Le stelle incorniciano un orizzonte troppo ampio, ma il cielo è buio, l’azzurro finito; vedi solo oscurità e paura in ciò che potrebbe essere bello. A volte la mente gioca brutta scherzi.
I pastelli a cera sarebbero quelli più adatti a disegnare una vita effettivamente sostenibile e vivibile, ma nell’era dei computer pennelli virtuali la fanno da padrone. Colori sfalsati, perché non esistono più pellicole. Eppure anche allora si interveniva sul negativo, ma non era la stessa cosa, l’intento era diverso. Passione, voglia di scoprire, di andare oltre; adesso è tutto molto più semplice, correzioni tutte uguali mirate all’omologazione, secondo un modello di mondo deciso da programmatori di computer troppo inquadrati, poco annoiati: il risultato è l’appiattimento come perfezione.
La miglioria è nell’occhio strabico di chi guarda, l’apprezzamento in quello invidioso di chi vede.
E la malattia del mondo moderno si rivela essere il sesso spinto dalla depressione, un contatto per non sentire il proprio corpo perdersi. Sì, è questo, non c’è altro. Ma nessuno ne è cosciente, l’orgasmo non lascia spazio al pensiero… è la petite mort. Ma fosse davvero così, sarebbe tutto molto più semplice. Niente più paure, solo certezze.

Capita una sera che hai vinto un biglietto per andare a un concerto, Taylor Savvy si chiama l’artista, e allora ti scarichi un po’ il disco, per prepararti a quello che vedrai, e nel caso capire se vale la pena comprarselo poi originale, questo disco; e senti il disco, e allora pensi, sì, carino, roba electro, dance, però almeno non fredda, ma quasi festaiola, e allora al concerto ci vai, perché comunque bisogna vedere quanti più concerti è possibile, per cultura, ma tuttavia in cuor tuo speri che non sia l’ennesimo “concerto” con l’elettro-performer di turno dietro l’ennesimo cacchio di apple a controllarsi la posta mentre manda le basi senza nemmeno avere la decenza di fare qualche verso o che so io.
Poi arrivi al locale, che alle undici è ancora quasi vuoto purtroppo, e già inizi a pensare bene però, sorridi, perché non solo c’è una batteria bella che montata con tanto di pad elettronici, ma c’è anche lo spazio chitarrista con tutta una serie di pedali vintage pronti all’uso, e allora pensi, dai, speriamo bene.
Eppure chi si sarebbe mai immaginato un concerto come quello di ieri sera?
Neanche gli organizzatori, questo è certo, visto che l’hanno confermato loro stessi. No perché il concerto in questione era pubblicizzato a nome Taylor Savvy, appunto, un concerto dance, appunto, dove si sarebbe potuto – dovuto – ballare, appunto; ma poi quando ti ritrovi davanti due tizi che iniziano a suonare un rockabilly tanto sfrenato e furioso, sgangherato e cialtrone, che quasi nemmeno la Blues Explosion (quando era ancora a nome Jon Spencer sigh sob) dei grandiosi tempi di “Now I Got Worry” allora più di un dubbio ti viene; e poi quando vai a chiedere lumi all’organizzatore – ma dopo c’è un altro gruppo? – e scopri che ne sa quanto te – ci avevano parlato di “accenni” rockabilly, ma noi ci aspettavamo tutt’altro concerto – cosa ti resta da fare?

Ti godi il concerto ecco quello che ti resta da fare, un concerto dove i due tizi nemmeno sanno dove stanno andando a parare probabilmente, parlottano e si guardano spesso per seguirsi a vicenda infatti, eppure continuano, come una locomotiva, chitarra-voce-batteria serve altro?
Non credo se ti accontenti di un divertimento puro e genuino, eppure più di una volta i due stupiscono, positivamente o negativamente sta a ognuno deciderlo poi, con inserti soul/funk/rap; addirittura a un certo punto metteranno su uno sfigatissimo karaoke, cantando su un cd che naturalmente e inevitabilmente risulterà danneggiato e quindi salterà, ma qual è il problema?
Si va avanti, anche se l’apatico pubblico è troppo svogliato per godersi tali chicche, si è in due a bordo palco a battere il piede e scuotere la testa, io e un altro; la tristezza infinita verrà raggiunta quando certi ragazzetti ventenni chiederanno a gran voce The Libertines, vabbè, chi cresce a mtv e radiodeejay non si merita concerti del genere.
Il concerto comunque scorre alla grande, nonostante la freddezza del pubblico, chissenefrega, e forse l’ampiezza del locale penalizza i due, ma ancora: chissenefrega? Fosse durato ancora di più, certo io non mi sarei lamentato.
