granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
giovedì, 23 novembre 2006
«here's your patriot act, here's your fucking abuse of power».

ovvero quando i bulli si fanno grandi. (articolo)

 

 

 

e tutto questo solo perché non aveva il tesserino della biblioteca.

(sì, ma cos’è un taser?)

 

telegrafato da sand alle 11:09 | link | commenti (27) |
tecnologia, web , mondo, video, rabbia, follia, estemporanea, massmedia

mercoledì, 22 novembre 2006
coincidenze, intrecci, arabeschi, ragnatele. (rimandi, collegamenti)

 

«Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra».

                                                                                           

                                                                                                  (robert altman)

 

 

 

L’altro ieri è morto Robert Altman, grande regista americano, ma si è saputo solo ieri sera.

Oltre a film Altman, che ha ottenuto l’Oscar (alla carriera) solo quest’anno, ha diretto alcune serie televisive, serie come Bonanza (la cui sigla, Rawhide, viene cantata dai Blues Brothers – film rivisto sabato scorso – sotto una pioggia di bottiglie tirate da inferociti cowboy; voglio suonare come quelle canzoni dei Blues Brothers, dissi sedicenne al mio maestro di chitarra) e Tanner 88 (andata in onda proprio quest’anno, sul satellite).

Ieri mattina, leggendo il giornale, mi sono tornate in mente le parole «…qui si parla del Corpo, e a ragione…», non so perché, forse per il nuovo spettacolo di Rezza/Mastrella che da poco ha lasciato Napoli, pensavo di aver scritto queste parole nella mia vecchia rece del suo spettacolo dell’anno scorso, invece rileggendo la mia rece di The Company, uno degli ultimi film di Altman, è lì che le ho trovate.

Proprio nei giorni scorsi poi, invogliato da una cover sentita al bel concerto dei The Gentlemen’s Agreement di pochi giorni prima, ho ripreso un vecchio disco di Chet Baker, grande trombettista (nonché cantante) bianco con il vizio dell’eroina, fu anche arrestato in un’area di servizio italiana per questo, i poliziotti lo trovarono intento a farsi una pera nel cesso e così passò oltre un anno in un carcere italiano. Chet lo cito in fine di recensione per la sua magnifica interpretazione, presente nel film in questione, di My Funny Valentine.

Inoltre Rete4 aveva già in programma M.A.S.H. verso le 3 di questa mattina, ancor prima di sapere della morte del regista, mentre invece Rai3 ha dovuto cancellare la terza puntata di Milonga Station (di cui ho parlato l’altro giorno) per trasmettere Nashville, come omaggio.

Infine per minimum fax, proprio in questi giorni, è uscito un libro che raccoglie tutta la produzione poetica di Raymond Carver, grande narratore di storie americane, storie su cui Altman stesso si è basato per uno dei suoi film più famosi, America Oggi. 

In questo film c’è anche Tom Waits, di cui forse oggi compro il magnifico cofanetto alla fnac.

telegrafato da sand alle 13:01 | link | commenti (7) |
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domenica, 19 novembre 2006
pescecani.

foto di Diane Arbus.Stanotte ho sognato dei pescecani, erano enormi.

Ero in macchina (o forse in camper, la percezione onirica è confusa, come sempre) con mio padre e ovviamente ero più piccolo di adesso, stavamo costeggiando il mare, sulla destra, la strada era una litoranea come quella della Puglia, mio padre stava parlando a telefono.

Io guardavo il mare, azzurro e pulito, e all’improvviso vedevo la pinna di uno squalo, era grande e guizzava veloce; guarda papà, uno squalo, dicevo. Poi gli squali diventavano tre, erano davvero grandi e io li vedevo vicinissimi. Poi c’era un uomo che sorgeva dalle acque, cioè non era su una barca e vedevo solo il mezzobusto nudo, il resto era sommerso.

Questo uomo aveva un coltello, con questo coltello tentava di assaltare lo squalo, o semplicemente di difendersi, non si capiva bene. Lo squalo era proprio come quello del famoso film a questo punto.

Poi mi ritrovavo nella mia vecchia casa, quella dove ho vissuto fino a 18 anni, e il terrazzo era pieno d’acqua; sul terrazzo, ormai un acquitrino, appariva come d’incanto uno squaletto piccolo, come se ce l’avesse buttato qualcuno. Anche se era pur sempre uno squalo, non faceva paura come quegli altri grandi, pure perché in quella poca acqua sembrava in difficoltà.

