
La casa del Diavolo (The Devil’s Rejects in originale) non è altro che il tanto atteso sequel di quel La casa dei mille corpi (House of 1000 Corpses, cadaveri in originale) che un paio d’anni fa tanto sconvolse chi di cinema horror sia appassionato un minimo: «Capolavoro!», fu l’urlo unanime degli appassionati. E a scanso di equivoci diciamolo subito, non può essere altro che «Capolavoro!» anche il (nostro) giudizio per quanto riguarda questo nuovo capitolo della saga di questi simpatici pazzerelli inventati da Rob Zombie. (continua a leggere)
e se ci fosse qualcuna a grattarmi la pancia sarebbe proprio il massimo.
qui qualche foto del nuovo lynch, “inland empire”:
molto twinpeaks/vellutoblu, o sbaglio?
della serie “non vi faccio capire una mazza, così verrete tutti a vedere il film”, eh?
questa cosa invece non c’entra niente col cinema, ma è troppo divertente (e istruttiva?!) per non segnalarla:
non perdetevi il video, la faccia sorpresa del tizio è esilarante!
«Lo sa Dio se la risata non è un modo in cui l’anima cerca un po’ di sollievo».
(Kurt Vonnegut)
È già la seconda notte che sogno dei gatti, e non dei gatti normali no, ma dei gatti giganti. Cioè, fuori misura è quello che voglio dire. Sono gatti strani.
La prima notte ne ho sognati due, due gatti grigi a strisce bianche, forse una coppia, credo che mi sarebbero arrivati oltre il ginocchio se mi fossero stati vicini, più o meno grandi come cani quindi.
Erano in un parcheggio, io li scorgevo da lontano e mi sembrava che fossero intenti a mangiare un qualcosa che sembrava una grossa mortadella, ma la cosa strana era che come se questa grossa forma di mortadella se la stessero scavando, e questa forma veniva infine ad assomigliare a una specie di torso umano in decomposizione.
Questi gatti poi si fermavano, e si leccavano le zampe come fanno sempre i gatti, per lavarsi.
Ed era lì che m’accorgevo della loro grandezza fuori del comune, però loro non mi guardavano.
L’altro sogno è stato ancora più strano, e più composito, assurdo. Ma se non fosse assurdo, che sogno sarebbe allora?
Io mi trovavo a casa di certi che non conoscevo proprio, o con cui ho avuto a che fare brevemente la settimana scorsa, forse, non ne sono sicuro. Bisognava andare a un concerto, si prendeva l’ascensore e ci si trovava in macchina. La strada era interrotta da un buco in mezzo alla strada, era un buco rosso, mantenuto e curato da certi zingari pareva, perfettamente rotondo e contornato da un piccolo muretto basso di mattoni. Gli zingari non ci facevano passare, così si cambiava strada.
Ci si ritrovava al concerto, e succedeva che io vedevo due concerti, uno di seguito all’altro, non in un giorno, ma in due. Poi succedeva qualcosa e bisognava scappare tutti, io ero il pianista che aveva appena finito di suonare e con me sentivo esserci una ragazza, i ricercati eravamo proprio noi due. Così ci coprivano con un telo di plastica blu come quelli che si usano in campeggio, tutti e due, uno per uno, a uso mantello; e mentre correvo nel (e dal) caos (erano fuochi artificiali, quelli?) onnipresente, tra me e me pensavo, ma siamo così riconoscibili con questi mantelli blu, non dovrebbero vederci eppure spicchiamo in mezzo a tutti, ci prenderanno, è così paradossale questa situazione.
E poi eravamo di nuovo in macchina, ed eravamo di nuovo al punto dove gli zingari mantenevano e curavano il loro buco rosso in mezzo alla strada, come se ci vivesse un mostro dentro o non so che, o magari come se fosse mostro esso stesso, il buco. Il buco era ancora più rosso e furioso, agitato, gli zingari ancora più arrabbiati. Non so poi che è successo.
