granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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soddisfazioni

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lunedì, 25 settembre 2006
la parola che non c'è

Questo è un film su una traduzione. Traduzione significa portare le cose da un posto all’altro, che siano parole o altro non fa differenza, fa lo stesso. La traduzione presuppone un uomo, o una donna, che si faccia carico di queste cose e che le porti, materialmente o mentalmente, dal posto d’origine al posto d’arrivo. Il traduttore in questione deve armarsi soprattutto di buona volontà, perché tradurre è un lavoro difficile che molto spesso può sfociare nel tradire, e cosa peggiore non può esserci per un traduttore: tradire il senso, il significato, l’essenza di una cosa, un concetto, una persona (Gesù Cristo fu tradotto nel giardino del Getsemani, e lì tradito).

(continua di là)

telegrafato da sand alle 20:19 | link | commenti (17) |
immagini, scrivere, cinema, vita, napoli, tradurre, saudade

martedì, 19 settembre 2006
chi vuole che le creda, signora albert. (the woman who was jt leroy)

INTERVIEWER
Did you get in a lot of trouble as a kid?

LAURA ALBERT
Not so much before my parents were divorced. That happened the next year, when I was thirteen, and my world tipped upside down. I had this diary from when I was eleven, and it was just these normal entries about middle-school gossip, how I’m not popular, and then one day it’s, I think my parents might get divorced, it’s really scary, they’re fighting. Then the next entry is: Laura Albert died at birth and they put me in her body. I became really certain that I had died and they took Laura out of my body and they put an alien in. And I had all this evidence that showed that I was different, like my fingers are crooked and I have a point in my ear and all these things.
Things got more and more painful—there was intense violence in my household—and I stopped going to school. I dropped out of eighth grade. My mom had boyfriends who came to live with us and who were inappropriate with me. It was an ongoing cast of characters—an Indian called Strong Horse who had done time for murder, Stanley the manic depressive, Motorcycle Bob, and on and on. It was scary, but at the time I thought sex was an OK trade, because they were offering me things that i felt very hungry for: attention, validation, or a father figure.

INTERVIEWER
Had your father dropped out of the picture?

ALBERT
I would see him every now and then, but then I just stopped because it was too painful.

INTERVIEWER
What did you do all day when you weren’t going to school?

ALBERT
I stayed at home and called hotlines. I called any hotline that offered help for kids. I always called as a boy, telling stories. It’s not like I had the desire to be transgendered, but I wouldn’t pray at night for a normal, happy family, or even to be thin—I would pray, God, let me wake up as a boy. That was salvation for me. That was where the power lay, and that’s what I became.

telegrafato da sand alle 17:21 | link | commenti (12) |
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domenica, 17 settembre 2006
attendiamo mappe dalla cracovia. (nel frattempo baciatevi baciatevi)

L’altro giorno è stato un giorno strano. Ci ho messo due ore e mezza per fare circa venti chilometri. Dovevo andare a San Giorgio a Cremano (per il Kaleidoskope Festival 02), la strada pareva semplice, eppure a volte capitano cose strane, si continua a girare in tondo, sbagliare strada, svincolo. Non se ne capisce bene la ragione.

Un po’ come quella volta che andai a vedere Beck, anche lì fu incredibile, un incubo, sudori freddi. Continuavo a girare intorno, ero vicino, ma non ci arrivavo.

(A causa di ciò mi persi anche gli amati Raveonettes, ahimè.)

Ecco anche l’altro giorno è stato così, ma forse un po’ meglio fortunatamente.

Forse anche perché era giorno.

Comunque ho ufficialmente litigato con superstrade e uscite autostradali.

 

Parto di casa già con il mal di testa, sono le 16.40 circa, ma ho le mie indicazioni scritte, San Giorgio è vicino, non dovrebbe essere difficile ad arrivare. Quanto ci vorrà, mezz’ora al massimo.

E invece no.

Sbaglierò strada più volte, al primo svincolo mi fermerà la polizia, vedrò un incidente mortale di un motociclista, arriverò addirittura al centro di Napoli e poi tornerò indietro perché un simpatico benzinaio si rifiuta di darmi un’indicazione, pagherò circa 10euro di autostrada, di cui 3euro rubati da una fottuta macchinetta automatica.

Arrivato a San Giorgio (enorme! e chi se lo immaginava) girerò un po’ di volte per trovare parcheggio e finalmente arriverò in villa, dove scoprirò che la cosa era iniziata con qualche ora di ritardo (viva la napoletanità!); mi metto a sedere, saluto J., A..

A condurre l’intervista ai Matmos c’è P. N., il ragazzo con cui ho collaborato per il pezzo sul Neapolis, finalmente lo vedo, per scoprire che in realtà lo avevo già visto in disparate occasioni, anche all’università. Lui mi saluta, io vorrei pure presentarmi, ma non ne avrò l’occasione.

Nell’intervista vengono citati vari autori che non conosco, ma come al solito la mia mente vaga troppo per cogliere qualcosa d’interessante. Eppure di cose interessanti ce ne sono eccome, i Matmos sono delle persone molto intelligenti. Va bene, vorrà dire che cercherò di recuperare la videocassetta da A.