Un poco impaurito, io mi avvicinavo, e lo prendevo, quasi che volessi aiutarlo o tenerlo per me come animale domestico.

Truman Capote da piccolo viveva vicino un ruscelletto, insieme ai cugini aveva costruito degli argini e creato una piscina artificiale: lì dentro aveva tutte le specie di pesci, li prendeva per coccolarli e poi li ributtava in acqua. Anche un pesce può essere un animaletto domestico.

 

foto di Diane Arbus.Forse questo sogno è stato (anche) ispirato dalla prima puntata di Milonga Station, nuovo programma (in onda il martedì, ovviamente di notte e ovviamente sulla gloriosa Rai3) del monotono Carlo Lucarelli, programma dedicato ai libri (ed eventuali film derivativi) vagamente ispirato al baricchiano Pickwick (o è proprio una sua fotocopia?), programma televisivo questo risalente al periodo in cui Baricco non era ancora isterico (voglio una stroncatura come si deve!) e indecente (comprate quella schifezza de I Barbari, è un’esclusiva de la Repubblica!).

In questa prima puntata la parola chiave era “Eroi” e si parlava de Il vecchio e il mare di Hemingway, tra le altre cose. Ecco quindi l’uomo che lotta contro lo squalo.

Nella seconda puntata invece si è parlato di “Follia”,  e del Don Chisciotte di Cervantes, libro immenso et magnifico (ma troverò mai il tempo di leggerlo?) dove si narra di tale gentiluomo spagnolo che impazzisce leggendo romanzi d’avventura… ci può essere cosa più meravigliosa?

Perché in realtà non si capisce bene se il gentiluomo impazzisce o rinsavisce, la cosa non è chiara.

Forse la follia è solo un altro grado di coscienza, migliore o peggiore, chi lo sa.

Ma qua cadiamo nello scontato, e non siamo mica al termine della stagione!

Comunque verso la fine del programma Lucarelli e soci, soci tra cui una sensuale e sorridente Simona Vinci che ha dialogato con un Vitaliano Trevisan (finto) folle come in Primo Amore, hanno intervistato dei veri “matti”, matti che hanno e fanno una radio propria, su internet: Rete 180, «la voce di chi sente le voci». (ne esiste anche una spagnola: La Colifata)

L’intervista è andata abbastanza bene, e a dire la verità questi non sembravano proprio dei pazzi.

Certo i programmi mandati in onda su questa radio non hanno un argomento preciso, in sostanza la programmazione si riduce a persone che parlano per un’oretta o poco più di sé, del più, e del meno.

Una signora ha raccontato che dopo aver fatto il suo programma, dove lei faceva nomi e cognomi degli psichiatri del suo reparto, questi psichiatri non gli hanno vietato di fare il programma, no, ma gli hanno fatto una trentina di Trattamenti Sanitari Obbligatori: dopo 5-6 T.S.O. di solito si muore, ma io ho resistito, ha affermato forte e orgogliosa la signora.

Poi, proprio negli ultimi minuti del programma, uno degli intervistatori ha chiesto a uno degli intervistati (un cappello da marinaio, aveva) di cosa trattasse il suo programma, di cosa si occupasse lui.

Del più e del meno, ha risposto serio il matto (che ha scritto pure un libro), do notizie. Per esempio adesso c’è questo gas che tutti prenderanno e non si morirà più. È una cosa che hanno inventato per l’immortalità. Tra sei mesi in ogni paesino ci sarà una fabbrica che produrrà questo gas che basterà prenderlo e la gente non morirà più. Ma questa è una notizia vecchia.

Eccola, finalmente, la follia, la lucida follia farsi strada nella notte sulla tivvù pubblica e affacciarsi agghiacciante nelle nostre case. Una pazzia che entra dentro come la lama di un coltello freddo, si preme più volte il tasto rewind sul telecomando, chissà perché. Quelle parole sono così chiare. Cosa c’è da capire.

Saremo tutti immortali, un giorno.

Nelle profonde pieghe della nostra anima non è questo, quello che desideriamo tutti?

C’è chi si fa un lifting, chi viene messo in terapia intensiva, e chi si immagina un gas miracoloso. (c’è chi scrive)

Che differenza c’è.

Grazie, mormorano nervosi in rapida successione i tre intervistatori, ansiosi di chiudere lì quella parentesi che, certo, potrebbe anche deflagrare da un momento all’altro, magari pure violentemente.