Ecco apparire un grosso spiazzo rosso scuro, doveva essere in cotto fiorentino probabilmente, o almeno così sembrava. Questo spiazzo aveva dei contorni rialzati e si rivelava essere una scodella enorme, dentro era pieno di croccantini per gatti, o cani, è uguale. Questo spiazzo era pieno di gatti. C’era anche il mio cane che si avvicinava timoroso, tentando di mangiare qualcosa, ma gli altri gatti lo scacciavano, cioè più che altro mangiavano e non gli lasciavano (toccare) nulla. Così il mio cane si ritirava con la coda tra le gambe, come fanno tutti i cani.
Anche questi gatti erano grandi come quelli del sogno precedente, non dei giganti certo ma fuori misura sì, e a guardare bene c’erano anche quelli grigi a strisce bianche già sognati. Erano gatti dall’aria diabolica, perdonatemi il luogo comune ma è così. Tra di loro c’era anche la mia gatta, ma a grandezza normale, naturale com’è dal vero. Anch’essa mangiava, come tutti i gatti stava con tutto il corpo interamente dentro la scodella. I gatti mangiavano tutto, io li guardavo come se fossi dietro un vetro e mi inquietavano.
Uno di loro a un certo punto ha smesso di mangiare e m’è venuto vicino, era tutto nero, a pelo lungo. Mi ha guardato e ha miagolato verso di me, aggressivo, come a dire vattene.
Ho avuto paura.
Al concerto degli Xiu Xiu dell’altro giorno c’erano due che a ogni fine canzone mostravano il loro apprezzamento per il nostro (finto?) depresso duo preferito fischiando, ridendo, rumoreggiando, dispensando i loro commenti stupidi e ubriachi. Manco fossero a un concerto di Britney Spears (o meglio Jennifer Lopez, a cui i nostri beneamati hanno anche dedicato una canzone?!?) che forse gli sarebbe dispiaciuto di meno chissà, non foss’altro per il fisico (comunque debilitato dalla maternità, pare) dell’ex-vergine più famosa del globo musicale.
A gente che li invitava al silenzio i simpaticoni risposero: ma non siamo mica a una messa, qui si può parlare guagliù, però se ce lo chiedete con gentilezza ce ne possiamo pure andare.
Ma i due probabilmente ignorano che un concerto può essere più sacro di una messa, un fan più fervente di un cristiano rinato, una gentilezza tanto più immeritata quanto più la si chieda e pretenda.
Il problematico Jamie dal cinematografico nome comunque non ha certo bisogno di qualcuno che prenda le sue difese e così risponde campionando gli acuti fischi, e li dispensa a caso, di rimando a chi si sente forte del coraggio datogli dal nascondersi nel buio, variando suoni e tonalità, sorridendo per mostrare i denti, e poi allarga le braccia come a dire: ecco, faccio del mio meglio, anche a rispondervi, dovete accontentarvi, questo sono io, lo stile e l’uomo.
E dire che questa disgraziata città già qualche anno fa s’era fatta conoscere dal duo cinese (ma solo nella ragione sociale, attenzione) urlando sguaiata lì dove la cara Caralee elargiva (in) solitaria le sue emozioni cantando un “Helsabot” da brividi.
Ma quello era un altro contesto, un altro progetto, anche se l’instabilità emotiva (o quello che è) e la situazione teatrale era la stessa.
Anche l’harmonium era lo stesso, ieri sera.
Rosso, con il mantice a soffietto a vista del pubblico. Ce l’ha svelato a fine concerto la parte femminina del duo, il nome di questo strano strumento, ma sì, è una semplice fisarmonica da tavolo dietro cui lei si nasconde e mostra solo le mani, e le scarpe (uguali alle nostre).
Rispetto alla prima visione, Caralee dal rosso caschetto è un po’ ingrassata, però è rimasta simpatica come quella volta che s’infilò un naso rosso da clown (comprato a Clowne Towne?) solo per farsi una foto insieme a noi; Jamie invece sembra un po’ più vecchio, lo sguardo un po’ più triste anche quando sorride, ma la mascella squadrata e la sfumatura alta dei capelli sono rimaste le stesse. I due sono fianco a fianco, la loro postazione sonora è compatta.