Comunque alla fine riesco a entrare gratis almeno, D. e G. decidono di non farmi pagare.

Visto che ho pagato quasi 10euro di autostrada direi che tutto torna, no?

 

Il concerto dei Matmos è un gran concerto. Loro sono in due ma sul palco vengono coadiuvati da una Zeena Parkins (camuffata da una parrucca nera, rispetto al suo live di poco precedente di cui poi si parlerà) e da un chitarrista di cui ignoro il nome. Uno dei Matmos, Drew il moro, si occupa del tappeto elettronico, beats&loops insomma, l’altro, il biondo Martin, produce musica concreta, maneggiando oggetti tra i più disparati da cui trae i suoni più vari.

I Matmos sono famosi proprio per questo in effetti, fare una musica che unisce l’elettronica a “rumori” presi dal vero; così, a seconda dei “rumori” sfruttati, ogni loro album sembra assomigliare a un concept: oggetti in sé, il mito del vecchio west, la medicina (la chirurgia plastica, l’eterno memento mori), la guerra civile americana, gli intellettuali di ogni tipo.

Il lato più spettacolare del loro concerto è proprio quello di Martin perché, sì, i Matmos dal vivo suonano, non mettono semplicemente le basi. E allora ecco Martin alle prese con un palloncino che si sgonfia, un tubo di plastica, del ghiaccio secco, dei petali (e anche dei mazzi) di rosa. Ogni cosa viene usata e reinventata allo scopo di creare musica.

Certo, probabilmente niente di originale, la musica concreta è una musica di futuristica memoria, quando i fischia(n)ti e rivoluzionari “intona-rumori” erano davvero qualcosa di straordinariamente mai visto et sentito, eppure i Matmos coinvolgono e stupiscono non solo un certo tipo di pubblico, ma anche quell’altro tipo, di pubblico.

Basti dire che al concerto è presente pure quel fighetto di Paolo Sorrentino, “appassionato di musica elettronica” si definisce, e questo appunto è tutto dire.

La scaletta del concerto attinge soprattutto al materiale più recente, ovvero vengono presentati e suonati pezzi presi soprattutto dall’ultimo disco dell’elettronico duo, disco titolato a seguito di una frase di Ludwig Wittgenstein, e le danze vengono aperte da uno scritto di Valerie Solanas provocatoriamente declamato da una rabbiosa Parkins.

È uno scritto contro l’uomo (inteso come genere maschile), di cui la frase più gentile è «L’uomo ha un cromosoma incompleto, è un aborto che cammina, quindi non serve a nulla», o qualcosa del genere.

Si passa poi ai più delicati, eppure possenti e voraci, mazzi di rose (di cui sopra) del filosofo austriaco, fino ad arrivare, attraverso ghiaccio e pezzi più vecchi suonati al triangolo, in una lontana terra burroughsiana, terra i cui ipnotici fumi d’oppio rischiano di stordire pesantemente.

Il concerto dura un’ora scarsa, ma l’impressione è stata quella di un lungo viaggio.

Nessuna foto è stata scattata, come se si fosse inchiodati alla sedia, troppo affascinati per fare anche solo un passo. È per questo che ci si affida alle parole, per ricordare.

Prima dei Matmos c’è stata Zeena Parkins, a riscaldare l’ambiente… o a raffreddarlo, dipende dai punti di vista. Zeena, le cui infinite collaborazioni vanno da Björk (ma anche gli stessi Matmos, del resto) fino alla Gioventù Sonica, è sola in scena, sola con la sua piccola arpa di produzione probabilmente artigianale, arpa su cui sono montati una serie di pick-up per chitarra e il cui suono viene riprocessato da una serie di effetti, non più solo per chitarra a questo punto.

Zeena pizzica le corde con le dita, talvolta le sfrega con una piccola catena, e ne tira fuori suoni aspri e ostici, ostici anche per l’orecchio più affinato e abituato a tali sonorità, sì.

In questi casi un grosso rischio è la noia, ma la Parkins è brava a non strafare e suona per non più di una mezz’oretta, senza cadere in quella che sarebbe poi sembrata una vuota masturbazione fine a se stessa. Di lì a poco raggiungerà poi i Matmos, di cui si è già scritto.

Ma prima ancora della Parkins c’era stato un trittico di gruppi napoletano (Ether – Kiò – Retina.it) che s’è diligentemente alternato sul palco, creando un flusso ben variato di corpi sonori elettronici.

Il corpo umano è quello che sta al centro del progetto Kiò infatti, non foss’altro perché in scena ci sono due attori, lo spiritato Michelangelo Dalisi e una da lontano irriconoscibile Monica Nappo, il cui canto notturno doppio risulta ben incorniciato dalle basi elettroniche amalgamate da Marco Messina, ex della posse più famosa di Napoli (e non solo).

Vengono declamati giornali, poesie, libri, parole… critiche e moderne.