Mentre i pazzi ascoltano tranquilli la telecamera inquadra i tre intervistatori che sorridono imbarazzati e non sanno cosa dire, se mostrarsi interessati e andare avanti con l’intervista. Ma il programma è già finito, e il finto (?) interesse dura solo lo spazio di un attimo.

Sigla.

 

 

(l’altro giorno sulla metro è salito un ragazzo, capelli corti e grassoccio, poco meno di trent’anni probabilmente, anche se ne dimostrava di più, pallido e sudato, chiuse le porte ha iniziato la sua litania: mi sto sentendo male, è uno schifo queste metropolitane, sto andando avanti e indietro da stamattina, nessuno mi dà niente, sono un bravo ragazzo, non sono un drogato, voglio solo mangiare, la sua testa era scossa da scatti violenti, il suo tono quasi rabbioso, non lamentoso; il giorno dopo l’ho incontrato di nuovo, gli stessi scatti della testa, lo stesso colorito pallido e sudato, la stessa rabbia, la stessa litania: i drogati si vedono, guardate io non ho buchi sulle braccia, solo che adesso gli era morta pure la madre, il giorno prima, un tizio subito gli ha porto qualche moneta, gliel’ha messa proprio sotto al naso ma lui non la vedeva, come se fosse troppo impegnato a dire – recitare –  quella sua cosa, senza che il risultato gli importasse più di tanto in effetti, una signora gli ha pure mostrato il tizio che voleva dargli i soldi, ma lui guardava il dito, non l’offerta; alla fine il ragazzo ha raccolto le poche monete e se n’è andato sul fondo del vagone, sempre con quei suoi scatti, e quelle sue lamentele, dopo un po’ ha visto un bambino su un carrozzino e ha cominciato a fargli dei segni con la mano, a sorridere, i genitori non se ne sono nemmeno accorti; ecco proprio in quel momento m’è sembrato una persona normale, questo ragazzo, al di là di tutta quell’astinenza da eroina che doveva martellargli corpo e cervello mi è sembrato che nel fondo di quegli occhi ci potesse essere ancora della bontà… eppure ho avuto paura lo stesso, che potesse fare del male al bambino, e ora mi chiedo quanto sia giusto, dopotutto, pensare – sentire –  una cosa come questa)

telegrafato da sand alle 13:45 | link | commenti (11) |
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venerdì, 17 novembre 2006
cibarie mentali. (o anche “mangiare pancetta”)

«Alcuni libri devono essere assaggiati, altri inghiottiti, e pochi masticati e digeriti».

 

                                                                                        (francis bacon)

 

(grazie a fringed per le illustrazioni assai carine)

 

 


telegrafato da sand alle 10:50 | link | commenti |
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venerdì, 10 novembre 2006
“guarda che questo non è un reality televisivo”. [cit.]

Fur, il film su Diane Arbus è stupido e ridicolo, noioso.

Diane Arbus era una fotografa che nelle sue foto (su cui i benpensanti sputavano) cercava i lati oscuri e nascosti della realtà e dell’umano, fotografava i freaks perché diceva che tutti noi nella vita abbiamo paura di vivere un’esperienza traumatica, mentre i freaks sono nati con il loro trauma, hanno già superato l’esame, sono degli aristocratici quindi.

Ma Diane fotografava anche persone normali… colte in un attimo di quella che potremmo definire anormalità, senza virgolette, no.

Diane Arbus dopo aver attraversato campi nudisti e aver soggiornato in manicomio causa depressione è morta suicida, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Lasciava due bambine e un marito, ma il dolore era troppo.

Steven Shainberg, regista del pur apprezzabile Secretary (ricordo ancora solitarie signore cinquantenni uscire dalla sala appena accese le luci), ha deciso di fare un film concettuale e fiabesco (la bella e la bestia) e di mostrarci un prologo a tutto ciò, senza raccontarci niente di Diane, infine.

Tutto virato in blu, i mostri che scendono dall’alto come angeli, l’amante che diventa tale solo quando sarà “normalizzato” e reso bello dal sapiente rasoio della mogliettina Diane… proprio tutto il contrario di quello che voleva dire l’Arbus… o no?

Che il regista parli di un ritratto immaginario e che la protagonista sia la dea Nicole non cambia poi di molto le cose.