Jamie suda molto durante il concerto, ma non ha neppure un asciugamano, urla e si divide (spesso in contemporanea!) tra una chitarra diavoletto nera, un rullante e un campanaccio, i pezzi di bacchetta volano pericolosamente ovunque, a un certo punto fa la sua comparsa anche un’altra fisarmonica (a bocca), e poi campanelli, tanti: davanti a Jamie fa bella mostra di sé una tavoletta auto-prodotta con vari campanelli montati sopra infatti, campanelli da bici o forse da scuola, Jamie li preme e percuote a caso. Quando suona la chitarra invece, nonostante l’approccio dilettantesco, Jamie è più preciso, gli scatti sono nervosi, ma precisi, non guarda mai il pubblico e nemmeno dice ciao. La voce è sofferente, urlata, curata dai continui gargarismi acquatici, e più che all’adorato Ian Curtis (dei Joy Division/New Order il nostro ha registrato una fenomenale cover di “Ceremony” che rimarrà negli annali!) il pensiero corre a un Morrissey (più) avant-punk, viste le innegabili sfumature liriche, e nei toni e nei testi. Caralee rifinisce il tutto con l’harmonium di cui sopra e una tastierina, e poi piatti e piattini sparsi, e pure un gong, un’arpa portatile, talvolta (“Sad Pony Guerrilla Girl”) aggiungendo una voce flebile e bellissima. Lei è tanto dolce, e alla fine ci regalerà anche un cuore a penna disegnato.
Le canzoni suonate sono poche e perlopiù pescate dal (proficuo) repertorio recente, e mancano quelle di quel disperato capolavoro degli ultimi anni che è “Knife Play”, mancano soprattutto a me certo, mentre la maggior parte del numeroso pubblico convenuto a teatro rimpiange la mancata esecuzione del sofferente electro-pop di “I Luv the Valley, OH!”. Così si attinge soprattutto agli ultimi album, non tralasciando perle perverse come “Fabulous Muscles”, e recuperando comunque il mortifero inno di “Hives Hives”.
L’impressione finale è quella del concerto già visto un paio d’anni fa, personalmente pensiamo che quella dal vivo non è esattamente la dimensione consona agli Xiu Xiu, alle sforzate urla stonate preferiamo quindi il congelamento temporale dato da un dischetto di plastica, molto più ricco in suoni e sfumature. Chi bene inizia non è sempre a metà dell’opera ma può anche darsi che sia già alla fine perché ha già dato il meglio di sé, che si sappia.
Salutiamo Jamie, e Caralee, il bottino costituito da un plettro rosa spezzato, una scaletta minima, appunti musicali (avanti) ed email informative auto-spedite (retro), un poster giallo e rosso diviso con l’altro gruppo serale.
Jamie si presenta e ci stringe la mano con sguardo chiaro e disponibile, ma causa solito imbarazzo non si sa cosa dire come al solito.
Anche la penna si rifiuta di siglare l’autografo sul rosa shocking di questi favolosi muscoli, e anche il banchetto dei dischi e/o magliette da vendere è inesistente, proprio come l’altra volta, chissà perché. Rifiuto della vile pecunia, forse?
Il poster giallo e rosso recuperato è diviso perché si riferisce anche all’altro gruppo che stasera ci ha donato le sue note: i Larsen, ovvero quattro ragazzi torinesi un po’ in sovrappeso che suonano musica pesante, ma non per questo noiosa. Due chitarre posizionate di sbieco, una batteria potente, un violino elettrico, un portatile apple, un theremin, una fisarmonica (ma a spalla, questa volta) anche qui. Il folk è quello dell’apocalisse, ascendenze metal (anche nell’estetica) sicuramente, insomma la L rovesciata non può essere niente di più diverso dalla doppia X eppure a essa è assai affine, come colonna sonora adatta a tempi come questi cioè, ed anche se le voci sono poche la disperazione è consapevole e palpabile. Se qualche sorriso scappa è solo quello duro del sarcasmo.
Dietro il gruppo dovrebbero essere proiettati dei video, ma non si vede quasi nulla.
Xiu Xiu + Larsen = XXL, doppio progetto che a fine serata (ma anche a metà) ci saluta un po’ autisticamente inoltre.
