Surprisingly when I put on one of his early records strangely I find I know all the lyrics and remember the repetitive listening sessions, painting in my bedroom, getting stoned and feeling my own teenage hormone driven desolation row. Meanwhile the sun was shining brightly outside in our the clean and well landscaped West L.A. neighborhood. Hippie phrases like, "Be Free", "Life's a Groove" and "Turn On, Tune In, Drop Out" were all easier said then done, especially if you were fifteen or sixteen and weren't quite sure about anything in yr life, much less the cultural evolution. That's why Bob Dylan was such a comfort. He was on the outside looking all around. Not really a joiner, more a poet. Maybe also, depressive and little passive aggressive? Huh what do you think?

La giornata finisce con una visita alla
Biennale dei Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo, tra una marea di adolescenti vocianti e artisti della vecchia guardia che ci provano con quelli della
nuova, e la visione casalinga del magnifico
Chinatown di Polanski, dove uno spiritato Roman taglia il naso al detective Nicholson.
Ci proteggiamo
in modo indifeso. Attorcigliamo il significato
intorno al significato e guardiamo nelle lontananze
del nostro occhio. Ciò che non c’è
ci appartiene. Siamo proprio vicini.
Lo scrive Peter Waterhouse, sulla quarta della sua raccolta poetica “Fiori”, comprata a 1 euro su una bancarella, sulla fiducia per la collana Donzelli.
Quella collana color avorio, con quegli strani segni in copertina.
Waterhouse anche lui nato tedesco e adottato americano, come scopro in seguito.
Così lontano, così vicino.
I jeans di Wim Wenders sono rotti proprio nello stesso punto in cui (si) sono rotti i miei, allo stesso modo. Nello stesso punto e allo stesso modo di chiunque compri un paio di Levi’s e li lasci così come li ha comprati, in verità. È che li fanno molto lunghi e allora se a uno non piace tagliarli e fare delle pieghe molto ordinate, col tempo finiranno per rovinarsi a causa del logorio dovuto al troppo camminare. Vanno sotto le scarpe, e sono pure un po’ fastidiosi. Però sono belli così. La cosa strana è che i jeans di Wenders sembrano abbastanza nuovi, mica come i miei.
Io poi ho finito per tagliare i pezzi di jeans in più, erano diventati abbastanza anti-estetici e comunque rischiavo di inciamparci, chissà se lui lo farà. Adesso il mio jeans è tutto sfrangiato, sfilacciato.
Anche le sue Converse blu sono proprio come le mie, ma anche queste sono molto più nuove.
Wenders è venuto qui a Napoli a ritirare il Premium Extraordinarium degli Annali dell’Architettura e a presentare, incidentalmente, il suo ultimo film: “Don’t come Knocking” (Non bussare alla mia porta). La locandina del film illustra, come nei quadri di Hopper, una scena metropolitana il cui protagonista è un unico lonesome cowboy; il mio amico fotografo insiste a dire che si tratta di una foto “polarizzata”, ma a me sembra proprio un quadro.
Wenders dice che con questo film voleva catturare quel senso di estraniamento e solitudine che ha sempre trovato in Hopper, ma non ci riusciva, non riusciva a capire come fare. In realtà lui non dice “senso di estraniamento e solitudine”, mi pare, usa un’altra parola che non riesco a ricordare.
La locandina esprime molto bene questo senso di [immaginare qui la parola che non riesco a ricordare], a mio parere: nell’economia dell’immagine il cowboy è posizionato centralmente, appoggiato di schiena contro un palo della luce il cappello calato sul viso, e tutto intorno a lui è il vuoto.
Cioè, i palazzi ci sono pure, c’è anche un bar, ma il paesaggio (il landscape) è completamente vuoto.
Il segreto di questo sentimento è che nei quadri di Hopper non c’è mai separazione tra interno ed esterno: sui vetri dipinti non ci sono mai riflessi, fateci caso, è vero.
Così ha scoperto Wenders a cui, grazie al suo direttore della fotografia, è bastato usare un filtro “polarizzatore” (e qui torniamo al discorso del mio amico) piuttosto che distruggere tutte le finestre presenti nel film.