E se questo film fosse stato girato da Stanley Kubrick o da Tim Burton, registi che hanno riconosciuto e omaggiato il genio fotografico di Diane, il primo nelle inquietanti gemelle di Shining, il secondo nel gigante buono di Big Fish?

Per quanto riguarda i film giapponesi che ho visto qui, questi giapponesi non si regolano proprio.

Nei loro film o non succede niente o ci mettono così tante cose da poter riempire una serie completa di un telefilm adolescenziale o di uno shōjo manga… va bene la distanza culturale, ma perché tutto ciò?

Non capisco, eppure mi ritengo una persona abbastanza aperta, mentalmente, e non disdegno sguardi diversi. Mah! Continuerò a vedere film giapponesi, e a non capirli.

E, a proposito di cinema diverso, c’è una ragazza giapponese (con tanto di divisa sexy da scolaretta) anche in Babel , l’ultimo dolente film di Iñárritu e Arriaga, rispettivamente regista e sceneggiatore del tanto odiato (ma non da me) 21 Grammi.

Ancora una volta il racconto procede a frammenti, frammenti incoerenti solo a un occhio disattento, ma in realtà dalla costruzione forte e precisa, e in questo film ancor di più. È come un mosaico.

Le storie sono quattro, così come i paesi in cui si svolgono le vicende: America, Giappone, Messico, Marocco… questo intrecciarsi di lingue e nazionalità ricorda molto quell’altro bistrattato capolavoro che è Syriana… le musiche che accompagnano le immagini sono diverse, a seconda del paese, ma il respiro è globale, e così il dolore. Cioè, vedi un film di Innaritu e alla fine ti chiedi se sia mai possibile la felicità, se esista veramente, a questo mondo. La dedica finale del film in questo caso è molto indicativa: il regista dedica il film ai suoi due bambini, le stelle più brillanti della notte più oscura.

La ragazza giapponese, figlia unica di un uomo d’affari vedovo, è sordomuta ma il suo pianto è forte e chiaro. Non capisce il mondo in cui è immersa, vede quello che accade, ma non sente niente.

Ma d’altronde come capire un mondo nel quale un piccolo evento fortuito (qualcuno ha detto “effetto farfalla”?) avrà dolorose conseguenze fino all’altra parte del mondo?

Due turisti americani costretti a fermare il proprio viaggio, una messicana sperduta e piangente nel deserto, un innocente morto per niente. Si potrebbe però dire che la fine sembra lieta, per gli americani, così come impone il copione mediatico, ma si può davvero decretare un vincitore in un mondo dove i poveri, e i deboli, perdono sempre?

Se non odiassi così tanto gli spoiler (di cui quella maledetta vecchia gallina di Natalia Aspesi è maestra), andrei avanti con il racconto, ma spero tanto che qualche ramingo navigatore che passa di qui vada a vedere questo film, invogliato dalle mie parole.

 

(che poi ieri, finito il film, vado a prendere la macchina, levo l’antifurto meccanico e dallo specchietto noto un tizio che si sta avvicinando; questo mi fa segno che mi vuole dire qualcosa, ma non capisco bene, in realtà muove le labbra ma non mi sta dicendo nulla; continuo a fare la manovra e questo tizio continua a gesticolare, si fa addirittura minaccioso; non ci senti dice, e io penso col cazzo che ti apro, stronzo; probabilmente voleva rubarmi la macchina; mi avrebbe messo un coltello alla gola appena aperto il finestrino, magari; ma guarda te se al giorno d’oggi uno non può nemmeno più andare al cinema da solo; e comunque unendo questo episodio al film visto e ad altri due centri commerciali di fresca inaugurazione – evviva – di fronte al cinema diciamo che forse ero un po’ turbato, ieri sera)

 

Vista anche la mostra fotografica “Faces and Names” di Timothy Greenfield-Sanders, la settimana scorsa, ovvero una serie di ritratti di media/grande dimensione di gente famosa: Nicole Kidman, Keith Haring, Cindy Sherman, Lou Reed e Laurie Anderson teneramente abbracciati… ma anche George Bush, Al Gore, scrittori e stilisti, Bill Murray, Orson Welles e… pornostar: queste ritratte (serie “XXX”) in un dittico: ovvero vestite normali e nude, spogliate… o meglio dire “con abiti da lavoro”, quindi?

