granelli

dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole.

eccoci

Blogger: sand
e quando mi addormento le persone della mia vita mi scivolano accanto e si chinano sul letto e aprono le loro teste e mi lasciano guardare dentro e quando mi risveglio cerco di chiedere loro perché ma non c'è nessuno a rispondere e quando mi addormento gli oggetti della mia casa si muovono lentamente verso di me e mi sussurrano nomi segreti e nomi che di solito nascondono e quando mi sveglio cerco di annotarmeli ma i veri nomi sono come sabbia mi scivolano tra le dita e tutte le notti insonni e tutte le pecore contate e tutte le piccole morti e tutti gli ultimi respiri e tutte le stupidate lette detriti nella mia testa e visto che sono certo di non stare più sognando me ne sogno un altro po'

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misteri

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soddisfazioni

hanno letto queste pagine *loading* persone!!!

 
domenica, 25 dicembre 2005
pancetta saluta tutti.

telegrafato da sand alle 20:26 | link | commenti (12) |
immagini, vita, fotografare, estemporanea

mercoledì, 21 dicembre 2005
quando il critico non capisce (niente) scrive pure male.

telegrafato da sand alle 10:56 | link | commenti (17) |
leggere, scemenze, estemporanea, saudade, scansioni

domenica, 18 dicembre 2005
(i disegni di un) pazienza (infinito).

 

telegrafato da sand alle 17:47 | link | commenti (5) |
vita, arte, fumetti, leggere, estemporanea, dementia

martedì, 13 dicembre 2005
illuminazioni. (o anche: la terza via.)

«Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere. Quasi nemmeno ci rendiamo conto delle nostre tacite obbedienze e automatiche sottomissioni, ma ce le possono scoprire, dandoci un orrore salutare, i momenti di spassionata osservazione, quando scatta il dono di chiaroveggenza e libertà e per l’istante si è padroni, il destino sta svelato nello sguardo.
Per mantenersi in questo stato occorre non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare; si raccolgono i dati, si dispongono nell’ordine opportuno e, al di là dei recinti dove si sta rinchiusi, si spalanca l’immensa distesa del possibile».
 
 
(elémire zolla)

 

telegrafato da sand alle 21:27 | link | commenti (8) |
immagini, arte, leggere, estemporanea, verità, saudade

lunedì, 12 dicembre 2005
Sick Days Are Upon Us Now. (Kill The Vultures@Napoli_8/12/2005)

Quello che impasta le musiche se ne sta appollaiato su un tavolo di plastica bianca, una cosa che probabilmente è un campionatore tra le gambe, modello minimoog (magari), di quelli con una piccola tastiera pare, poggiato su un ripiano di legno antico. La sua faccia è quella di un giovane Martin Sheen o, meglio, di un ancora splendente James Dean: i capelli lisciati all’indietro dalla gelatina, la canottiera bianca di un qualsiasi ragazzo americano alle prese con una torrida estate (interiore). Ha gli occhi chiusi, e le cuffie sulle orecchie, ogni tanto preme (dei tasti) sullo strano strumento argentato, sembra quasi che lo faccia svogliatamente, ma in realtà la precisione di quello che suona è estrema. Linee di basso profonde, sotterranee, che scavano come metropolitane nel fondo dei corpi di chi è lì ad assistere, e poi rumori effetto neve, distorsioni, trombe che spuntano dal nulla, batterie meccaniche, ferraglia urbana (e non) assortita.
 
Intorno a lui tre figuri camminano curvi, tre microfoni stuprati, abusati, sconfitti; l’idioma è americano, ma l’impressione è quella di avere il mondo intero, questa sera, su questo palco: nell’oscurità si intravedono colori arabi, tratti orientali, occhiali da nerd.
Ognuno di loro ha un’inflessione diversa, le voci sono basse, profonde, rabbiose, strascicate, filtrate, sputate, sbavate, urlate; sotto luci rosse i tre si spingono e si avvicendano, si danno il cambio, a turno si prendono il diritto di parola.
Uno di loro poi si toglie le scarpe, ed è lo stesso che di lì a poco se la prenderà con il microfono, come se non fosse abbastanza adatto a lui, come se non fosse abbastanza, per lui.
Un altro è quello con il rappato più preciso, più attento all’ortodossia hip-hop, il cappello calato sugli occhi, scende tra di noi a coinvolgerci, e riceve pure la sua brava canzoncina di buon compleanno.
L’ultimo si aggira nervoso, sembra avere problemi con il microfono pure lui, ma declama le sue rime calmo, spiega discorsi, come per farci capire, metterci al corrente di quello che sta succedendo qui e adesso.
 