Un film che parla di vuoti, di luoghi: la storia della più grande città fantasma degli Stati Uniti probabilmente, che prima non era altro che la più grande città degli Stati Uniti. Ecco, il vuoto. Libertà, o inquietudine? Horror vacui, o horror pleni?
A ognuno la sua risposta.
Wenders dice che lui si sente libero a viaggiare, a stare in luoghi diversi, la sua casa d’origine gli è data dalla lingua madre (il tedesco), ma la sua vera casa è sulla strada e proprio per questo, aggiunge, lui soffre di nostalgia di casa (homesick, usa questo vocabolo) ovunque: è perché è la sua casa a essere ovunque.
Può sembrare un discorso contraddittorio, però è un discorso che fila molto bene invero.
Tokyo, San Francisco, Berlino, Lisbona… sei stato ovunque, e ovunque senti nostalgia di questi luoghi. A 28 anni, che lui aveva già girato 3-4 film, rimase folgorato da un film di Ozu, “Viaggio a Tokyo”, quindi si procurò tutti i film di Ozu disponibili in America, e poi partì per andare a vedere tutti gli altri, certo… andò proprio a Tokyo.
Chi ha bisogno della lingua, quando hai immagini così potenti.
Invece probabilmente noi, al giorno d’oggi, accenderemmo il computer e via a scaricare l’intera filmografia di Wim Wenders (che io giusto quei 3-4 film avrò visto, poi).
Altro che viaggiare.
Parla pure di questo Wenders, dei computer e del digitale, rispondendo a un ragazzo di Scienze della Comunicazione (la laurea barzelletta dei giorni nostri, ahimè) che gli chiedeva dei digital landscapes. Dice che il fatto che un ragazzo passi tutto il tempo davanti al computer, usufruendo sempre di un’esperienza mediata, digitale, falsata, piuttosto che di un’esperienza reale, lo inquieta e lo intristisce.
Al cinema, il primo uso del digitale è stato quello di riprodurre esplosioni e violenza, e questo può sembrare pure un discorso retorico e moralista, ma non lo è, perché è un discorso sincero.
Wenders dice che quando, come tutti noi, ha visto crollare le torri gemelle in televisione, gli sono tornate subito alla mente le immagini di tutti i film (quattro, cinque) in cui aveva visto il World Trade Center distrutto… e infatti quanti di noi, mentre vedevano quello che è successo l’11 settembre 2001, hanno pensato “È come un film?” Quanti lo hanno scritto?
Il digitale finisce per rendere irreale ciò che è reale, e viceversa.
Altre domande riguardano soprattutto l’architettura e l’anima dei luoghi, visto che a invitare Wenders è stata proprio la Facoltà di Architettura di Napoli dell’Università Federico II (“Federico Fellini? Ma non capisco quel ‘Secondo’… Lui è unico!”, chiede un sorridente Wenders per rompere il ghiaccio), e Wenders ribadisce il suo amore per luoghi aperti e architetture vuote… Spazi ampi che nascano all’interno di una città e la rendano libera, a questo dovrebbero pensare gli architetti di oggi.
Suggestiva la risposta data riguardo al suo rapporto con la musica, anche qui torna il concetto di “vuoto”: per Wenders la musica è il vuoto tra gli elementi, la libertà desiderata tra le righe, il vento che soffia tra gli spazi lasciati tra le immagini.
E suggestivi sono anche i ricordi d’infanzia (“When I was a little boy…”, la formula – quasi magica, per i mondi che dischiude – usata per cominciare un paio di risposte) del Wenders bambino: una nonna senza la possibilità di una vita autonoma dato che era costretta a leggere per lui di continuo, un padre che riempiva casa di riviste d’architettura perché il suo sogno era costruire una casa tutta per loro.