Devo dire che questi ritratti, davvero enormi, facevano davvero impressione, tanto che erano definiti si riusciva a vedere la peluria sulle guance delle attrici, i pori, la pelle d’oca…

Fa uno strano effetto vedere questi corpi così, attraggono magneticamente, eccitano, ed è interessante notare le differenze: è più sensuale la naturalezza vestita o la nudità artefatta?

Naturalmente guardando questi dittici fotografici la prima cosa che viene in mente è la Maya, vestita e desnuda, dipinta da Goya.

Io, non visto dagli inesistenti custodi, fotografo fotografie, secondo l’insegnamento warholiano.

 

Per quanto riguarda il lato concertistico, se solo avessi voluto avrei potuto vedere 5 concerti in 5 giorni.

Mercoledì scorso ho visto Lichens (aka Rob Lowe) e Bird Show (aka Ben Vida), in un locale – di cui ignoravo l’esistenza – molto carino peraltro, il Mutiny Republic; su disco Lichens e Bird Show fanno tipo una musica indie-ambient, ma non troppo lenta però, musica frutto di fields-recordings-voci-tapes&loops, ma dal vivo è stata tutta un’altra musica: canti di monaci e atmosfere mistiche, in pratica. Bello, anche se un po’ soporifero.

Giovedì poi si è tornati a vedere, per la terza volta ormai, gli OfflagaDiscoPax, l’ultima data del tour, era quasi un obbligo andarci! Comunque questo concerto conferma di nuovo le impressioni dei concerti precedenti: ovvero che gli Offlaga, data la loro natura “narrativa”, non sono proprio un gruppo da live, però dopo tanti mesi sul palco sembra che soprattutto Max si sia sciolto di più, e certe facce che fa a commento del testo che sta cantando sono davvero buffe e divertenti!

Gli altri due membri, Enrico e Daniele, fanno egregiamente il loro dovere ma, non so perché, mi danno l’impressione di chiedersi cosa ci facciano lì, boh.

Poi mi piace molto l’uso scenografico che Max fa degli oggetti/feticci…

Infine venerdì ho visto un gruppo cosmopolita ma di base a New York, i Melomane… il nome certo trae in inganno, perché quello che loro fanno non è niente di più che un semplice rockettino. Ma la passione e la cover che fanno dei Violent Femmes, gli fanno raggiungere un 6+, ma anche un sei e mezzo dai.

Al ritorno io e mio fratello ci perdiamo nel quartiere della Sanità, che certo è un quartiere bellissimo, ma già non è sicuro camminarci a mezzogiorno, figuratevi alle quattro di mattina!

I concerti persi sono stati quelli di (sabato) Tony Tammaro (il cui nome dice tutto) che suonava in un centro sociale a Caserta (ma a Napoli suonavano anche i Blaupankt), perché i miei amici – da veri amanti della musica dal vivo – non hanno voluto pagare il biglietto e quindi ce ne siamo andati a mangiare in un locale, dove siamo stati molto bene in verità, nonostante la televisione accesa; e (domenica) dei miei (altri) amici Leibnitz And The Spinozas che suonavano sempre nello stesso centro sociale di Tony (ma a Napoli suonavano anche Cesare Basile e Willard Grant Conspiracy che non è proprio il mio genere, però), ma dato che li ho già visti e li rivedrò ancora non mi andava di farmi un viaggio fino a Caserta.      

 

E per finire, i sogni di questa notte, uno dei quali davvero raccapricciante: guardavo la televisione, forse uno spettacolo del sabato sera con paolobonolis in smoking, e gli ospiti erano un donnone nero e miketyson, nero pure lui naturalmente. All’improvviso il donnone nero era tutto nudo, ed era nudo anche il piccolo tenero Mike, e questo donnone nero iniziava a sodomizzare con un aggeggio meccanico mike, e a lui piaceva e rideva, e intanto bonolis guardava, tutto questo in uno show televisivo in prima serata con relativo pubblico quindi, cavoli!

Nell’altro sogno invece ero nella casa colonica del paese di mia madre, Luogosano (novello borgo dei filosofi), e c’erano tante persone anziane sedute su vecchie sedie, in circolo, e c’erano anche bambini e gatti, e una di queste bambine era davvero minuscola, insomma era piccola d’età, ma piccola anche come dimensione, e all’improvviso questa bambina diceva una parola, «ignota», cioè diceva proprio «ignota», e tutti rimanevano stupiti di questo fatto, che questa bambina parlasse cioè, e poi questa stessa bambina prendeva le sembianze di un gatto, gli occhi le si allungavano e diventava proprio un gatto e cominciava a guardarmi e nessuno si stupiva più di niente…

Insomma, a me l’inconscio di David Lynch mi fa proprio un baffo eh.