A un certo punto il destino di una minestra di farro, da rigirare costantemente perché non si attacchi, si incontrerà/scontrerà con il destino della popolazione palestinese vessata dallo stato israeliano; il tutto mentre un maialino rosa fatto di peluche e plastica ci osserva appollaiato su una spia, facendo suo il nostro sguardo e ricambiandolo.

Signore e signori è questo, il mondo moderno.

Molto diversa – ma non per questo assolutamente disprezzabile – risulta invece l’offerta dei Retina.it (senza Marco Messina, e quindi non Resina) che propongono una musica elettronica serrata e tesa i cui veloci battiti sconfinano quasi nell’industrial, talvolta, e quella degli Ether, un trio che si fa apprezzare per atmosfere lounge (ma anche hip-hop) e allo stesso tempo inquietanti, quasi si stesse vedendo un film di David Lynch.

 

Naturalmente il concerto di Vinicio Capossela, due giorni prima, è stato molto diverso, e per atmosfera e per musica.

Un concerto partito male, con un Capossela scocciato che come un bambino capriccioso si lamenta dei tecnici che gli hanno rotto l’organetto Farfisa e la chitarra elettrica. Non riesce a suonare, si agita, va avanti e indietro, nervoso, e su e giù dal palco. Interromperà anche Lanterne Rosse, non si ricorda parole e/o musica, e gli spartiti non ne vogliono proprio sapere di stare fermi.

«Non c’è niente da ridere, ragazzi», sibila un Capossela fumante di rabbia a un pubblico divertito prima, ammutolito poi.

Va bene, si passa al prossimo pezzo. Corvo Torvo, e mai pezzo fu più appropriato.

A un tecnico che si avvicina per fissargli il microfono, Capossela gracchia e mulina le braccia come ali, impazzito, proprio come un corvo torvo. Non vorrei essergli stato vicino quel momento, sai l’umiliazione. Si sa come sono questi folletti pazzi.

Capossela si gratta di continuo, dev’essergli venuta la rabbia, nomina il nome di Cristo invano e fuma addirittura, cioè io non lo avevo mai visto fumare sul palco.

«Anche al vulcano lì di fronte gli piacerebbe fumare, sicuro», dice tirando una boccata con soddisfazione.

Vinicio stasera è quasi cattivo, rancoroso quando rifiuta applausi e cori, perché è lui la stella, e nessun altro, e quando ancora una volta interrompe un altro pezzo per ordinare di non fare foto.

«Affidatevi al ricordo, signori», dice severo.

Poi si parte in direzione della signora Luna (via Mosca, naturalmente: «Adesso faccio un pezzo techno-porno», ci avverte il nostro simpatico astronauta post-sovietico e posticcio), e il concerto comincia a riprendersi, a carburare come una vecchia volvo, e vedere Vinicio finalmente sorridere felice e fare il pagliaccio è impagabile. Deve essere l’alcool biondo, bevuto in quantità, a sciogliere Vinicio, e a renderlo il peronista convinto e buffone che è, e poi il calore del pubblico, certo.

La bolgia si scatenerà (infine) durante la marcia verso il camposanto infatti, così come è lecito che sia, e nessuno riuscirà più a mantenersi seduto e a rimanere lontano dall’uomo vivo e buffamente benedicente.

Beata gioventù!

I concerti di Vinicio sono sempre così, partono epici e lenti, e poi il delirio.

Il vero Vinicio è quello dei bis, quello ormai completamente ciucco di birra e di chissà cos’altro e totalmente gioioso, quello che canta Che Cossè l’Amor senza mai ricordarsi – e dico mai – le parole, quello che si mette a suonare pezzi popolari virandoli mariachi anche se forse li ha provati solo una volta prima, quello che si versa liquidi non ben identificati in testa, quello che finisce all’1.35 circa con l’inno alcolico ai musicisti da bar, ma invitando sempre tutti a guidare con prudenza, premuroso, alla volta di Ciccillo naturalmente.

Questa sera ho visto un Vinicio strano e magnifico che prima si è negato e poi si è dato tutto, con perle quasi mai suonate, conscio che il destino crudele è sempre dietro l’angolo, pronto a ghermirti e prenderti per sempre, così come s’è preso Leandro Misuriello, il povero bassista di Carmen Consoli (che avrebbe dovuto suonare la sera stessa in altro loco, ma sempre a Caserta) a cui un serio e commosso Capossela ha dedicato in fine il concerto tutto.

 

Ancora più diverso è stato il concerto di Paolo Conte, i biglietti per il quale li si è dovuti conquistare con grinta e decisione.

Ambientato nella magnifica cornice dell’Arena Flegrea (si dice sempre così, ma quanto scomode sono quelle gradinate!) il concerto è stato inevitabilmente un po’ “freddino”, vista la distanza tra pubblico e musicisti. Ma le canzoni sono belle lo stesso, e l’acustica è perfetta (anche questo si dice sempre, e in effetti è proprio così).