Le belle promesse melanconiche e retrò-futuristiche dell’album ascoltato sinteticamente (“¡Ciautistico!”, appunto) fanno capolino qua e là, ogni tanto, e, senza che nemmeno faccia la sua apparizione quella canzoncina cantata in un italiano rotto dalla triste Caralee che ci narra di unghie spezzate e un’improbabile fiera del rossetto, i risultati finali assomigliano ad approcci danzerecci pericolosamente protesi verso quello che mai dovrebbe essere la danza, nonché a improvvise fissità da sala prove con tanto di assoli stentati. Ma è pur giusto che sia così, e comunque l’ubriaca rimostranza fischiaiola era pur sempre una possibilità no?
Ma la domanda (a cui non vi potrà essere risposta) vera che dovreste porvi è un’altra: perché comprare il biglietto per un concerto che non si comprenderà?
Thank you, good night.
(Ovvero le uniche parole che il timido Jamie pronuncerà all’indirizzo del pubblico, che pure ha applaudito, con-passione.)

Oggi sono stato in un centro commerciale (ogni tanto vado pure a fare la spesa, certo) dove si vendeva cultura a peso, nello specifico libri. Di lato al reparto edicola/libreria c’era questo ammasso di libri ammucchiati uno sull’altro ch’era pure difficile da vederli bene, e in mezzo c’era proprio una bilancia per pesarli, una bilancia da cibo, pure un po’ sporca a dire la verità. Perplesso dalla cosa mi sono incuriosito, e l’hostess di turno (bionda e bona naturalmente, stava leggendo un libro sull’amour) se ne deve essere accorta (di questa mia perplessità) anche se avevo gli occhiali da sole messi per avere più carisma e sintomatico mistero, così mi si è avvicinata e sorridendo mi ha detto questi libri si vendono a peso, 5.50 euri al kilo (mica come l’Adelphi che per 5e50 ti vende un misero librettino striminzito). Tu pesi il libro sulla bilancia e ti esce un adesivo con peso (e relativo prezzo) del libro in questione, proprio come se stessi comprando frutta e/o verdura. Mi sono dato allo scavo.
Già avevo individuato un libro strano, quadrato, senza copertina, cioè piuttosto che titolo e foto/disegno/illustrazione c’erano delle cose scritte con una grafia molto bella e particolare sopra; libro che poi si è rivelato essere un libro fotografico di Björk, la stellina islandese, e non so perché all’inizio ho pensato che fosse un libro a edizione limitata (o fuori catalogo da anni) e io stessi per fare il colpaccio manco avessi trovato l’edizione originale di quella meraviglia che è il Codex Seraphinianus (altro che codicedavinci di quel fesso di Dan Brown!). Tanto che ero eccitato ho pensato addirittura di comprare tutte e due le copie presenti giusto per regalarne una magari (sì, ma a chi? alla prima che passa?) o di rivendere la copia in più su ebay (dice che oggi si fa così e allora volevo provare anch’io il brivido dell’immondo mercimonio speculativo). Il libro tanto per dirvi l’ho pagato 3 euro e mezzo, poi ho controllato su ibs e in originale costa poco più di 20 euro ma è scontato del 50% e non so se è esaurito però no, non ho comprato la copia in più ma ci sto ancora pensando. Ovviamente il momento che mi deciderò a tornare per comprarlo si verificheranno contemporaneamente queste tre cose: 1) sarà già stato venduto, 2) non verrà mai più ristampato e 3) raggiungerà quotazioni stellari su ebay (su cui ho già fatto anche un giro preventivo per vedere se c’è, ma non c’è). La vita va così.
E dire che a me Björk manco piace più di tanto (al test presente nel libro in questione: “Sei ossessionato da Björk?”, io probabilmente raggiungerei punti zero) e qui già sento il coro dei commentatori silenziosi urlare buuuu, non capisci un cazzo di musica, però ammetto che mi piacciono le sue collaborazioni (tra gli altri, sull’album “Vespertine” ) con i Matmos (duo elettronico/gay di cui è appena uscito il nuovo disco con il dolce Antony come ospite d’onore a quanto pare, disco del mese su Blow Up peraltro) e un suo vecchio disco (gling-gló) in cui ancora giovinetta la nostra si dilettava a cantare canzoni jazz nel suo originario idioma islandese… sono il solito snob musicale, è chiaro. Comunque non ritengo Björk totalmente da buttare (come dimenticare quel piccolo adorabile capolavoro di video-musical che è “It’s Oh So Quiet”?) non vi preoccupate (e chi si preoccupa?, penserà la maggioranza silenziosa di cui sopra), è solo che non capisco tutto questo strapparsi i capelli. Comunque.