I baroni dell’intellighenzia locale si distinguono per domande stupide e senza né capo né coda tra cui c’è una domanda (che sicuramente resterà negli annali dell’università napoletana) sulle aquile come immagine topica della filmografia wendersiana, domanda alla quale uno stupito e divertito Wenders non può far altro che rispondere “Dove ha visto tutte queste aquile?!” scatenando l’ilarità generale (così si fa!); ma il migliore è sicuramente il “magnifico” rettore Trombetti (niente scherzi, si chiama proprio così) che invita a una maggiore sintesi non solo per quanto riguarda le domande ma anche per le risposte (!!!), intimando al regista di rispondere in modo cumulativo a più domande: complimenti per l’educazione!
La classe, e la disponibilità, di Wenders sta nel darsi, umile e modesto, per oltre due ore, in modo generoso, tentando di rispondere anche alle domande più insensate (che ne può sapere lui dei problemi socio-politici di Napoli?), e fregandosene dei tempi imposti dal “magnifico” a cui manda anche un’ironica frecciatina, magnifico rettore che alla fine avrà anche la faccia tosta di dire che “Il signor Wenders è stanco, bisogna finire”, quando in realtà Wenders avrebbe continuato più che volentieri, visto che ha firmato autografi per più di un’ora, facendo anche dei disegnini meritatissimi a chi gli presentava il proprio blocchetto di schizzi che un curioso Wenders non mancava di sfogliare.
Il mio feticismo viene soddisfatto, invece, da un semplice autografo (sicuramente ispiratore per gli anni a venire), ma con il mio nome però, tant’è.
La prossima volta sarà meglio portarsi un quadernetto personale quindi, ma più che altro per prendere appunti però… ché le cose interessanti di cui ha parlato il regista tedesco sono state davvero tante.
Questo è il semplice risultato della mia limitata memoria.
Impressioni, niente di più.
[Con me c’era anche
Marilou (infastidita da tutti i cameraman presenti), che chissà cosa scriverà (se scriverà)]
Con chi parlo e con chi voglio parlare dovrebbero essere fatti miei, questioni private, domande irrisolte. Vorrei parlare con la mia famiglia, ma ho già detto abbastanza. Vorrei chiedere tante cose, eppure niente. Il non detto vince: è dove nascono i fantasmi. Quelli che nascondo di notte, e scrivo di giorno. L’inchiostro mi macchia le mani, le penne scrivono sui vestiti, è un peccato, si diventa come pittori, ma non si hanno poi tanti colori. Blu, nero. È per questo che uso anche il viola, lo uso per scrivere i sogni sul mio diario, quello personale. È troppo piccolo, però, e mi trovo scomodo a scriverci sopra. La mano non entra nel foglio. La prossima volta un quaderno moleskine e via, li facessero blu però. Oppure una computisteria, per computare i pensieri, più meno diviso moltiplicato. Le operazioni fondamentali insomma. Sono troppo sincero, ma è difficile essere sinceri, tanto più che ho appena letto che dire sempre la verità è il nuovo modo di mentire. Sto essendo troppo sincero, direi, se non fosse così scorretto grammaticalmente. I prof saranno contenti, leggendo questo testo con quel tono affabulatorio un po’ alla baricco del circolo pickwick? Mai letto un suo libro eppure ho anche fatto il provino alla scuola holden (10.000 euro). Secondo me dovrebbero esserci toni diversi, ma tant’è, dovrei leggermelo da me. Impossibile. A scuola non riuscivo mai a leggere, ad alta voce (nemmeno a mangiare con gli altri, se è per questo), mi veniva da ridere, balbettavo, nervoso, poi si diventava rossi.
Anche gli esami, non li preparavo mai a voce, ripetevo sempre tutto a mente, prendevo appunti, facevo schemi a matita, architetture di parole-chiave sulla pagina, rimandi, collegamenti, i miei libri sono come campi di battaglia; parole fissate in testa come post-it gialli, incollati sul cervello, mai avuto bisogno di memoria fotografica come quel mio amico che doveva vedere la pagina per poter parlare. Quel mio amico sarà diventato sicuramente un pilota aeronautico, suo padre era un generale, viveva all’aeroporto, mi prestava i libri sugli ufo (strano per l’aeronautica, a ripensarci adesso, ma tanto erano pieni di bufale, forse era proprio questo l’intento), e poi giocavamo a basket nei primi pomeriggi d’estate, tra maschi, quando la scuola stava per finire, erano campi privati, io avevo comprato il pallone.