Però a fine concerto, un dubbio permane: che fine ha fatto Taylor Savvy?
Sarà il batterista nerd, magrissimo e quasi sosia sputato del mitico regista John Waters con aggiunta di cravatta e guanti borchiati o, al contrario, il chitarrista in scarpe da ginnastica e nero giubbotto di pelle, basette e capelli rock’n’roll alla Elvis Presley?
E così, per sciogliere l’enigma kaisersosiano, ti avvicini al batterista, l’unico a uscire sul palco dopo, e mentre gli chiedi se ha un disco da venderti – perché siete stati grandi – e purtroppo non ce l’hanno, gli dici anche che mica te lo aspettavi un concerto così, che avevi sentito il disco e tutto questo rock’n’roll non l’avevi mica notato, ma è stato molto meglio così comunque, e lui, I’m Taylor Savvy!, dice, ridendo dispettoso… ma poi vai su googleimmagini e scopri che il vero Taylor Savvy è il chitarrista, lo stesso che aveva presentato una canzone del concerto come una scritta dal suo caro amico Taylor Savvy!??!?!?
Ma alla fine, cosa cambia?
Signore e signori, questi erano The SpanKings (che sta per “le sculacciate”, come ha premura di illustrarci il batterista) ebbene sì, ecco il nome del gruppo (disco in uscita a maggio, teneteli a portata d’orecchio!), e probabilmente loro sono stati molto ma molto meglio di questo fantomatico Taylor Savvy, lasciatemelo dire, scusate.
Rock’n’Roll!!!
È stato ristampato dalla Domino l’album capolavoro dei Neutral Milk Hotel “In The Aeroplane Over The Sea”, uscito nel 1998 era da parecchio ormai introvabile. Voi non dovete mica ascoltarlo perché io penso che sia un disco bellissimo ma, semplicemente, ascoltatelo se pensate che il vostro cuore possa ancora emozionarsi con un disco, di questi tempi di plastica e marketting (sic).
È un po’ come se Syd Barrett l’avesse fatta finita con gli acidi e, scopertosi fervente cristiano, avesse ricominciato a suonare insieme ai Beatles di Sgt. Pepper ma senza megaproduzione e virati folk, però.
Se poi siete di quelli che vi servono pareri più “autorevoli” di quello di un umile blogger, eccovi serviti con quelli riportati sulla retrocopertina del disco in questione:
“When I first started driving, In The Aeroplane Over The Sea was the only cassette I had in my Ford Fiesta for two years. It is amazing. Friendships can be gauged on the mutual love of Neutral Milk Hotel.”
Bob Hardy, Franz Ferdinand
“In The Aeroplane Over The Sea is one of the most completely inspiring rock records I’ve ever heard… everytime I finish to listening to it I feel like I’ve lived through something I’ll never quite understand, something really big.”
Ben Reed Parry, The Arcade Fire
“In The Aeroplane Over The Sea is absolutely the most inspiring album, lirycally, that I have ever heard. The first time I heard King Of Carrot Flowers I had intense goosebumps. Jeff Mangum’s lyrics are the closest anyone has ever come to putting my dreams into music. I don’t know what else to say, other than this is the one album I would take on a deserted island if I had only one choice.”
Boom Bip
“One of the few ‘indie’ rock records that I would consider to be a classic. Lyrically – complex and gruesome. Musically – simple and sweet melodic. It gets under your skin and stays there permanently. A devastating record from beginning to end.”
********** 10 stars
Andy Broder, Fog
Canzoni consigliate: tutte.
And one day we will die
And our ashes will fly from the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I'm keeping here with me
As we would lay and learn what each other's bodies were for
And this is the room
One afternoon I knew I could love you
And from above you how I sank into your soul
Into that secret place where no one dares to go
Goldaline my dear
We will fold and freeze together
Far away from here
There is sun and spring and green forever
But now we move to feel
For ourselves inside some stranger's stomach
Place your body here
Let your skin begin to blend itself with mine
per quelli che possono festeggiarlo non dovrebbe essere necessario festeggiarlo.
"autoportrait au nu mort" (man ray)
Ieri vado a fare il test d’ammissione al blasonato istituto di lingua inglese di cui parlo qui, entro e insieme a me ci sono due bambine a fare il test, fa un po’ strano, però l’insegnante madrelingua, una corpulenta inglese oltre la mezza età dal naso schiacciato, occhi azzurri e capelli color paglia smorta, subito provvede a mettermi a mio agio propinandomi – dopo che gli ho comunicato il mio livello d’inglese – un test semplice ma anche un test avanzato.