Il libro (sfogliato mentre ascoltavo il quarto disco del magnifico cofanetto a edizione limitata “Lullabies To Violaine” dei Cocteau Twins, cofanetto che sì che sta raggiungendo quotazioni stratosferiche sul mercato dei collezionisti; però non ho ancora smesso di aspirare al monstruoso cofanetto doppio cd/dvd + libro dei Kraftwerk di cui posseggo solo il doppio dvd per adesso, ma che suoni/toni devono usare per avere tali effetti sulle mie sinapsi?) comunque è bello, pieno di foto (Araki, Mondino, Corbijn, Cunningham, Gondry eccetera eccetera), ha una sovraccoperta in simil-tessuto (mi sembra) con davanti un raccontino (appunto) e dietro una foto; l’ho parcheggiato con la parte fotografica rivolta verso il mio letto sul nuovo mobiletto quadricromo comprato(mi) da mia madre che (mi) compra le cose senza dir(mi) nulla (e io che avevo bisogno ancora di un nuovo mobile porta-cd/libri/dvd, piuttosto). Alla mia veneranda età dovrei andarmene a vivere da solo lo so, e voi pure c’avete ragione. Ma volete mettere la comodità di vivere ancora a casa dei genitori?
Così Björk mi guarda mentre dormo, ed è bellissima, come una monnalisa pop. In questa foto le sgorgano grosse lacrime verdi dagli occhi e dal naso e ha la bocca viola, magari ve la scannerizzo sì; poi c’è un’altra foto che mi piace molto: Björk è più giovane, frangetta e codini, vestita di rosa è di schiena a piedi nudi in ginocchio sul letto ma si è girata e ci guarda mentre suona quella che sembra essere una diamonica rossa in una camera tutta verdeblu nel cui unico specchio si riflette un cuore, questa non la scannerizzo perché rischierei di rovinare il libro mi spiace. Fatevi bastare la mia descrizione a perdifiato, quindi.
Poi ci sono anche un paio di foto del Kurt generazionale e di Michael Jackson, non capisco perché, e di un tizio che non so chi è, e poi le foto di una bambina che sembra proprio la figlia (???) di Björk; infine raccontini, poesiole, disegnini, saggetti, tutti con la loro brava traduzione in italiano a parte in fine di libro, su fogli gialli e sottili come quelli della bibbia. Evviva.
Ho comprato anche altri tre libri, libricini illustrati (scritti da Angela Carter, Max Jacob, Laura Esquivel) per l’infanzia in su, rispettivamente illustrati da Simona Mulazzani, Fabian Negrin, Francisco Meléndez. Favolette insomma, pagate poco più di 3 euro in tutto.
I disegni di Meléndez sono proprio belli, non so chi mi ricordano, forse Mark Ryden (di cui c’è una Björk disegnata nel libro di cui si parla in precedenza), ma adesso che ci penso assomigliano ai disegni dei wallpaper originali di “Big Fish” di Tim Burton, o forse più al tratto grottesco di un cartone animato ispirato alla metamorfosi di Franz Kafka che mi è capitato di vedere una volta.
I disegni che illustrano la storia del surrealista Jacob (la storia da cui mi aspetto di più) pure sono belli, sembrano i disegni di quel fumettista svizzero (mi pare) che graffia sul foglio nero per far uscire fuori il (di)segno bianco, magari è proprio lui, chissà.
I disegni dell’italiana sono quelli più normali al solito (però non è che mò tutte le ragazze italiane non sanno disegnare, date un’occhiata ai simpatici mamuozzi di questa mia amica, per esempio), carini ma niente di che, il libro l’ho comprato giusto perché era della stessa collana dei precedenti, anche se c’è da dire che è stato il primo che ho pensato di compare visto che parlava di un gatto che incredibilmente vive in fondo al mare: come andrà a finire?