Mi piacerebbe parlare coi miei compagni di corsa creativa, ma quando suona la campanella sono già tutti andati via. Mi giro e sono l’ultimo ad andarmene. Mi piace essere l’ultimo, meglio che essere primi che stanno tutti lì a guardarti. Si sta più tranquilli così.
È difficile parlare con le persone, perché credi che vogliano sempre chiederti qualcosa, anche io sono così… timido… eppure quando voglio aprirmi, fare quattro stupide chiacchiere, c’è sempre imbarazzo. A 10 anni io non leggevo Anna Frank, probabilmente stavo ancora a colorare le figure sui libri illustrati… avrei voluto dire.
Mi piacerebbe parlare col me stesso di trentanni per vedere come me la sono cavata (un momento… ci sono quasi, adesso), ma ci hanno fatto sopra l’ennesimo stupido film generazionale che non andrò a vedere e quindi questa idea è da saltare a piè pari senza ripensamento o rimpianto alcuno. Mai piangere sul latte versato, comprarne un'altra bottiglia piuttosto. Semplice. Quando avranno inventato la macchina del tempo manderanno sicuramente qualcuno a spiegarci tutto, comunque.
Ecco, adesso che ho anche giustificato il pezzo, ci vedo meglio. Però lo rileggerò dopo. Meglio lasciarlo a riposare, come si fa con la pasta fresca, come si fa con i dolci. Eppure mai visto fare pasta fresca in casa mia, se non ricordo male. Dolci, quelli sì, solo a contare le varie torte di compleanno. Una volta, doveva essere il compleanno per i miei 9 anni, festeggiato con mio cugino, (nato il mio stesso giorno, lo stesso anno: un continuo confronto in pratica), una volta, dicevo, avevo chiesto ai miei genitori la torta a forma di tegolino: giunto al momento topico scoprii che la torta non era quella sognata e scoppiai a piangere, disperato come solo i bambini di 9 anni sanno essere. Maledetto pasticciere.
I sogni sono una cosa importante: è per questo che li scrivo con la penna viola sul mio diario, non certo perché lo diceva freud. Niente maiuscole, no, tanto questo stupido word nemmeno li riconosce, i nomi. Ah, la bellezza dell’ignoranza, la felicità… lasciamo che le parole scorrano, fluide, libere, e quello che viene viene. Eppure sogno così poco o, almeno, ricordo i miei sogni così poco. Il mio sogno sarebbe di sognare sogni lucidi, sogni in cui sei cosciente e fai quello che vuoi: vivi, scopi, mangi, ridi. Esistono tecniche precise, come per ogni cosa, dovrei comprarmi una dream machine forse, per essere sicuro e soddisfatto, ma non credo sarebbe la stessa cosa. Le macchine desiderano e desiderano prenderti, poi tu non ci sei più.
Meglio andare al cinema, quindi: letteratura, immagini, musiche, personaggi, amori, parole. Ogni volta che succede qualcosa di brutto tutti lì a dire: “È come un film”, chissà perché. Il Cinema è la cosa più vicina al Sogno, credo. Te ne stai lì bello bello al buio, in poltrona, e guardi, guardi uno schermo di luce che ti racconta delle storie. È come tornare bambini. Magari scrivi anche al buio, per appuntartele quelle storie, come spillette sulla giacchetta, non tiratemela per favore, voglio stare qui un altro po’, se vi siete annoiati siete liberi di smettere.
È quando il tormento può dileguarsi che la guarigione può avere inizio. Bellissimo. Brividi lungo la schiena, titoli di coda. La gente si alza, non ascolta e corre via, al parcheggio, torna a riposare. Gli inservienti cercano i portafogli perduti tra le poltrone.
Io penso che potrei continuare all’infinito (questa non è una bugia, come direbbero i surrealisti), con questa musica in sottofondo, se solo volessi, se solo riuscissi… a concentrarmi.
Ma, così come non tutto è da spiegare, tutto è da finire e va finito.
r.i.p.