Paolo Conte ci accompagna per un’oretta e mezza in un mondo – il mondo di Razmataz – fatto di jazz e di anni ’20, quando le donne ballavano freneticamente balli luccicanti di lustrini e di paillettes, e gli uomini erano gentiluomini duri ma gentili. All’incontrè oggi viviamo in un mondo dove gli avvocati la fanno da padrone, e le parole d’amore sono scritte a macchina. Il passo è quindi claudicante, e non si ha nemmeno più voglia di andare al cine (za-za-za-za-za-zà).

Dove sono andate a finire le nuvole?

Che voglia di piangere ho.

 

Ma, in verità vi dico, il concerto che avrei voluto vedere più di tutti è quello dei Tv On The Radio; anche se il loro secondo disco mi ha deluso abbastanza, il primo (Desperate Youth, Blood Thirsty Babes… che titolo!!!) rimane comunque un capolavoro.

Non ci sono potuto andare, perché a Roma erano il giorno del matrimonio di D., e per Bologna non ho trovato nessuno.

Così sono andato in Puglia per questo matrimonio, due giorni, e tra viaggio e regalo non voglio nemmeno scrivere quanto ho speso perché me lo voglio proprio scordare, cosa non si fa per gli amici eh.

Io mi sono perso un concerto a cui tenevo molto (che dico molto, moltissimo!) e ho speso una barca di soldi, fesso che sono.

Che poi Vinicio lo continua a ripetere: «La vita è bellissima… e poi ti sposi!».

Quanta ragione che c’hai caro Vinicio, maestro di vita!

Quest’anno sono al quarto matrimonio, ne sono in vista altri due e già non mi sento tanto bene.

Che cazzo vi sposate a fare tutti? …Sìsì, tutta invidia la mia.

Poi dice che uno inizia a soffrire di solitudine, con tutti questi amici che si sposano.

Questi amici che sembrano degli adolescenti, per come ancora parlano delle donne, delle ragazze, questi ricchi amici berlusconiani che mettono in mostra lo scontrino di ogni cosa comprata, questi amici carabinieri dentro (e anche fuori) che ti classificano come «eversivo» o, peggio (per loro), «nannimoretti», solo perché ti sei fatto crescere la barba (che manco a farlo apposta è uscita pure rossiccia!).

Al giorno d’oggi uno non è nemmeno libero di farsi crescere la barba.

 

D’altronde Vinicio ha detto pure un’altra cosa riguardo ai matrimoni, qualcosa che aveva a che fare con la falsa testimonianza, ma non ricordo bene, però poi ha continuato parlando di riso, quello da matrimonio e quello vero, riso che non ammuffisce mai… mah, chissà cosa voleva dire.

Non ricordo e perciò mi fermo qui.

 

 

 

 

 

p.s.: Ma quindi la notte bianca di Roma consiste nel camminare a vuoto per ore facendosi largo tra migliaia di persone?

Bastava dirlo subito che la commozione sarebbe arrivata solo con il Vinicio finale che ovunque protegge e all’alba vincerà.

telegrafato da sand alle 15:09 | link | commenti (14) |
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martedì, 12 settembre 2006
caspita. (this heaven gives me migraine)

dai new order ai gang of four, passando per aphex twin, per ritornare poi di nuovo ai new order.

di bene in meglio.

telegrafato da sand alle 14:06 | link | commenti (7) |
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sabato, 09 settembre 2006
stati di agitazione animale. (per finta)

Capita un giorno che  vai a prendere i biglietti di Paolo Conte e ti ritrovi con un sacco di gente e il tuo numero è 665, bene. Tipico napoletano. Nello stesso giorno napoletano ci sarà anche un (falso) allarme bomba in cui ci sono gli artificieri che fanno scoppiare un sacchetto della munnezza che contiene un panino (bomba?). Povero panino.

 

prova a entrarci. (se ti pare)Il giorno prima invece vai al MADRE, per la prima volta, a vedere l’Arte Moderna.

Qualcosa d’interessante c’è, per il resto è la solita Arte Moderna.

Al MADRE lavora M. che mi fa da guida per un po’, al piano dov’è di guardia. Sa un sacco di cose, e mi chiedo chi gliele dica queste cose ai critici (d’arte).

A me sembra che ci sia molta più arte nel palazzo cadente di fianco al MADRE, lo si intravede dalle finestre. È bellissimo, completamente abbandonato, in rovina. Ma pare che adesso lo stiano restaurando/ristrutturando. Mi piacerebbe entrarci prima che lo riaggiustino del tutto, e fotografarlo. Per adesso mi sono dovuto accontentare di fotografarlo dalle finestre, appunto.

Al MADRE c’è la mostra di Kounellis e relative putrelle, che pure è interessante, però poveri uccellini e pappagallo prigionieri! Come mai gli animalisti non dicono niente?

Inoltre manca il violoncellista musicante, e una lampada a olio in una delle opere.

Impressionante il profondo buco blu prussia, dà le vertigini.

Per quanto riguarda le altre opere, sulla pecora (in realtà è un agnello, con tutte le implicazioni cristologiche che ciò comporta) di Damien Hirst si sono formate delle bollicine di condensa e purtroppo manca  la visione superiore quindi.