 

 

 

«A photograph is a secret about a secret. The more it tells you, the less you know».

 

(diane arbus)

telegrafato da sand alle 18:40 | link | commenti (21) |
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lunedì, 06 novembre 2006
intervallo di inizio secolo. (e dire che l'lsd non c'era ancora)

telegrafato da sand alle 16:29 | link | commenti (8) |
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venerdì, 03 novembre 2006
"sembrate un pubblico di altoatesini". [cit.]



















This Is The Italian Wave!

telegrafato da sand alle 18:14 | link | commenti (14) |
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mercoledì, 01 novembre 2006
“sono un reazionario, ma per ridere”. [cit.] (onirorama eccetera)

Gli anziani soli nella metropolitana hanno sempre uno sguardo molto triste.

Ieri ce n’erano due, nel mio vagone, sono entrati insieme, vicini, ho pensato che fossero marito e moglie. Prima che potessi farlo io stesso qualcuno si è alzato e gli ha ceduto il posto.

La signora aveva degli occhiali molto grandi, con la montatura marrone tipica delle persone anziane e seduta di sbieco aveva gli occhi persi in chissà quali pensieri; il signore invece, un po’ più basso e tarchiato, aveva gli occhi di un azzurro bellissimo, chiaro, profondo, occhi tristissimi che non guardavano proprio niente, se non il pavimento o l’interno del propria anima.

Erano seduti tutti e due vicini, ma la signora è scesa prima, quindi niente marito e moglie, il signore invece è sceso con me, l’ultima fermata, in piedi mi sono accorto che aveva la gobba.

Nel mio vagone c’era un’altra signora che leggeva kenfollett, e un trentenne che leggeva hovogliadite, e io ho pensato vabbè, meglio stronzate che niente.

(ché poi da piccolo in realtà mi piacque molto i pilastri della terra, mentre invece l’unica cosa buona fatta da moccia è l’aver creato – anche se indirettamente – quel fantastico feticcio dell’amore adolescenziale in un lampione di ponte milvio, a roma, dalle parti della minimum)

Un altro ragazzo stanco e con la barba lunga seduto proprio di fronte a me ha dormito per tutto il viaggio, doveva essere un operaio o un muratore probabilmente, all’ultima fermata ha aperto gli occhi e s’è riscosso un attimo, ma non s’è alzato, non è uscito.

Avrei voluto dirglielo, guarda che è l’ultima fermata, ma non l’ho fatto.

C’è gente che non scende all’ultima fermata, ma riprende il giro, l’ho già visto, ma non ho mai capito perché.

 

Io ieri sono andato a vedere una mostra dedicata alla collezione di 78 giri di un anziano signore napoletano, Salvatore Friscia, questo signore (82 anni) nella sua vita ha collezionato 6000 dischi originali, 6000 vinili capite, li ha presi in giro per il mondo, e adesso questa sua collezione è stata mostrata nella Chiesa di San Severo al Pendino, vecchia chiesa sconsacrata (ma adesso rimodernata e devota alle mostre, appunto) dove tempo fa assistetti a un fantastico concerto di Antony and The Johnsons, quando era una drag queen accompagnata da una body artist nuda e non era ancora diventato famoso, il concerto era gratis e a inviti per gente aristocratica e bacucca e io mi ci imbucai all’ultimo, parlai anche con Antony, mi chiese se ero gay… è incredibile quanto i capelli lunghi e un viso sbarbato possano cambiare una persona.

Comunque, tornando alla mostra, è stato bellissimo perdersi in quell’archivio di canzoni che parlano di un tempo passato che non c’è più. Un archivio fatto alla buona, senza nemmeno i nomi precisi e con un risultato dal punto di vista sonoro (punto di vista sonoro? si può dire?) pessimo, eppure magnifico.

Mi ci sarei stato per ore lì, con quelle cuffie.

Fred Buscaglione! Natalino Otto!! Il Trio Lescano!!!

Addirittura una giovanissima Sofia Lorén.

Questi signori, guidati dalla sola passione, hanno riversato parte di questi vinili su “banda magnetica” (musicassetta?!?) e successivamente hanno riportato il tutto su computer. Fruscii, rumori, voci e fiati che uscivano a fatica dal magma sonoro. Eppure, eppure.