Detto per inciso, sono tutti libri quadrati e Mondadori con il prezzo ancora in lire: che la Mondadori stia fallendo? Sarebbe la giusta punizione per non aver ancora (ri)pubblicato, a completamento dell’opera penta-galattica, “Praticamente Innocuo” di Douglas Adams nella piccola biblioteca. Bastardi forte sì, ma non è il caso di lasciarsi prendere dal panico, lo pubblicheranno un giorno, almeno spero.
Comunque no, non credo, la spiegazione più semplice è che si stampano più libri di quanti effettivamente se ne leggano. Fondi di magazzino, quindi.
Parlando di libri e Mondadori, aggiungo che stamattina sono andato in una scuola (dopo essere passato in un’altra scuola per reclamare certi soldi che mi spettavano, ma per la realizzazione di alcuni spot progresso però) per uno di quei progetti precari (per me) dove io e un’altra leggiamo dei libri invitando – come si dice – i ragazzini prima alla lettura e poi al dialogo. In precedenza ero già stato in altre scuole, scuole medie dove ragazzi e ragazze assuefatti (d)alla playstation (attenzione, non è il mezzo ma l’uso che se ne fa a essere deleterio) e allevati dal mariadecostanzo nazionale (in modo che siano pronti i più “fortunati” a diventare nuovi berluschini e i più sfortunati a rimanere irrimediabilmente delusi dall’aspirazione costantinesca/velinesca) mi guardavano inebetiti non sapendo cosa dire e/o sognare. Fa sempre tristezza accorgersi di queste giovani generazioni d’oggi definitivamente perdute.
Invece la scuola di stamattina (un direttore giovanissimo!) era una scuola elementare, una vera scuola d’élite peraltro, piena di libri e giornali (gratuiti), con mobili antichi, privata e giustamente pure cattolica, incredibile a dirsi provvista anche di ristorante e giardino. I bambini, ispirati dalla storiella zoologica letta, hanno fatto la fila (ma davvero, eh) per venire a dire la loro e parlarci del loro piccolo animaletto domestico morto chissà quando e chissà come. Però sorridevano tutti mentre ce lo raccontavano, forse per loro è ancora possibile la salvezza. Il potere dei soldi, evidentemente. Chi ce l’ha va avanti, I suppose.
Un effetto strano.
Tornato a casa, prima di mangiare patate bollite e tonno al naturale (sì, sono a dieta e vado pure in palestra con tanto d’iPod d’ordinanza, perché la prova-costume si presenta per tutti, ma per ovvie ragioni affettive non riesco a rinunciare alla cioccolata: come devo fare?), ho ricevuto via msn (ah, questi tempi moderni talvolta mi commuovono) una proposta di matrimonio (per vedere com’è, ha detto) da una mia amica australiana, così da vero casanova le ho detto di sposarci in estate in modo che lei avrebbe potuto mettersi in bikini, ma essendo lei ossessionata dalla lingerie (sei cassetti pieni ha affermato di averne) preferirebbe l’abito classico per mettere la giarrettiera e così via. Okay da gran gentiluomo quale sono farò questo sacrificio e mi adeguerò, ma il dubbio è: dove sposarsi? Australia, o Italia? E se poi m’imbarco per l’Australia, l’aereo cade e faccio la stessa fine di quei fessi di Lost?
Poi ho visto “Mio padre ha 100 anni”, il corto (registrato oggi dietro “Freaks” di Tod Browning, purtroppo cancellando per sbaglio “La Jetée” corto apocalittico di Chris Marker a cui si è ispirato Terry Gilliam per “L’esercito delle 12 scimmie”) scritto da Isabella Rossellini (a cui un po’ assomiglia la mia amica disegnatrice di cui sopra) e diretto da Guy Maddin, corto dedicato appunto a Roberto Rossellini rappresentato come un pancione parlante e per questo motivo tanto odiato (il corto, non il padre) dalla sorella della Rossellini (Bergman chi?); boh, a me il corto è piaciuto, in una fumosa e rarefatta atmosfera blanc et noir Isabella (principale se non unica interprete di tutti i personaggi, registi perlopiù) si aggira triste e spaesata parlando di Cinema e biasimando l’oblio in cui è caduto il padre. Pollice in su quindi.
Se a questo punto c’è qualcuno che ancora non si è scocciato di farsi i fatti miei ed è ancora interessato, allora questo qualcuno si merita un premio… be’, più o meno.