Damien Hirst è un’artista che prende gli animali morti e li mette in mostra sotto formaldeide, a volte li taglia a fette. Fico.

Anni fa c’è stata una personale completa di Damien Hirst a Napoli, ma io non ci andai per stupidi scrupoli di coscienza. A quella mostra c’era anche una testa di mucca in putrefazione con tanto di mosche ronzanti in giro.

 

Mentre ero al MADRE – incredibile – mi squilla il telefono per un’offerta di lavoro, un numero romano, io naturalmente da cittadino civile non rispondo, essendo in un museo. Ma non rispondo più per paura del numero sconosciuto, eh. Che era un’offerta di lavoro lo scoprirò solo da un successivo sms, sms che mi porterà anche a una perquisizione da parte della DIGOS, infatti guarda un po’ chi c’è lo stesso giorno di visita al MADRE: il presidente Napolitano, evviva!

Il fatto è che il messaggio m’era arrivato monco e aspettavo la seconda metà, sulla soglia, il mio cellulare naturalmente non prendeva bene infatti.

Quelli mi hanno visto armeggiare con il cellulare e si sono impressionati.

 

 

 

(ero felice a girare per la città, con la mia macchina fotografica al collo e il taccuino in tasca)

telegrafato da sand alle 01:00 | link | commenti (14) |
poesia, scrivere, vita, sogni, arte, fotografare, mondo, napoli

giovedì, 07 settembre 2006
la rosa ha i denti nella bocca di una bestia.

telegrafato da sand alle 08:51 | link | commenti (10) |
musica, poesia, arte, concerti, scalette

lunedì, 04 settembre 2006
Morrissey non ha più suonato a Napoli perché la fottuta Carpisa produce borse in pelle. (Neapolis Festival 14-15-16/07/06)

E anche questa edizione del Neapolis Festival è finita, la decima, ebbene sì, la prima edizione ci fu dieci anni fa, e chi lo avrebbe mai detto che, tra cambi di location e problemi organizzativi, si sarebbe arrivati fino a questo punto.
Questa edizione è stata importante per me anche perché è la prima volta che sono entrato completamente gratis… «Grazie al patentino di giornalista da poco conquistato?», si chiederanno i miei pochi lettori, «Ma no, sciocchi», risponderei allora io, «molto meglio essere amici degli organizzatori», quindi un grazie va prima di tutto a loro: grazie Freak Out.
Ecco perché ci si ritrova a scrivere una cronaca/report sul festival, è un modo di ricambiare la gentilezza, e se anche all’inizio il compito era quello di intervistare i Liars non fa niente, va bene anche un articolo.
Sì, perché i Liars alla fine a Napoli non ci sono mai arrivati: hanno annullato tutto il tour europeo causa morte della madre del cantante (pazzo) Angus… Peccato, e dire che l’avevo pure preparata l’intervista!
Ma d’altronde il Neapolis Festival non è il Neapolis Festival se, per un motivo o per un altro, qualche artista non viene a mancare (l’anno scorso gli Afterhours, la prima edizione i Faith No More! per quanto riguarda Morrissey, altro grande assente di questa edizione, il titolo dice tutto).
Ma basta cianciare inutilmente e passiamo alla musica.
 