Finisco il test in una mezzora e la tizia prende a correggere il tutto, fa leggere a me le risposte giuste così nel caso controlla anche la mia pronuncia, finiamo subito; chiacchieriamo un po’ (in inglese) e la tizia conclude, no Lucio tu non hai bisogno di questi corsi, io ti consiglio questo corso avanzato (che costa pure MOLTO di meno, eh) che serve proprio a quello che cerchi tu, migliora (“improve”) le tue capacità di conversazione… non sarebbe giusto farti iscrivere a uno degli altri corsi… però non so se questo è partito, chiama lunedì… è stata davvero gentilissima.
Tutto è bene quel che finisce bene!
Il simpatico consulente della scuola di inglese di cui parlo al post precedente mi ha chiamato stamattina!
Ciao Lucio, sono G. della scuola di inglese… allora che hai deciso?, mi ha chiesto, al che io, ah sì sì… no, senti sono ancora indeciso, non ho ancora deciso niente… e lui, dopo qualche secondo di silenzio imbarazzato (rabbioso?), ha continuato, senti Lucio, ma dimmi una cosa, che ci sei venuto a fare alla scuola l’altro giorno, no perché la tua presenza qui m’è sembrata un po’ strana… ahahah che sia capitato per caso su questo blog o abbia realizzato quello che gli ho detto al colloquio!??!?!?
Secco, e anche un po’ infastidito, ho risposto, sono venuto a chiedere informazioni… (ancora silenzio imbarazzato da parte sua, ma io ho detto la verità) …comunque se decido ti faccio sapere, e ho attaccato.
Cose da pazzi!
Ieri notte ho sognato i Kraftwerk, erano a casa mia, nella mia stanzetta. C’era anche altra gente, come se i Kraftwerk (i due più anziani) fossero lì per una presentazione o visita, e la cosa fosse aperta al pubblico. La mia camera era uguale a com’è adesso, solo che c’erano degli elementi estranei, degli oggetti di arredamento di stile medioevale/barocco che mio fratello, mentre giocava a playstation, diceva di aver comprato non so dove, su una bancarella. Nell’insieme spiccava un uccello di ferro dalle lunghe penne blu poggiato sul televisore, una specie di pavone.
A un certo punto un ragazzo si lamentava di non riuscire a trovare i vecchi album dei Kraftwerk, proprio i primi, quelli omonimi, e allora io tutto contento dicevo a uno dei Kraftwerk (curiosamente somigliante a Ian Holm versione Jack lo Squartatore), ma guarda che io ce l’ho, e quindi tutto orgoglioso mostravo il mio cd di mp3 (realmente esistente) con la discografia completa (tedesca e inglese) dei Kraftwerk (di cui però ancora desidero ardentemente il doppio cofanetto cd/dvd live), e forse il Kraftwerk in questione era un po’ imbarazzato dalla cosa, chiaro, e allora io continuavo, ma guarda che ho anche gli originali, e sorridendo iniziavo a scavare tra le mie pile di cd intralciato dalle piume azzurre di cui sopra fino a ricordare che in realtà io di disco originale ne ho solo uno: The Man-Machine; è che aspetto le ristampe con tanto di bonus track. La scena finiva qui.
Mentre in mattinata sono andato a chiedere informazioni riguardo eventuali corsi di conversazione inglese, così, giusto per sgranchirmi un po’ la lingua. La prima scuola sulla lista è sita in Piazza Vanvitelli, questi tizi mi avevano già chiamato circa due anni fa, per una fantomatica borsa di studio assegnatami, ma allora si trattava di corsi di computer; sì, perché i tizi si occupano di inglese e di informatica, come esige il fantastico mondo moderno in cui viviamo.
Dopo una piccola attesa vengo introdotto nell’ufficio del consulente di turno, qualche anno in più di me, sovrappeso, pelato, ma già sposato. Carta e penna alla mano il tizio inizia a spiegarmi il loro metodo – esercizi al computer, insegnante madrelingua, conversazioni guidate – totalmente indifferente al mio curriculum in campo linguistico non del tutto inesistente se proprio vogliamo essere sinceri. Il tizio mi propina un piccolo test standard per testare la mia conoscenza della lingua inglese e pur rispondendo correttamente a tutte le domande il Sistema mi dice lo stesso che ho bisogno (di pagare per) altri cinque livelli di apprendimento, ma guarda un po’.
L’incontro dura un’oretta, con il consulente che si mostra affabile, gentile e preciso nel suo lavoro, ovviamente per quanto può essere affabile, gentile e preciso un venditore che utilizza una tecnica di vendita studiata a tavolino. Addirittura mi fa fare una visita guidata della scuola, anche se ricordo che l’altra sede in cui ero stato (sita al Corso Umberto, dichiarata poi inagibile) era molto più bella causa enorme cupola di vetro a sovrastare gli studenti.