Perché stasera le parole sono tante, è un concerto rap questo, anzi questo è hip-hop, tre microfoni e un campionatore: è tutto ciò che serve da portarsi in giro e fare musica. Strumenti piegati al volere di persone che sanno cosa vogliono: sono giovanissimi questi Kill The Vultures eppure sono qui in giro per l’Italia a portarci la loro musica, c’è da pensarci su questo, e pure molto.
Quello che dicono è incomprensibile ai più, le basi scurissime quasi in modo inquietante, questa è musica che nella sua sporcizia morbosa di certo non è così accessibile, è il suono della metropoli più dannata questo, eppure la folla a ridosso del palco è tanta: spettatori casuali che magari non ci penseranno nemmeno, a comprare il disco, ascoltatori che mai più ascolteranno queste canzoni, è più che probabile, però di sicuro nella loro mente resteranno le immagini e i suoni di questo concerto: movimenti scomposti, suoni taglienti, voci perenni… e poi sullo sfondo proiezioni di videogiochi frenetici, traffico notturno, edifici che crollano.
 
 
A fine serata breakdance spontanee nasceranno tra il pubblico napoletano, atletici b-boys e fly-girls su tacchi a spillo, mentre gli americani guardano e scattano qualche foto; infine loro, i musicisti, si siedono sui divanetti, appartati, stanchi, spossati, sorseggiano acqua minerale, tranquilli come può essere solo chi sa di non aver sprecato un’altra giornata della propria vita.
 
 
 
Ammazzate tutti gli avvoltoi ora, adesso, subito.

telegrafato da sand alle 13:13 | link | commenti (3) |
musica, immagini, scrivere, tecnologia, concerti, napoli

venerdì, 09 dicembre 2005
superguapo was born into the world.

my bird sings.

telegrafato da sand alle 12:23 | link | commenti (4) |
musica, concerti, scalette, scansioni

mercoledì, 07 dicembre 2005
amore. (un micro-racconto)

Per anni aveva tenuto sospeso sull’acqua un suicida. Ora le forze stavano per mancarle, così si sedette e si tenne le orecchie.
 
(Peter Bichsel)

telegrafato da sand alle 20:16 | link | commenti (2) |
leggere, fortuna, estemporanea, verità

venerdì, 02 dicembre 2005
L'avanguardista non intellettuale esiste? (RezzaMastrella_Fotofinish@Napoli_29/11/2005)

Antonio Rezza infine cala come un pazzo tra il pubblico, fiondandosi ad abbrancare la mia consapevole amica sedutasi inutilmente in fondo alla platea per sfuggire alle grinfie dell’esagitato e stralunato spilungone; in effetti lei è assai bellina e lui avrà pensato: quando mi ricapiterà un’occasione così?
E così ecco il pubblico tutto trascinato e disteso a forza sul palco, chi vittima chi carnefice, a torso nudo i poliziotti vestiti i morti. Rezza con tutte le sue faccette/vocette e il suo muto compare Armando Novara (il vero eversivo, confesserà poi lo stesso Rezza: ma è così al naturale o è sotto l’effetto di qualcosa?), finti gay per tutto lo spettacolo, scoprono e mostrano la loro vera natura quando un nuovo universo si apre a loro: il culo femminile… e allora giù precise carezze, senz’alcun inutile pudore.
 
È teatro questo? Spettacolo, o bassa libidine?
Il dubbio viene, ed è lecito che venga.
A fine spettacolo Rezza non farà che ripetere guardate che io ho dei problemi, vedete come passo io le mie serate a 39 anni, e il sipario cala sulle parole ma non ve ne eravate accorti prima?
Ma come si fa ad accorgersi di un qualcosa di cui si è (ancora) vergini?
 
Lo spettacolo è surreale all’inizio, storie (a volte quasi barzellette) che vanno a sovrapporsi e incastrarsi l’una sull’altra grazie alla duttilità della parola e del corpo: non c’è soluzione logica di continuità, eppure il divertimento c’è perché è l’assurdo a divertire, l’assurdo di questa vita rappresentata in cui si passa dall’ufficio allo psichiatra e poi dall’ortopedico alla palestra senza nessun problema, anzi con gioiosa spensieratezza, benché un mutuo eterno gravi sulle spalle (di noi tutti).
 