Anche i volantini scritti e tradotti alla buona (con un infame et ridicolo traduttore automatico, probabilmente) erano pieni di errori, ma non fa niente.

I signori promotori dell’iniziativa, con cui ho amabilmente conversato per un po’, hanno inoltre detto che avrebbero voluto regalare un demo audiovisuale a tutti i visitatori, ma la fottuta siae ovviamente non gliel’ha permesso.

Tra le migliaia di dischi comunque ce n’erano anche alcuni della serie del Fonografo Italiano, io alcuni di questi dischi ce li ho pure, la versione in cd intendo, perché qualcuno dall’udito fine ha creduto che tramandarli ai posteri sarebbe stata cosa buona e giusta e ha fatto bene, e così io a poco e niente ho comprato quelli a tema jazzistico (ba-ba-baciami piccina/sulla bo-bo-bocca piccolina) e poi certi tanghi romantici e struggenti cantati da tale Anacleto Rossi.

Nutrita, tra questi dischi, anche la collezione dedicata al ventennio fascista, con la versione originale di una canzone all’epoca censuratissima, ma non ho capito bene perché però, nel titolo è nominato il Piave.

Bellissimo anche un libro dal sapore inconsapevolmente dada pieno di collage fatti dallo stesso Salvatore Friscia… articoli di giornale, vignette, foto.

Ho anche ascoltato la voce di un Guglielmo Marconi alle prese con i primi esperimenti di registrazione sonora su cilindri di cera. E ascoltandolo m’è venuto in mente un certo Tom Waits… la cui voce roca risuona ancora una volta magnificamente nel suo ultimo magnifico cofanetto triplo fatto di canzoni fracassone, strillone e bastarde.

(«È fatto di brani duri e teneri. Rumbe e sirene, tarantelle sugli insetti, madrigali sull’annegamento. Canzoni orfane impaurite e dirette, che parlano di estasi e di malinconia. Canzoni che sono cresciute in modo difficile. Canzoni di origini dubbie ritrovate dal destino crudele e ora lasciate sole a desiderare qualcuno che si prenda cura di loro. Fate vedere che non avete paura e portatevele a casa. Non mordono, hanno solo bisogno di attenzione».)

Caro Tom, vieni in Italia, ti prego.

Che poi Tom Waits mica è l’unico, c’è gente illuminata che addirittura s’è messa a stampare 78giri in onore degli albori… bisogna essere pazzi per fare ciò, ma d’altronde ognuno si scegli la pazzia che gli è più congeniale no?

Ieri, oltre a fonovaligie e grammofoni, c’erano anche altri cimeli esposti e grazie a questi ho scoperto che a Napoli c’è un negozio, Il Trovarobe, che conserva e vende tutti questi oggetti dall’apparenza retrò, oggetti di modernariato si dice, credo, quando qualche fighetto markettaro si sveglia e decide di farci dei soldi su. Ma qui è tutto vero e originale, e badate che tutto questo non ha niente a che fare con certi stupidi, et vomitevoli, revival anni ’80 (un pomeglio con i revival anni ’60, come quelli dei dj Rano&Natale).

Il negozio era chiuso ieri, purtroppo, ma sicuramente ci tornerò… a quanto pare a Napoli, oltre alla munnezza e ai morti ammazzati (ci mandano l’esercito!!! ma forse è meglio dotarlo di scorta), qualcos’altro c’è… ieri mi sono addirittura quasi sentito a mio agio (ahahah) a camminare per quelle strade in cui si inizia già a sentire un sapore natalizio.

It’s wonderful, It’s wonderful… Lo spettacolo d’arte varia…

Un pomeriggio, quello di ieri, reso ancor più retropassatistico dal fatto che lì dove ho scattato la mia foto vincente, ovvero Via dei Tribunali, la rai ci stava girando una fiction, l’ennesima, quella su Giuseppe Moscati, protagonista Beppe Fiorello (il fratello meno famoso), pare di intendere.

E allora bancarelle con pesce fresco (finto?) e capocolli appesi (che i soliti scugnizzi hanno ben saccheggiato, sembra), comparse in costume e auto d’epoca. Al centro della scena c’è un giocoliere che lancia in aria torce infuocate, è un ragazzo che m’è capitato di vedere nei vari strit festival napoletani, è bravissimo in quella disciplina che fa uso di una sfera trasparente, contact si chiama, se non ricordo male. Lo faceva anche un giovane David Bowie in un film fantasy, se non ricordo male neanche questa volta.

