucati, del più classico dei buchi: quello sull’alluce; successivamente lo stesso decide poi di acquistare un paio di braccialetti al bazar ma all’atto dell’acquisto scopre di aver dimenticato il portafogli a casa, sarà quindi la sua guardia del corpo a prestargli i soldi.
Profezie?
Barbara Reynolds, massima italianista anglosassone nonché traduttrice inglese della Divina Commedia, nel suo ultimo corposo saggio su Dante Alighieri butta lì tra le righe l’idea che il sommo poeta avrebbe anche potuto far uso di sostanze psichedeliche mentre scriveva il suo capolavoro.
Conferme?
«Ho forse dormito mentre gli altri soffrivano? Sto forse dormendo in questo momento? Domani, quando mi sembrerà di svegliarmi, che dirò di questa giornata? Che col mio amico Estragone, in questo luogo, fino al cader della notte, ho aspettato Godot? Che Pozzo è passato col suo facchino e che ci ha parlato? Certamente. Ma in tutto questo quanto ci sarà di vero? (Estragone, dopo essersi invano accanito sulle proprie scarpe, si è di nuovo assopito. Vladimiro lo guarda) Lui non saprà niente. Parlerà dei calci che si è preso e io gli darò una carota. (pausa) A cavallo di una tomba e una nascita difficile. Dal fondo della fossa, il becchino maneggia pensosamente i suoi ferri. Abbiamo il tempo di invecchiare. L’aria risuona delle nostre grida. (Sta in ascolto) Ma l’abitudine è una grande sordina. (Guarda Estragone) Anche per me c’è un altro che mi sta a guardare, pensando. Dorme, non sa niente, lasciamolo dormire. (pausa) Non posso più andare avanti. (pausa) Che cosa ho detto?».
(samuel beckett)
«Un tempo tenevo un quaderno con degli schemi di storie, ma ho scoperto che così facendo uccidevo la mia immaginazione. Se l’idea è abbastanza buona, se ti appartiene veramente, allora non te la puoi scordare – ti perseguiterà finché non verrà scritta».
(truman capote)
«[…] E dunque, tanto tempo fa, questa era una fattoria autosufficiente, dove si coltivava tutto il necessario. E pure le altre fattorie dei dintorni, di questo territorio così vasto e così poco abitato, erano più o meno autosufficienti; fattorie nelle quali oggi non cresce più niente, dove non si ara, né si dissoda la terra, dove non si semina, né si miete, né si trebbia, fattorie trasformate in enormi pascoli per le pecore, dove i contadini, curvi sui computer in buie stanze, calcolano perdite e profitti della vendita della lana di pecora e di carne di agnello.
[…] Che cosa aveva messo fine a tutto ciò? Certo, la Grande Siccità doveva aver scoraggiato tanti, spingendoli a lasciare quella terra. E certo, man mano che nel corso degli anni il bacino artesiano si era esaurito, per trovare acqua erano stati costretti a perforare sempre più in profondità. E poi, certo, chi mai avrebbe voluto rompersi la schiena a coltivare e macinare il grano e a infornare il pane se bastava salire in macchina e guidare per un’ora per trovare un negozio con gli scaffali traboccanti di pane pronto, per non parlare del latte pastorizzato o della carne o delle verdure surgelate?
[…] “Straordinario quello che riescono a coltivare, se si pensa a com’è secco”, dice Jane.
“La terra è sorprendentemente fertile”, dice lui. “Se ci fosse acqua a sufficienza si potrebbe coltivare tutto qui. Sarebbe un paradiso”.
“Ma…?”.
“Ma non ha senso dal punto di vista economico. L’unica specie che valga la pena di coltivare oggi è quella umana. Il raccolto turistico. Luoghi come Nietverloren sono le uniche fattorie, se così le si può chiamare, rimaste nel Karoo: capsule del tempo, aree protette a tema fattoria. Le altre sono solo allevamenti di pecore. I padroni non hanno motivo di viverci. Le possono gestire anche dalla cabina di pilotaggio di un elicottero. E in alcuni casi lo fanno. I proprietari terrieri più industriosi sono ritornati ancora più indietro nel tempo. Hanno eliminato le pecore e rifornito le fattorie di animali da caccia grossa – antilopi, zebre – fanno arrivare i cacciatori da oltreoceano, dalla Germania e dagli Stati Uniti. Mille rand per un taurotrago orice, duemila per un cudù. Ammazzi l’animale e loro montano le corna, te le riporti subito a casa, in aeroplano. Trofei. Il pacchetto viene definito ‘safari experience’, o a volte semplicemente ‘African experience’”.