Tuttavia la gentilezza del tizio dura fino al momento della (non-)conclusione dell’affare naturalmente, si tratta di lavoro e se la vendita non va in porto non si è mica tenuti a essere gentili; finita la presentazione il tizio infatti freme, allora accetti? condizioni così non le trovi da nessuna parte… Le vantaggiose condizioni sarebbero l’accesso dalle 9 alle 21, 6 giorni su 7, la (fantomatica) borsa di studio riservata in via del tutto straordinaria (proprio come due anni fa?!?) a studenti universitari e/o disoccupati, il pagamento dilazionato in comode rate mensili, un certificato di garanzia del raggiungimento del risultato (a mo’ di contratto con gli italiani).
Non avendo nessuna intenzione di firmare alcun contratto accenno timidamente, questa è la prima scuola a cui vengo, io sono abituato a fare confronti prima di prendere delle decisioni sai, sono un tipo un po’ indeciso, non sono nemmeno convinto di fare il corso (che mi serva passare due anni e mezzo così, cioè) anche se, certo, la vostra scuola mi sembra molto buona… Al che il preparato consulente, arretrando sulla sedia a rotelle, strabuzza gli occhi e inizia a guardarmi come se fossi uno che non ci sta con la testa a rifiutare un’offerta del genere. Ma scusa che hai da pensare, incalza, noi siamo i migliori, il nostro metodo è garantito, le altre scuole non sono buone… Ma, vedendo che io non mi smuovo dal mio non voler firmare, aspetta un attimo, continua poi, vado a vedere che dice la direttrice, e mi lascia da solo, illudendosi che le sue patetiche tecniche di pressione psicologica possano avere un qualche effetto di sorta su di me.
Tornato dopo poco più di cinque minuti, inizia di nuovo a guardarmi con uno sguardo come a dire, sei pietoso a non accettare subito la nostra fantastica offerta… Ma dopo un po’ (finalmente) capisce che non c’è niente da fare, voglio andare a informarmi in altre scuole, e allora si alza e mentre mi stringe la mano allo stesso tempo mi mostra la porta; posso prendere gli appunti con i prezzi e il metodo e tutto, faccio io, così ci penso meglio, e lui, e no, che te li prendi a fare, mi stai chiedendo di riservarti l’offerta straordinaria, mica posso, non sarebbe corretto nei confronti degli altri, ciao, nel caso chiamami in giornata, vedrò quello che posso fare.
Complimenti per la gentilezza, e tanti saluti alle tue simpatiche tecniche da venditore perfetto.
Passo anche al più blasonato istituto di lingua inglese della città, in Via Morghen, lì sì che ci tengono alla diffusione della cultura inglese: quattro mesi costano quanto un anno della precedente scuola e per fare il test d’ingresso bisogna prendere un appuntamento…
Poi all’uscita della metropolitana, un cane inizia a seguirmi, dopo un po’ mi accorgo che mi sta annusando la gamba ed è proprio deciso a venire a casa con me, chissà perché.
Lo scaccio gentilmente, facendogli capire che non ha niente da aspettarsi da uno come me che già ha un cane e una gatta da trascurare.
Al semaforo di Via Bakù invece aziono subito i tergicristalli, in modo che il lavavetri di turno non si metta all’opera pretendendo poi l’obolo. Però il ragazzo mi viene accanto, dal lato guidatore, inizia a parlarmi, proprio a me, con il finestrino chiuso e le cuffiette negli orecchi, che non lo degno nemmeno di un’occhiata.
Apro il finestrino, libero un orecchio, gli do 20 centesimi raccattati nel portaoggetti, guarda ho solo questo, tieni, ma riprenditi i fazzoletti, lui sorride, felice, una ventina d’anni e tutti i denti cariati, no, ma quando mai, tu grande amico mio, mi hai fregato, la prossima volta che passi mi dai qualcosa di più però eh?
Arrivato a casa, i miei genitori litigano con me colpevole solo del fatto di non avere come amico (pure intimo) tale Maurizio che aveva telefonato in mattinata chiedendo di me e del mio lavoro; io dico, ma voi non dite sempre che uno deve prendere bene le telefonate, nome e cognome, io a questo non lo conosco, e così subito partono gli strilli, ma come questo sembrava proprio amico tuo, ti conosceva, adesso vuoi fare tu la predica a noi, così ammutolisco e mi ritiro, solo, nella mia cameretta, davanti al computer, a scrivere.