Roba di artisti di strada insomma, that’s it.

Sono rimasto sul set a curiosare per un po’, cercando di scattare qualche foto, ma il regista non si muoveva – una farmacista carina mi ha informato che erano lì dalle 5 della mattina – la luce se n’è andata e così me ne sono andato anch’io.

Al ritorno non c’era più nessuno.

Ah, ovviamente è superfluo dire che alla collezione vinilica di cui sopra il comune di Napule non è interessato, a noi ci basta l’annuale arte contemporanea a piazzaplebiscito, certo… una vergogna più che un peccato, di sicuro.

Che tristezza.

 

Il mio lato onirico invece è molto ciarliero in questi giorni, sogno e addirittura ricordo ciò che ho sognato. Be’, più o meno.

Stanotte ho sognato di fantasmi, un fantasma di una ragazza morta da cui scappavo insieme a mio fratello, forse qualcuno voleva farci un film sopra, non ricordo bene, ma io ne ero davvero impaurito. E poi un bagno rosa caramella…

L’altro giorno invece ho sognato di essere amico del mitico Vinicio Capossela (2 magnifici cofanetti in arrivo anche per lui!), Vinicio – che vedrei bene pure a lui tra quei vinili e quegli aggeggi – era appena tornato da un trionfale (si dice sempre così) concerto a New York, e noi andavamo in giro insieme, mi faceva vedere la sua stanza, parlavamo, gli scattavo delle polaroid.

Anche stanotte ho sognato di scattare delle polaroid, vuol dire che devo proprio comprarmela questa cartuccia (13euri!!!)… spero tanto che la mia vecchia macchina funzioni ancora.

Poi ancora prima ho sognato che certe ragazze che conosco dormivano nella mia stessa stanza, sotto pesanti coperte, chiacchieravamo; poi uscivo fuori e c’era un carretto con tante fette fresche, rosse e verdi, di meloni, io ne prendevo e cominciavo a mangiarne…

Ma il sogno più bello è stato quello del giorno prima: ero nel paese di nascita di mia madre, credo, eppure quando uscivo e andavo in piazza codesta piazza era quella di un vecchio paese austriaco (o del nord-italia?) visitato parecchi anni fa, quando c’era ancora un camper (non ancora bruciato dalla camorra nel parcheggio in cui se ne stava a riposare placidamente inutilizzato) e la famiglia tutta faceva ancora le vacanze insieme (più o meno felicemente), e in questa piazza arrivava un auto d’epoca, tipo una Topolino, da cui scendevano tutti tipi vestiti all’antica, sì, l’auto e i vestiti erano proprio come quelli filmici di ieri, questi tipi che con fare strano e buffo alla Jacques Tati (di Playtime? ma allora tutto torna…) tiravano fuori un tavolino su cui cominciavano a disporre la propria mercanzia: vecchie macchine fotografiche a pellicola da cui io rimanevo affascinato…

(questa fotografia sta proprio diventando un’ossessione)

Il giorno prima ero stato a un matrimonio e la cosa che più mi aveva colpito, affascinato, intendo oltre ai dolci ovviamente, era stata vedere questo fotografo e questo cine-operatore, ambedue sui sessant’anni credo, usare queste vecchie, eppure bellissime, attrezzature: l’uno una vecchia Bronica con il mirino in alto, l’altro un’enorme e immagino pesantissima telecamera che minimo doveva risalire alla metà degli anni ’90…

Comunque uno dei tizi del sogno era un poeta estemporaneo che avevo incontrato, anche lui sì, a uno dei strit festival napoletani, un tizio chiamato Saverio se non sbaglio, i suoi capelli crespi si sono visti anche al mauriziocostanzoshow (prima che mauriziocostanzo si rincoglionisse, e il suo show diventasse stupido e volgare), poeta estemporaneo perché lui, elegante come il fidanzatino di Peynet, ti vedeva e ti scriveva una poesia sul momento… Io quel giorno ero con una mia amica, Simona, una di quelle ragazze che inizi ad amare quando lei già non ti ama più, lui ci guardò e scrisse: «Siete una sola goccia di sangue».

 

 

(lascia anche tu qui traccia di un mondo passato che sta scomparendo, sei ancora in tempo)

 

 

[seguiranno foto illustrative, abbiate pazienza]

 

telegrafato da sand alle 13:47 | link | commenti (16) |
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