 
Del primo giorno mi aspettavo molto dagli Eels, i cui primi album non possono mancare in nessuna buona collezione musicale che voglia ritenersi tale: Beautiful Freak, Electro-Shock Blues e Daisies Of The Galaxy erano dei capolavori quando uscirono e restano tali anche ascoltandoli oggi. Ma dove è andato a finire l’indie-pop malinconico di quei dischi?
A sentire, e vedere, questo concerto di quella musica lì non c’è rimasta alcuna traccia: con quelle barbe (tutti quanti!) gli Eels (ma del nucleo originario è rimasto solo Mr. E?) sembrano proprio gli ZZ Top, e anche musicalmente il rocckettone proposto si avvicina pericolosamente ai barbuti bluesman. Non che io abbia qualcosa da dire contro gli ZZ Top eh, anzi loro sono dei grandi, però dagli Eels ci si aspettava qualcosa di diverso, ecco. Così dopo un po’ si abbandona il concerto per andare a vedere lei, Tying Tiffany, altra suicide girl italiana (dopo Miss Violetta Beauregarde) che si è dedicata anima e corpo (e che corpo) alla musica (ma pare che questi non siano i suoi primi passi, comunque).
Prima di passare alla dolce Tiffany un’ultima curiosità sugli Eels, però: a fine concerto, grazie a un amico, si è prontamente recuperata la scaletta e grande stupore c’è stato quando s’è visto che la scaletta era doppia!
Cioè, c’era una scaletta (finta), con pezzi più vicini al passato (Novocaine For The Soul!), in cui spiccava anche una cover di Prince (Purple Rain), ma poi la scaletta effettivamente suonata è stata un’altra nella quale la cover scelta è stata la più discreta I Put A Spell On You di Screamin’ Jay Hawkins. Mah.
Comunque, a essere sincero sincero, a vedere il concerto di Tying Tiffany non è che abbia rimpianto più di tanto gli Eels… ma non pensate subito a male.
Tranne che per delle espadrillas rosse e delle calzette a righe verdi e blu Tiffany è tutta di nero vestita: un pantacollant, una canottiera trasparente e un wonderbra in bella mostra; un caschetto nero a incorniciarle il pallido viso. La sua musica è elettronica, tra gli ADULT. e Le Tigre, ma più punk, più punk di tante altre band “analogiche” in circolazione; per la quarantina di minuti per cui si concede a tutti noi (suonerà quasi tutto il suo album d’esordio, più Io Sto Bene dei grandissimi CCCP!!!) Tiffany non si risparmia per niente, e ci dimostra per bene come dovrebbe essere un concerto: movimento, sudore, capacità di trascinare il pubblico, di farlo divertire.
Peccato che siano in pochi a godersi questo concerto ma, come si dice, a ognuno il suo.
A fine concerto Tiffany si dimostrerà più che disponibile a scambiare quattro chiacchiere e fare qualche foto… Ma non le foto che ti aspetteresti da una suicide girl, asciugate la bavetta quindi.
La serata continua poi con i belgi dEUS, il cui concerto, per quanto mi riguarda, lascia il tempo che trova: anche loro non sono più la band di una volta, né musicalmente né organicamente, e lo show scorre abbastanza noioso, (indie-)rock d’ordinaria amministrazione insomma. L’unica canzone che mi emoziona è la mitica Suds And Soda, ma neanche più di tanto a dire la verità. Così ho ascoltato il concerto conversando amabilmente con un mio amico delle ultime deliranti serie del mitico South Park.
Il primo giorno del Neapolis si conclude infine di notte, con i dj italiani Peedo&Santos e l’acclamatissimo e pompatissimo Tiga, e non si capisce nemmeno tanto il perché poi: gli italiani non sono sembrati niente male, il giovane Tiga invece bravo sì, ma talvolta piatto, e poi suonare i propri pezzi (mettere il proprio disco cioè, con la propria voce registrata) mi dite che senso ha?
Sul dancefloor, noto anche una tristissima Rachele dei Baustelle seduta in disparte, sul marciapiede, così decido che sono triste anch’io e me ne torno a casa.
Ma, appunto… ci siamo dimenticati del pomeriggio!
Okay, basti dire che: i Baustelle abbronzati e in tenuta estiva sono, se possibile, ancora più noiosi e depressi(vi) della “versione autunnale”, però hanno recuperato dei pezzi dai primi due bellissimi album (Le vacanze dell’83!!!) quindi onore a loro; i Robocop Kraus sono carini e a tratti addirittura coinvolgenti, ma fin troppo derivativi dei Sound e in definitiva abbastanza monotoni; Athebustop credo lo abbiano visto in sette invece, non pervenuto quindi.
E Schneider TM?
Per problemi tecnici deve aver suonato 13-14 minuti… Peccato, la sua cover di There Is A Light That Never Goes Out (forse c’è bisogno di dire di chi?!?) prometteva bene.
 