Domani vado a vedere (per la seconda volta) gli Xiu Xiu (suoneranno dopo, ma anche insieme, a-gli italiani Larsen, con cui daranno vita al progetto XXL che ultimamente ha pubblicato “ Ciautistico!”; forse sarà presente anche una suicide girl amica di amico!), e se non avete ancora ascoltato il loro debutto “Knife Play” il consiglio da parte mia ci sta tutto: è un disco epocale, ascoltatelo prima dei soliti cofanetti di ristampe che fioccheranno quando il cantante si sarà suicidato definitivamente! Non vi dico che genere è ché senno pensate che non vi piace e non ve lo scaricate/comprate. Sappiatemi dire cosa ne pensate.
Visto che mi trovo, consiglio pure un altro disco di uno che è già morto però (necrofili che non siete altro!), “Cure For Pain” dei Morphine, un grande gruppo fatto solo di una voce, un sassofono, un basso a due corde, una cassa e un rullante, un charleston occasionale. Il morto in questione sarebbe Mark Sandman (nomen omen!), ovvero il cantante/bassista dei Morphine (poliziotto: «perché vi chiamate morphine?», mark: «perché ci piace il dio del sonno»), signorine lettrici ascoltate la sua voce e abbiate il coraggio di dire che non è eccitante. Anni fa il povero Mark schiattò proprio in Italia, d’estate, infarto sul palco (esiste un modo migliore di morire per un musicista?) in quel di Palestrina (Lazio). E pensare che io ci stavo pure andando a quel concerto. Non li vedrò mai più, proprio come i Nirvana.
*Per quelli che non hanno colto la [cit.] del titolo: è una parafrasi della battuta più famosa de “Il padrino” di Coppola. Il padrino fa sempre offerte che non si possono rifiutare, è una cosa lapalissiana. Venerdì scorso ho visto la prima parte (3 ore e mezza filate!) di “The Godfather 1902-1959: The Complete Epic”, ovvero i 3 film della saga completa del padrino montati in ordine cronologico. Grandioso. Venerdì vedrò la seconda (e ultima?) parte. Stasera invece mi guardo “Il resto di niente” della De Lillo ispirato al romanzo omonimo di Enzo Striano da cui i 24grana hanno tratto una canzone, e poi forse “Escoriandoli” (che comunque registrerò) di Rezza (di cui con tanta passione s’è discusso su queste pagine).
Be’, direi che dopo quest’altri inutili fatti miei inutilmente riportati qui, posso alfine salutare quell’unico dei quattro gatti che avrà resistito a leggermi fino in fondo.
Ciao.
p.s.: Chissà se dopo tutto questo scrivere a tempo perso riuscirò anche a stroncare come si deve l’ultimo (scialbo e dispersivo nella sua totale inconcludenza) Bellocchio. Speriamo. Già non mi è riuscito di stroncare quella ciofeca annegata nella melassa hollywoodiana tratta dal bellissimo, lirico e disperato “Chiedi alla polvere” di John Fante (Alighieri?).
n.b.: I link messi sono casuali, non è che quelli a cui non ho dedicato un link non mi piacciono. Semplicemente non mi andava di metterli adesso, ma magari poi li aggiungo.
il nuovo film di sofia coppola, in uscita questo autunno, qui il trailer.
ancora adolescenza, ancora post-punk anni ’80, ancora kirsten dunst.
ma quanto è bella kirsten nuda che si abbandona maliziosa dietro un ventaglio?
se il popolo non ha il pane dategli delle brioche*, sì.
*nota per quelli che non sono tuttologi onniscienti (scherzo) come me o che semplicemente non ricordano quello che hanno studiato a scuola: a chi le chiedeva cosa fare per quanto riguardava il popolo francese esasperato dalla fame la giovane e ingenua regina maria antonietta rispose: “non hanno il pane? allora dategli delle brioches!”. in realtà è ritenuto inverosimile che maria antonietta abbia mai potuto pronunciare una frase del genere. io l’ho messa semplicemente come gioco di parole a doppio senso: magari se uno non ha una ragazza (il pane) può anche accontentarsi di vedere un’attrice bellissima (la brioche) sullo schermo. sì lo so, dovrei proprio fare il professore. la simpatia è quella.