E poi un fotografo che fotografa dita e facce ricoperte da mani, un bambino che vince biciclette impossibili e a quattro anni già spera in un infarto che gli porti la pace necessaria, grottesche suore impegnate in una dissacrante (?) corsa, un simpatico cane schizofrenico, un amante che offre al collega pomodori pachino intinti nel proprio sudore, un politicante che parla di improbabili (ma anche no) cittadini crocifissi uno alla volta però ché sennò scatta la multa, un non ben identificato tizio che spiega la differenza tra film erotico e film porno, una ragazza che rivelerà ben altra natura nel calendario ormai oggigiorno d’ordinanza.
 
E poi, ancora, le sghembe e bislacche sculture di Flavia Mastrella che beffardamente diventano di volta in volta ospedali, case di campagna, torri gemelle, modello base di nazioni unite. È l’artificio magico del teatro, la sospensione suprema del dubbio: credere a quello che non c’è.
Rezza riesce nel suo intento (dichiarato), riesce a confonderci, Rezza (ci) fa ridere, ma la sua è una presa in giro: veramente voi credete a queste cose, dirà in fine di spettacolo, non si sa se più con cattiveria o con pietà.
Perché il pubblico (senza tener conto dei tanto odiati e vituperati giornalisti) per Rezza è malato, ma soprattutto paziente da guarire, se non addirittura già irrecuperabile cadavere: lui è di volta in volta medico, cura, aguzzino, dittatore.
 
Eccolo allora a dirigere – controllare –  questo pubblico: lo spoglia, lo lecca, lo imbocca, lo deride, lo minaccia, lo deruba, lo smanaccia, lo percuote, lo violenta. Se il pubblico non vuole sottomettersi, allora il pubblico ha dei problemi, il pubblico è morto. Ma è troppo semplice dire così.
La realtà è che pian piano lo spettacolo va sfrangiandosi, sfilacciandosi, cercando a tutti i costi il contatto con un timido quanto più o meno recalcitrante pubblico paradossalmente questo spettacolo rallenta e diventa immobile indebolendosi lì dove si fa soprattutto improvvisazione: non si ride più, anzi non ci si diverte più, ed è inutile lamentarsi, la tensione (l’ansia) dello show cala assalendo e accumulandosi sul povero spettatore che a un certo punto inizia a preoccuparsi solo di cosa tenterà di fargli il nudissimo satiro Rezza.
 
Seguono quindi fucilazioni sommarie, botti sparsi, duri sarcasmi, palpamenti gratuiti… È, questo, il teatro della crudeltà di cui parlava Antonin Artaud?
Confessiamo la nostra ignoranza in materia e quindi non ci pronunciamo in merito, ma a essere sinceri non era proprio questa la libertà che ci aspettavamo dal seppur interessante e geniale spettacolo di questo finto (è fin troppo lucido, in realtà) decerebrato.
 
L’impressione finale è quella di un superego narcisista e strabordante, dittat(t)oriale, arrogante e presuntuoso*, Rezza è un attore (un performer!?) che promette libertà agli astanti, ma quello che (non) regala è solo autogratificazione personale: Rezza è un tiranno che usa il (proprio) pubblico per i suoi più o meno infimi scopi, perché la verità è che la (sua) guarigione non può che avvenire se non con e attraverso gli altri, sta poi a ognuno di noi la decisione di farsi usare o no… Ma d’altronde è chiaro che nessuno vieta allo spettatore di usare lui stesso e per i propri scopi le continue provocazioni di Rezza, e forse è proprio quello che lui vuole e si aspetta.
 
Perché un tiranno, è qui il triste inganno, non è niente senza gli altri, ne ha bisogno, che questi altri siano spettatori o votanti non cambia nulla; e il contraddittorio Rezza è un tiranno che si mostra in tutta la sua debolezza e solitudine nel momento in cui, atteggiandosi a grande rockstar o atleta vincitore, torna a raccogliere applausi alla fine dello spettacolo (momento di massimo disvelamento, come si è potuto ben capire) e conclude, sapendo magnanimamente di farci un favore: e la prossima volta riempitelo, ‘sto cazzo di teatro.
 
 
 
 


*Come del resto Rezza ha ampiamente dimostrato durante la presentazione della sua ultima fatica letteraria alla FNAC, dove si è rifiutato di mettere in scena la performance prevista affermando che lui non spreca le sue energie per un pubblico (così) esiguo.

telegrafato da sand alle 13:08 | link | commenti (29) |
immagini, scrivere, arte, teatro, napoli, fortuna, estemporanea