“Quanta amarezza”.
“È l’amarezza dell’amore sconfitto. Amavo questa terra. Poi è finita nelle mani degli imprenditori, e loro l’hanno restaurata, le hanno fatto il lifting e l’hanno messa sul mercato. È l’unico futuro possibile per il Sudafrica, ci hanno detto: fare i servi e le puttane per il resto del mondo. Io non voglio averci niente a che fare”.
Bill e Jane si scambiano un’occhiata. “Mi dispiace”, mormora Jane.
A Jane dispiace. A lui dispiace. A tutti dispiace un po’, e non solo per quello sfogo. Anche a Velma, là a Nietverloren, deve dispiacere per la farsa che le tocca giorno dopo giorno; e le ragazze con i costumi vittoriani, nell’albergo di Matjiesfontein, pure loro, un po’ si dispiacciono, un po’ si vergognano. Un velo di dispiacere appanna tutto il paese, come una nuvola, come una nebbia. Ma non c’è niente da fare, niente che gli venga in mente».
(j.m. coetzee, Nietverloren)
Nell’aria tiepida della sera, l’atmosfera ancora natalizia, il ragazzo dice «Non voglio umiliarti, ho solo cinque centesimi, che te ne fai», e allora il barbone prende a fissarlo per un po’, gli occhi semichiusi dall’alcool, e a un certo punto il ragazzo pensa anche che il barbone, silenzioso, sia lì lì per sputargli in faccia, e invece no, il barbone sorride come a dire grazie, un sorriso calmo, anche se triste, e poi cerca qualcosa nel suo cappello di lana, e oltre a qualche spicciolo tira fuori un cornetto d’oro, finto naturalmente, sennò mica sarebbe stato lì, o forse sì, e «Tieni», dice al ragazzo, «te lo regalo, mi ha fatto piacere conoscerti», e gli mette in mano questo cornetto dorato, un ciondolo, e il ragazzo imbarazzato allora dice: «Sì, ne ho molto bisogno di fortuna, io», rendendosi istantaneamente conto dell’idiozia di quello che ha appena detto, nemmeno il tempo che le parole finiscano di uscirgli dalla bocca, colpa dell’imbarazzo, che gioca brutti scherzi, si sa.
Ma poi il barbone, dopo qualche minuto, rivuole il cornetto, se lo riprende e lo rimette nel suo cappello di lana blu, a riposare insieme agli spiccioli, come se bastasse questo ciondoletto, a moltiplicarli, forse in una favola una cosa così potrebbe anche accadere, e questo babbonatale andato a male sarebbe solo un mago sceso tra gli uomini per metterli alla prova, magari, ma così non è adesso, qui, e quello a essere imbarazzato stavolta è il barbone, e sorridendo ancora dice «Sto scherzando, è un regalo, me lo puoi ridare», e allora il ragazzo seppure con un po’ di male in cuore glielo ridà, subito, questo cornetto che chissà cosa significa per il barbone, perché poi, certo, porta male riciclare regali ricevuti al primo che passa, soprattutto se questo primo che passa è un uomo poco cresciuto che va facendo ironie sulla povera gente.
Ha una moglie il barbone, o meglio, aveva, e lei gli ha messo le corna dice, e dicendolo si sposta l’altro cappello che ha in testa, quasi come se volesse mostrarle, queste corna, tutte le donne mettono le corna ai propri mariti, aggiunge, «Tutti hanno le corna, ad alcuni si vedono, ad altri no», conclude quindi l’uomo poco cresciuto, e ha anche una figlia, il barbone, «una figliola» dice, con una certa nostalgia, una nostalgia che gliela si legge negli occhi, questa figlia è del segno dei pesci, proprio come lui, lui che fa quarantanove anni questo 28 febbraio qui, e il barbone poi ride a sentire l’età dell’uomo poco cresciuto, perché forse, chissà, magari quando è nato era il 29 febbraio piuttosto, e tanto tanto tempo fa era davvero un mago magari, chissà, chissà.