 
Il secondo giorno del Neapolis invece è per i vecchietti, e questo dimostra come il Neapolis sia un festival per tutti: giovani e vecchi, maschietti e femminucce; ma oggi vecchietti in particolare, si diceva: Robert Plant (& The Strange Sensation) e Carlos  Santana sono lì proprio per loro, come dinosauri immarcescibili a qualunque catastrofe li aspettano nell’arena, e infatti fin dal primo pomeriggio l’arena inizierà a riempirsi di nostalgici, ma anche di ragazzini alle prime armi con la musica.
Il tono è scherzoso, non ve la prendete, ché tutti da adolescenti abbiamo ascoltato Santana e Led Zeppelin, questo si sa, il punto è che poi si dovrebbe anche andare avanti, ma questo è un altro discorso, è meglio fermarsi qui prima di iniziare a litigare.
Santana e Robert Plant comunque fanno il loro dovere e donano ai convenuti proprio il concerto che si aspettano, ovvero due ore (e più) di musica, bis, assoli sboroni, eccetera eccetera. Per tutte e due non mancano cavalli di battaglia come Samba Pa Ti e Whole Lotta Love… Tutto molto bello sì, ma personalmente è altro quello che cerco dalla musica e a darmi quello che voglio ci penserà lo zio Iggy (Pop).
Sì perché Iggy sarà pure vecchio, sarà pure passato (?!?), ma sul palco è una bestia e sembra sempre lì lì per venire. Pare anche che fosse in compagnia di un femminone non indifferente.
Sinceramente non so come faccia sul palco a fare quello che fa alla sua età: io che ho la metà degli anni suoi sarei a schiattare per terra col fiatone dopo circa dieci minuti, minuto più minuto meno. Ma non il mitico Iggy che deve aver fatto un patto col Diavolo. La biondo-crinita iguana, tiratissima e anfetaminica, il corpo ricoperto di cicatrici e bruciate di sigarette, non si risparmia per niente: corre, urla, si agita epilettico, balla, si scopa l’amplificatore, sputa e ricambia gli sputi, (pre-)tende l’asta del microfono, si versa intere bottiglie d’acqua minerale in testa… lo sciancato Iggy, com’è sua abitudine, si denuda anche, quasi completamente, mostrandoci un culo flaccido e pendente.
Il mio magico press pass (ovvero “passo di pressa”) mi dà il privilegio di vederlo da vicino, per tentare di scattare a caso (in mezzo a fotografi professionistissimi) modestissime foto con la mia piccola scatoletta di ferro e vetro, mentre intanto i punk di tutta l’Italia ci mostrano il loro affetto sputandoci addosso, evviva.
Ma in realtà, di lì a poco, un bel po’ di persone potranno dire di aver visto Iggy da vicino, dato che il nostro arzillo nonnetto durante No Fun inviterà tutti a ballare con gli Stooges, esatto, proprio sopra al palco, salite pure, avete capito bene. Punk e bestie di ogni specie non se lo faranno ripetere due volte e il palco rimarrà ingombro di individui danzanti per un bel po’, esagitati energumeni della “security” massacreranno simpaticamente a colpi di cinghia un paio di persone per questo… «Fascisti!!!», urlerà loro il mitico.
In un articolo del 1977 (!!!) intitolato “Iggy Pop: Una fiamma ossidrica in versione sadomaso”, e ancora attualissimo (!!!) oggi, questo scrisse il grande Lester Bangs riguardo Iggy: «È l’artista più intenso che io abbia mai visto e quell’intensità gli viene da una compulsione omicida che in passato l’ha reso anche l’interprete più pericoloso al mondo: si tuffava in terza fila, si tagliava coi vetri rotti sul palco e poi ci si rotolava sopra, ingaggiava risse verbali e a volte fisiche col suo pubblico. […] Sì, Iggy ha un corpo fantastico: è talmente fantastico che ogni suo nervo grida disperato nell’ansia di esplodere fuori in una qualche libertà inimmaginabile. È come se uno che si contorce in preda al tormento avesse trasformato quelle contorsioni in una specie di poesia e noi vi assistessimo, soggiogati dalla bellezza di quelle contorsioni, talmente rapiti da dimenticarci cosa le ha originate».
A questo punto c’è bisogno di aggiungere altro? Posso mai scrivere qualcosa di meglio?
Ovviamente no.
Si può dire che insieme a quello di Tying Tiffany, questo è stato il concerto più adrenalinico dell’intero festival, quello per cui è valsa la pena pagare il biglietto, per chi l’ha pagato il biglietto, certo (eheh); il concerto scorre bene e i pezzi suonati sono presi soprattutto dai primi due album degli Stooges… Nota curiosa: la scaletta in pratica era un foglio A3 con le scritte a carattere tipo 50!!!
E sì, la vecchiaia è pur sempre la vecchiaia, e un appesantito Ron Asheton è proprio lì a dimostrarcelo; Iggy naturalmente è l’eccezione, ma il (leggendario) bassista Mike Watt non è certo da meno.
La giornata termina, come il giorno precedente, al palco elettronico: l’italiano Madox (aka Stefano Miele), The Glimmers (ultra-danzerecci e parianti), un danzerino Howie B (checazz’ ha i denti marci, ma con tutti i soldi che tiene un dentista no?) che davanti a un ormai piccolo gruppo di irriducibili dispensa l’arte sopraffina del taglia-e-cuci vinilico.
Ma nel secondo giorno ci sono stati anche: Mouse On Mars, il cui pregio è che il loro sembra un vero e proprio concerto, musica (propria) originale insomma, non un dj set di dischi altrui; Francesco Di Bella (ma senza i 24Grana), di cui purtroppo non ho potuto seguire bene il concerto (ma sicuramente non mancherà altra occasione), visto che ero uno dei pochi (a cui ha offerto birra a tutti!) a seguire la “cock rock disco” di Jason Forrest aka Donna Summer, un tamarissimo dj con tanto di maglietta satanica dei Black Sabbath capace di fare headbanging+airguitar per tutto il tempo del suo set, un grandissimo insomma; e poi ancora, gli emergenti Atari, da Napoli, interessantissimi nella loro musica electro-rock vestiti da Mario Bros. (ma insomma, decidiamoci: Atari, o Nintendo?), e infine Jolaurlo, da Bari, interessanti pure loro con il loro mix punk/reggae.
Dei Liars annullati (sigh sob) e della mia fortuna fantozziana ho già detto in apertura.
 
 
Il terzo giorno, vabbè, sono andato più per sport che per altro, a informarmi delle ultime tendenze per quanto riguarda hip-hop commerciale e musica da MTV, perché bisogna essere sempre informati, rendersi conto dell’hype, così sono andato a farmi un giro, a guardare le bancarelle.
No, non mi sto giustificando.
Quello che mi colpisce subito è la presenza di parecchi genitori di mezz’età che hanno accompagnato i propri pargoli (bambini!!! bambini!!!) a vedere questo tanto osannato Fabri Fibra (bambini con magliette originali di Fabri Fibra!!!), e questo assai artificioso (e anche un po’ ridicolo, eh) Mondo Marcio; li noti tra il pubblico, accanto alla figliolanza, questi genitori, e loro non è che se ne stanno tranquilli o in disparte no, loro ballano pure. Tristezza. Paura.
Un’altra categoria sociale che mi colpisce, a questo concerto, è quella del bboy/flygirl-punk/tossicodipendente: sinceramente io non l’avevo mai visto, questo tipo di gente qui.
Ah queste generazioni moderne, sempre piene di sorprese.
Comunque tra Mondo Marcio e Fabri Fibra quello che vince (ma poi perché non hanno avuto le palle di sfidarsi in una vera e propria gara di freestyle?) è sicuramente Fibra: almeno lui ha alle spalle un dj competente, ovvero (Big) Fish, ex-Sottotono. Sul palco Fabri è coadiuvato da altri due tizi, i Fobici Vacca e Neslie (fratello di Fabri), che gli fanno i cori ed esaltano il pubblico.
I Fobici hanno cantato il primo pezzo con maschere di cuoio nero. Mitici.
Le rime di Fabri Fibra hanno una proporzione di cinque parolacce a una parola normale, più o meno, e mentre lui rappa i genitori eccoli lì, tutti contenti che ballano insieme ai figli, mah. Forse sarò io il moralista bacucco.
Alla fine dei conti, relativamente parlando, questo Fabri Fibra non è male, e comunque è (sembra) sincero, come (ci) dimostra (con) il discorsetto morale che ci fa a fine concerto (lui fa hip-hop da dieci anni! mica è nato con la tivvì).
Mentre Mondo Marcio con aiutante e dj baby al seguito, nel suo scimmiottare modelli smaccatamente americani, si rivela piuttosto ridicolo (appunto) e insostenibile: già il gangsta americano era una palla, non abbiamo certo bisogno della relativa versione italiana. Con più o meno dieci anni di ritardo, per giunta.
Ottima, per presenza e musica, si dimostra invece la napoletana Alea che, anche se non si capisce bene quello che dice (e questo è un po’ una pecca per un/a rapper…), acchiappa però, sarà perché canta di una realtà più vicina a noi (ovvero l’ormai scontata et onnipresente Scampia and so on). Naturalmente la maggior parte degli spettatori, indottrinati musicalmente dalla televisione, non le presta la minima attenzione.
Nel pomeriggio suonano anche Stoop e Fragment, il loro è un indie-rock abbastanza normale, ma il fatto è che non ho tanto da dire perché non ero molto attento, faceva caldo, un mio amico ha affermato però che uno dei due gruppi sembrava i Blonde Redhead, se volete fidarvi, scegliete voi quale; poi ci sono stati i Califfo Deluxe con il loro ska/reggae/rock (patchanka?) che è ormai un genere abbastanza diffuso, sono stati anche “trascinanti”, ma sicuramente non originali; infine i poveri Scaramouche, poveri perché hanno avuto la sfortuna di esibirsi sul palco piccolo mentre in arena suonava Jovanotti, quindi a vederli c’erano solo i fantasmi e i panini napoletani, pure abbastanza tiepidi c’è da dire.
Questa è la dura legge dei festival: concerti in contemporanea.
Personalmente da lontano mi è sembrato che la loro musica assomigliasse a quella degli odiosi Modena City Ramblers, quindi sono scappato. Ma non è che in arena mi sia andata meglio, eh.
Jovanotti snocciola tutti i suoi classici, e la voglia di buonismo che alberga in tutti noi (è risaputo) viene soddisfatta appieno dalle immagini di un Papa Giovanni Paolo II benedicente (applausi), dalle immagini di un Massimo Troisi che canta l’inno nazionale (risate), dalle immagini della nazionale campione del mondo (urli di gioia). Tutti applaudono felici e contenti, commozione generale insomma. Commozione cerebrale?
La serata finisce infine con Roy Paci & Aretuska, sul palco piccolo, con gli ultimi rimasti (in pochi) che vogliono godersi fino all’ultima nota, e no, niente palco elettronico questa sera, cioè, questa notte.
Roy non è in forma, ha la voce bassa si scusa, e il gruppo è cambiato, ancora una volta, qualcuno se n’è andato, qualcuno è entrato, e Roy canta comunque troppo ultimamente, e suona la tromba troppo poco. Sotto il palco il pubblico balla, però io penso che rispetto agli inizi incendiari – quando suonavano uno ska classicissimo – qualcosa Roy Paci e gli Aretuska col passare del tempo l’hanno perso, così a me non mi viene da ballare. Ma forse sarà anche la stanchezza.
Il concerto comunque dura poco e si torna a casa, un pochetto più tristi (si fa per dire) perché un altro festival è finito e ci toccherà aspettare chissà quanto per vedere un qualcosa di decente, dritti e consapevoli in braccio a questa nuova ennesima estate ricca sfondata di musica etno-posticcia d’accatto, tormentoni commerciali stracciapalle e squallidissimi et inutili revival anni ’80.
Felice estate a tutti.

telegrafato da sand alle 16:03 | link | commenti (6) |
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